Lula o dell’innovazione: Einstein Telescope, governance senza popolo e complessità di un attentato

Cronaca: ciò che sappiamo, ciò che non sappiamo

Nella notte tra il 1° e il 2 agosto 2026, a Lula, sono state incendiate le automobili di due ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia impegnati nelle attività connesse alla candidatura di Sos Enattos a ospitare l’Einstein Telescope. È un atto criminale grave, di natura intimidatoria, da condannare senza attenuanti. [ANSA, 2 agosto2026]

Ma la gravità del fatto non autorizza scorciatoie interpretative. Al momento non risulta pubblicamente accertato il movente né, soprattutto, un collegamento dimostrato tra l’attentato e l’opposizione al progetto Einstein Telescope. Le cronache hanno richiamato la possibile relazione con l’ordigno inesploso rinvenuto tre anni prima presso Sos Enattos; si tratta però di una pista investigativa, non di una verità acquisita. [L’Unione Sarda, 4 agosto 2026]

È dunque essenziale non attribuire un reato commesso da ignoti a un intero paese, a una comunità o a quanti esprimono dubbi sul progetto. La responsabilità penale è individuale. La comunità di Lula non è imputabile per le azioni di pochi, né il dissenso civile sul futuro del proprio territorio può essere confuso con l’intimidazione violenta.

Proprio per questo la condanna dell’attentato non deve diventare un dispositivo che chiude la discussione. Al contrario, dovrebbe aprirla. Non per cercare giustificazioni alla violenza — che non esistono — ma per capire perché una grande infrastruttura scientifica, presentata come opportunità eccezionale, sia stata percepita da una parte della popolazione come estranea, opaca o perfino minacciosa.

Il progetto: dati e promesse

L’Einstein Telescope è una futura infrastruttura europea per la rivelazione delle onde gravitazionali, inserita nella roadmap dell’European Strategy Forum on Research Infrastructures. L’Italia ha candidato l’area dell’ex miniera di Sos Enattos, nel Nuorese, in competizione con altri siti europei. [Ministero dell’Università e dellaRicerca, 6 giugno 2023]

Il progetto prevede una grande infrastruttura sotterranea, con gallerie e caverne destinate a ospitare strumenti di altissima precisione. La candidatura sarda fa leva su caratteristiche geologiche oggettive: bassa sismicità, stabilità della roccia e limitato rumore antropico. Sono requisiti tecnici reali e rilevanti per il funzionamento dell’osservatorio. [RegioneSardegna, “Domande e risposte”]

L’area di riferimento non coincide tuttavia con il solo comune di Lula. La documentazione istituzionale colloca l’epicentro della strategia nei comuni di Lula, Bitti, Onanì e Orune, oltre alla città di Nuoro e, più ampiamente, alla provincia. L’accordo istituzionale del dicembre 2024 parla infatti di un Piano di sviluppo locale per l’intero territorio, con Lula, Bitti, Onanì, Orune e Nuoro come punti principali. [Regione Sardegna,21 dicembre 2024]

Le stime ufficiali diffuse dal Governo nel 2023 indicano, nella fase di costruzione, un effetto potenziale di 36.085 unità di forza lavoro dirette e indirette, pari — nella traduzione proposta dallo stesso Ministero — a circa 4.000 persone impiegate a tempo pieno ogni anno per nove anni. A regime, il Ministero stimava circa 160 addetti stabili nell’infrastruttura e flussi di almeno 250 ricercatori in visita ogni anno, con permanenza media di venti giorni. [Ministero del Lavoro, 6 giugno 2023]

Sono numeri importanti, ma vanno letti correttamente. Le 36.085 unità di forza lavoro non equivalgono a 36.085 assunzioni stabili, né a 36.085 posti destinati a cittadini sardi o a residenti dei comuni coinvolti. Si tratta di una stima aggregata di lavoro diretto e indiretto lungo l’intera fase di costruzione. Una stima economica è utile per valutare uno scenario; non è, da sola, una garanzia occupazionale né un diritto esigibile per il territorio.

Da qui nasce una domanda legittima: quali impegni vincolanti sono previsti per le ricadute locali? Quali clausole possono garantire formazione, inserimento lavorativo, coinvolgimento delle imprese sarde, servizi pubblici, tutela delle attività esistenti e monitoraggio degli impatti? Il problema non è negare il valore delle previsioni; è evitare di scambiarle per risultati già acquisiti.

Grande opportunità, per chi?

L’Einstein Telescope viene giustamente presentato come una possibile grande infrastruttura scientifica europea, capace di collocare la Sardegna al centro di una rete internazionale di ricerca. È ragionevole ritenere che potrebbe produrre competenze, occasioni formative, investimenti e nuove connessioni tra università, ricerca e imprese.

Ma “grande opportunità” è una formula che non può restare indiscussa. Ogni grande opera produce benefici e costi, distribuiti in modo non sempre uguale. Un progetto può essere straordinario per il sistema scientifico europeo e, nello stesso tempo, porre interrogativi seri per chi vive, lavora o possiede terreni nell’area interessata.

La domanda non è dunque se si debba essere “a favore della scienza” o “contro il progresso”. È una contrapposizione falsa e impoverente. La domanda è: quale sviluppo, per chi, con quali garanzie, con quale ripartizione di poteri e benefici?

Una parte del dissenso pubblico mette al centro il rischio di nuovi vincoli territoriali, l’uso del suolo, gli effetti delle gallerie e delle infrastrutture di superficie, il rapporto con le attività agropastorali e la possibilità che i benefici più qualificati si concentrino altrove. Sono domande politiche e territoriali legittime, anche quando assumono forme radicali o provocatorie.

Accanto a esse circolano, soprattutto sui social, teorie infondate che attribuiscono all’Einstein Telescope finalità militari o di sorveglianza. Non esistono evidenze pubbliche che sostengano tali ricostruzioni: il progetto è presentato da istituzioni scientifiche italiane ed europee come infrastruttura civile di ricerca sulle onde gravitazionali. [INFN, 7 gennaio 2025]

Eppure anche la diffusione di queste narrazioni deve interrogare. Non perché siano attendibili, ma perché indica un vuoto di fiducia. Dove la comunicazione appare unidirezionale, dove i dati sono percepiti come difficili da verificare, dove il contraddittorio non è visibile, quello spazio viene facilmente occupato da sospetti, semplificazioni e spiegazioni alternative.

Lula non è un foglio bianco

Lula ha una storia complessa, segnata dalle trasformazioni dell’economia mineraria, dalla crisi delle aree interne, dallo spopolamento e da una memoria collettiva attraversata anche da vicende drammatiche di violenza e conflitto. Questa storia non autorizza alcuno stereotipo e non consente di ridurre il paese alla retorica del banditismo o dell’arretratezza.

Al contrario, dovrebbe imporre maggiore prudenza. Quando un territorio ha vissuto a lungo decisioni esterne, promesse di sviluppo, crisi produttive e fragilità istituzionali, la fiducia non può essere presunta. Va costruita.

Il punto non è che Lula sarebbe “naturalmente ostile” alla modernità. È esattamente il contrario: trattare una comunità come incapace di comprendere la complessità della ricerca scientifica, o come predisposta al rifiuto irrazionale, è un modo per sottrarle il diritto di discutere le condizioni materiali e sociali della trasformazione.

Un territorio non è un vuoto tecnico da occupare perché possiede caratteristiche geologiche favorevoli. È insieme di relazioni, economie, usi della terra, memorie, conflitti, aspettative. Se non si considera tutto questo, l’innovazione tecnologica rischia di arrivare come imposizione, anche quando le sue finalità siano scientificamente nobili.

Due piani da non confondere

È necessario distinguere con nettezza la responsabilità penale dalla responsabilità politica.

Sul piano penale, l’incendio delle automobili dei due ricercatori resta un atto grave, da perseguire e condannare. Non vi è alcuna “causa territoriale” che possa rendere legittima la violenza contro persone.

Sul piano politico, resta invece legittimo chiedersi come sia stato costruito il percorso che ha portato alla candidatura di Sos Enattos; quali informazioni siano state rese disponibili; quale spazio sia stato dato ai dubbi; quali soggetti siano stati realmente coinvolti; quali alternative siano state esaminate; quali impegni siano stati formalizzati a tutela delle comunità.

Condannare l’attentato non significa assolvere il modello di governance che lo precede. Criticare il modello di governance non significa giustificare l’attentato. Se questi piani vengono confusi, si produce un doppio danno: si banalizza il reato e, contemporaneamente, si usa il reato per silenziare una discussione democratica.

Marco Pitzalis e la questione dell’innovazione sociale

In questo quadro è particolarmente interessante un post pubblicato su Facebook da Marco Pitzalis, sociologo e direttore del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Cagliari, che porta la voce delle scienze sociali in un dibattito finora dominato da fisici, ingegneri e istituzioni.

Pitzalis richiama un interrogativo essenziale: che cosa accade quando un grande progetto modifica i sistemi sociali e produttivi esistenti, il sistema di proprietà, l’uso dei territori, l’equilibrio delle comunità? E domanda quanta “ingenuità, pressapochismo e sciatteria” vi sia in élite politiche e accademiche che non considerano come una trasformazione di questa scala debba essere studiata, anticipata nei suoi rischi, accompagnata nel suo svolgimento e comunicata adeguatamente.

La sua tesi non è ostile alla ricerca scientifica. È più radicale e più utile: non c’è innovazione tecnologica sostenibile se non viene accompagnata da innovazione sociale e culturale.

Nessuno pretende che le comunità locali decidano la configurazione di un interferometro, sostituendosi a fisici, geologi o ingegneri. La competenza tecnico-scientifica non è un’opinione e non può essere rimpiazzata da un referendum.

Ma la scelta del sito, l’uso del suolo, l’accesso alle aree, gli effetti sulle attività esistenti, le misure ambientali, la formazione, le clausole occupazionali, le opere territoriali, le compensazioni, il monitoraggio e la distribuzione dei benefici sono questioni politiche. Su queste, i cittadini non solo possono intervenire: devono poter intervenire.

La partecipazione non sostituisce la competenza. Costringe la competenza a rendere conto delle sue scelte e costringe la politica a negoziarne gli effetti con chi li vivrà ogni giorno.

“A più voci”: strumenti che esistono da ventidue anni

La critica di Pitzalis è tanto più significativa perché gli strumenti metodologici per affrontare processi decisionali complessi non mancano.

Nel 2004 il Dipartimento della Funzione Pubblica pubblicò A più voci. Amministrazioni pubbliche, imprese, associazioni e cittadini nei processi decisionali inclusivi, manuale curato da Luigi Bobbio nell’ambito del Programma Cantieri. Il testo è rivolto a amministratori, dirigenti e funzionari e affronta precisamente le questioni che oggi tornano nel caso Lula: individuazione degli attori rilevanti, gestione del conflitto, partecipazione nelle diverse fasi della decisione, raccordo fra confronto informale e decisione amministrativa. [Dipartimento della Funzione Pubblica, A più voci, 2004]

Il punto non era, e non è, aggiungere una campagna di comunicazione dopo che le scelte essenziali sono maturate. Il punto è costruire le decisioni “a più voci”: con amministrazioni, imprese, associazioni, cittadini e portatori di interessi, nel momento in cui restano realmente aperte alternative, condizioni e priorità.

La Sardegna, peraltro, possiede una tradizione amministrativa rilevante in materia di programmazione territoriale. Il Centro regionale di programmazione nasce come struttura tecnica della pianificazione regionale e, nel tempo, ha sostenuto programmi e strumenti basati sul partenariato territoriale: dai Progetti integrati di sviluppo alla Programmazione territoriale 2014–2020, fino ai percorsi collegati alla Strategia nazionale per le aree interne. [Regione Sardegna, Centro regionale diprogrammazione]

Non va idealizzata questa storia: partecipazione e partenariato non coincidono automaticamente con democrazia effettiva. Ma la Regione dispone di lessico, tecniche, professionalità e precedenti per non ridurre la partecipazione a una semplice informazione dall’alto.

Per questo, nel caso Einstein Telescope, è ragionevole chiedere se le forme di coinvolgimento attivate siano proporzionate alla scala dell’opera. Gli incontri “Einstein Telescope incontra il territorio”, avviati nel 2024, dichiaravano l’obiettivo di favorire il dialogo diretto con la popolazione e di rispondere ai dubbi sull’impatto territoriale. Sono iniziative utili e vanno riconosciute come tali. [Einstein Telescope Italia, 14 marzo 2024]

Ma un ciclo informativo, per quanto ben organizzato, non equivale necessariamente a un processo deliberativo. Informare non è co-decidere. Ascoltare domande non equivale a consentire ai soggetti coinvolti di discutere condizioni, alternative, garanzie, monitoraggi e impegni vincolanti.

Governance senza popolo

Qui si concentra il nodo politico dell’intera vicenda. La governance dell’Einstein Telescope in Sardegna è ricca di soggetti istituzionali: Regione, Università di Cagliari e Sassari, INFN, INAF, INGV, comuni, sindaci, enti territoriali, organismi di coordinamento. L’accordo del dicembre 2024 ha formalizzato un coordinamento permanente per promuovere e sostenere la candidatura di Sos Enattos. [INFN, 7 gennaio 2025]

Non manca la governance. Manca, o almeno non appare con sufficiente evidenza pubblica, un dispositivo di partecipazione continuativa delle comunità.

Manca un luogo stabile nel quale pastori, proprietari, associazioni, residenti, imprese locali, comitati, giovani e soggetti sociali possano discutere non solo il “se” del progetto, ma il “come”: le condizioni di realizzazione, gli impegni territoriali, la tutela delle risorse, la formazione, l’occupazione, il monitoraggio ambientale, l’accessibilità della documentazione.

Questo è ciò che si può definire una governance senza popolo: molti enti al tavolo, ma pochi spazi in cui coloro che vivono il territorio possano incidere sulle decisioni.

Non è un problema esclusivo di Lula. È una tendenza più ampia. Si ritrova anche nelle relazioni industriali, dove la concertazione tra Governo, organizzazioni datoriali e grandi confederazioni sindacali può essere formalmente ampia e tuttavia povera di partecipazione diretta nei luoghi di lavoro. I lavoratori sono rappresentati, ma spesso non sono protagonisti. Si discute di salari, orari, precarietà e riorganizzazioni, mentre assemblee, delegati e comunità professionali entrano tardi o marginalmente nel processo.

La stessa logica vale per molte grandi opere: il dissenso è ammesso quando non modifica le decisioni, tollerato quando resta simbolico, patologizzato quando si fa conflitto.

La voce di Elena Pinna

In questo dibattito si colloca anche il lungo intervento di Elena Pinna, artista e attivista del movimento Surra. Sul movimento e sui suoi linguaggi esistono opinioni diverse, legittime e talvolta molto distanti. Non è necessario aderire alla sua impostazione politica per riconoscere che il suo ragionamento pone domande che meritano risposta.

Pinna richiama innanzitutto il tema del contraddittorio: se esistevano cittadini critici, persone con dubbi e soggetti capaci di proporre letture alternative, perché non sono stati chiamati a confrontarsi pubblicamente con i promotori, mettendo dati e argomenti sullo stesso tavolo?

La domanda non prova che il confronto non sia mai esistito; chiede se esso sia stato adeguato, visibile, pluralista e capace di incidere. È una domanda rilevante.

Pinna richiama poi il linguaggio con cui vengono descritti i territori e le comunità che sollevano perplessità: “arretrati”, “pastori”, “trogloditi”, ostili al progresso. Qui coglie un punto delicato. Quando il dissenso viene prima ridicolizzato e poi associato, senza prove, a un attentato compiuto da ignoti, si costruisce una responsabilità collettiva che non ha nulla di democratico.

Il suo post pone anche una questione documentale: la differenza tra stime e garanzie. Se le previsioni occupazionali sono positive, quali strumenti rendono esigibili le ricadute locali? Se gli impatti ambientali saranno compatibili, dove sono i documenti accessibili che consentono a cittadini e associazioni di comprenderne metodologie, limiti e misure di mitigazione?

Sono interrogativi da prendere sul serio, senza assumere come vere le interpretazioni più drastiche dell’attivismo e senza trasformare ogni dubbio in una teoria del complotto. Il valore del dibattito pubblico sta proprio qui: rendere verificabili dati, impegni, alternative e responsabilità.

Non una guerra alla scienza, ma un dibattito pubblico vero

Il Codice dei contratti pubblici disciplina il dibattito pubblico all’articolo 40 del decreto legislativo 36/2023. Il dibattito è obbligatorio soltanto in alcuni casi e oltre determinate soglie; non è quindi possibile affermare, senza verificare puntualmente le caratteristiche procedurali dell’opera, che per l’Einstein Telescope fosse già giuridicamente obbligatorio e che sia stato omesso. [Decreto legislativo 36/2023, art. 40]

Ciò non chiude la questione. Lo stesso ordinamento prevede che il dibattito pubblico possa essere attivato per la rilevanza sociale e per gli impatti ambientali e territoriali dell’intervento. Il suo scopo non è decidere a maggioranza la fisica delle onde gravitazionali; è mettere a disposizione documenti, scenari, alternative, osservazioni e proposte, consentendo alle comunità di partecipare a decisioni che le riguardano. [D.lgs.36/2023, art. 40]

In Italia esistono precedenti imperfetti ma istruttivi. Il dibattito pubblico sulla Gronda autostradale di Genova, nel 2009, mise al confronto cinque ipotesi di tracciato. Non fu un modello senza limiti, né risolse ogni conflitto, ma dimostrò che una grande infrastruttura può essere discussa pubblicamente prima che la scelta venga presentata come inevitabile. [Senato della Repubblica, Il dibattito pubblico sulle grandi opere infrastrutturali]

Il dibattito pubblico non elimina il conflitto. Lo rende visibile, regolato, argomentabile. Non promette consenso unanime; evita che il dissenso si riduca a sfiducia, sospetto o esasperazione.

Che cosa si può fare ora

Non è troppo tardi per correggere il metodo. Almeno tre passaggi sarebbero ragionevoli.

Il primo è l’attivazione di un dibattito pubblico indipendente, con documentazione tecnica resa comprensibile e accessibile, possibilità di porre quesiti, contributi di esperti non coincidenti con i promotori e pubblicazione delle risposte.

Il secondo è la costituzione di un tavolo permanente di co-progettazione territoriale, composto da comuni, associazioni, operatori agropastorali, proprietari, comitati, giovani, organizzazioni sindacali, imprese e soggetti scientifici. Non un tavolo per “convincere” la popolazione, ma uno spazio capace di discutere condizioni, impegni e conflitti.

Il terzo è un accordo pubblico e verificabile sulle ricadute: formazione, filiere locali, occupazione, servizi, tutela dell’ambiente, monitoraggio, rendicontazione periodica. La Regione ha già avviato un bando da 4 milioni di euro per favorire l’ingresso delle PMI sarde nella filiera dell’Einstein Telescope: è un segnale concreto, ma non sostituisce la necessità di definire e rendere verificabili gli impegni complessivi verso le comunità direttamente coinvolte. [Sardegna Ricerche, 17 febbraio 2026]

Conclusione

Lula non deve diventare l’ennesimo racconto su una Sardegna “contro il progresso”. Non deve neppure diventare il luogo in cui un attentato, ancora privo di movente accertato, viene utilizzato per liquidare ogni critica come sospetto, ignoranza o ostilità alla scienza.

La questione non è essere favorevoli o contrari all’Einstein Telescope in astratto. La questione è capire se un progetto scientifico di enorme valore possa essere costruito senza costruire, nello stesso tempo, una relazione democratica forte con i territori che lo ospiteranno.

La vera innovazione non è soltanto tecnologica. È politica e sociale. Consiste nel passare da decisioni prese per le comunità a decisioni costruite con le comunità.

Condannare un reato è necessario. Aprire finalmente un dibattito serio, documentato e pluralista è altrettanto necessario. Solo così una grande infrastruttura scientifica potrà essere percepita non come l’ennesima promessa calata dall’alto, ma come un progetto condiviso, sottoposto a controllo pubblico e capace di produrre benefici misurabili per chi vive nei territori che ne sostengono il peso.

 


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