Si Deus cheret e sos Carabineris lu permittini / Se Dio vuole e i carabinieri lo permettono: una “tarecensione”
Questa recensione si colloca dentro un percorso di lettura che sto sperimentando da tempo su diversi romanzi noir, usando i Tarocchi di Marsiglia come strumento di analisi: è, in questo senso, una “tarecensione”. Sul mio blog c’è già un romanzo recensito in questo modo, La malinconia del tartufo di Orso Tosco, uscito nel giugno 2026; ma il metodo, in realtà, l’ho messo alla prova anche con altri noir meno recenti e con lo stesso Mantene s’odiu di Elias Mandreu.
In questa prospettiva, Se Dio vuole e i carabinieri lo permettono del collettivo Elias Mandreu, che traduce il motto sardo Si Deus cheret e sos Carabineris lu permittini - un modo di dire che unisce il fatalismo verso il destino al riconoscimento del potere concreto dell’istituzione: se Dio vuole, ma solo se i Carabinieri lo consentono davvero - è un romanzo particolarmente adatto a questo tipo di lettura. È un noir ambizioso, stratificato e sorprendentemente compatto. Parte da un omicidio, ma presto mostra di voler raccontare molto di più: non solo un’indagine criminale, bensì il modo in cui una comunità costruisce i propri silenzi, custodisce i propri segreti e trasforma il passato in una materia ancora attiva nel presente.
L’assassinio dell’avvocata Annamaria Marras è l’innesco di una trama che si allarga in più direzioni senza perdere tensione. Da un lato c’è il lavoro investigativo, con piste che si aprono e si richiudono, alleanze provvisorie, dossier, archivi, denaro che cambia forma e vecchie vicende che tornano a pesare. Dall’altro c’è un libro che lavora sul rapporto tra memoria, potere e rispettabilità, e che mostra con grande lucidità come il rimosso non sparisca affatto: si conserva, si riorganizza, si traveste, aspetta il momento in cui potrà riaffiorare.
Un noir che si allarga
Uno dei meriti maggiori del romanzo è la sua capacità di cambiare scala. All’inizio sembra di essere dentro una vicenda delimitata, per quanto complessa: una donna uccisa, un ambiente professionale opaco, una rete di relazioni che potrebbe fornire diversi moventi. Ma pagina dopo pagina il libro allarga il proprio raggio, e si capisce che il delitto presente non è che l’ultima increspatura di una storia molto più antica, dove il nodo vero non è soltanto chi abbia colpito, ma quale sistema di rapporti abbia reso possibile quel colpo.
È qui che il romanzo acquista spessore. Le linee che collegano il presente ai sequestri, alle rapine, al denaro occultato, alle eredità tossiche e ai meccanismi di promozione sociale costruiscono un paesaggio morale fitto, in cui nessun fatto resta isolato. Se Dio vuole non racconta un mistero chiuso in se stesso: racconta un mondo in cui il crimine, il potere e la memoria si sedimentano gli uni negli altri.
Stankovic nel romanzo
Mirko Stankovic, il “protagonista”, funziona perché non è un investigatore infallibile. Non domina gli eventi, non possiede il controllo assoluto della scena e non risolve il caso grazie a una superiorità astratta; procede invece per attriti, intuizioni parziali, incontri decisivi, errori, nervosismi, accelerazioni e battute d’arresto. In questo senso è un personaggio molto più interessante di un detective costruito come puro meccanismo di efficienza.
La sua forza narrativa sta proprio nella sua imperfezione. Stankovic è abbastanza interno all’istituzione da doverne portare il lessico, la disciplina e i limiti, ma anche abbastanza disallineato da avvertire che la procedura non basta. Il romanzo lo usa bene: non lo trasforma mai in un eroe che illumina tutto, ma in una coscienza esposta che attraversa un campo di forze più grande di lui.
Figure e ambienti
Anche il sistema dei personaggi secondari è costruito con precisione. Attorno a Stankovic si muovono figure che non hanno una funzione solo strumentale, ma portano ciascuna una propria qualità di sguardo, di reticenza o di opacità: Annamaria Marras, Grazia Maria Deledda, Gavino Cossiga, Rachel Wilson, Nero Di Giovanni. Ognuno di loro contribuisce ad allargare il libro, perché ogni personaggio apre un diverso accesso al rapporto tra verità, linguaggio, interesse e memoria.
Contano molto anche i luoghi. Il romanzo sa usare la Sardegna non come sfondo folclorico, ma come spazio concreto, storico, simbolico e amministrativo. Paesi, città, caserme, tribunali, campagne, case, tombe, archivi e ambienti digitali si tengono insieme in una geografia che non è decorativa: è il corpo stesso del racconto.
Il confronto con Mantene s’odiu
Rispetto a Mantene s’odiu, qui il baricentro si sposta leggermente. Anche nel romanzo precedente il presente veniva squarciato da un passato mai davvero risolto, ma lì il fuoco era soprattutto la persistenza del rancore, il suo deposito genealogico, la sua lenta capacità di riattivarsi. In Se Dio vuole quella materia resta, ma passa dentro un dispositivo più largo e più freddo, dove contano molto di più gli archivi, i codici, le mediazioni, il denaro, le professioni e le forme della rispettabilità pubblica.
Se Mantene s’odiu era soprattutto il romanzo del rancore custodito, Se Dio vuole è il romanzo della colpa amministrata. La colpa non è solo l’azione di un singolo, ma il modo in cui istituzioni, famiglie e professioni imparano a convivere con ciò che è successo, trasformandolo in routine, carriera, reputazione.”
È questa una delle ragioni per cui il libro risulta così interessante: perché sposta il noir dal terreno dell’enigma a quello della struttura, e mostra che a volte il problema non è il colpevole isolato, ma l’intero sistema che ha saputo convivere con il proprio rimosso.
Perché regge
Il romanzo regge perché tiene assieme leggibilità e densità. La scrittura è mobile, spesso rapida, molto efficace nei dialoghi e nelle scene di transizione, ma intanto accumula materia, rimandi, tensioni, e fa sentire che sotto il caso visibile ce n’è sempre un altro, più profondo. Questa doppia qualità, scorrevolezza in superficie e pressione in profondità, è forse il risultato migliore del libro.
Regge anche perché non cede alla consolazione. La verità che emerge non rimette ordine, e la soluzione dell’indagine non coincide con una vera riparazione. Il romanzo sa bene che nominare un colpevole non basta quando il male è diventato un’abitudine del sistema, una convenienza condivisa, un modo di vivere dentro il quale intere biografie hanno trovato posto.
Il metodo: Tarocchi e metagenealogia
Nel leggere questo romanzo con i Tarocchi di Marsiglia, il punto non è attribuire etichette simboliche ai personaggi o trasformare le carte in allegorie rigide. Il lavoro procede in un altro modo: si isolano alcuni nuclei forti del libro, si osserva quale processo mettono in movimento e solo dopo si cerca l’Arcano capace di renderli più leggibili. In altre parole, prima viene il romanzo, poi viene la carta. I Tarocchi servono a chiarire la qualità dei passaggi, dei blocchi, dei rovesciamenti e dei rapporti di forza che il testo mette in scena.
Quando ci si accorge che la giustizia legale non coincide del tutto con la giustizia morale, l’immaginario dei Tarocchi offre un linguaggio ulteriore per dire questa distanza. Da qui nasce la centralità di VIII La Justice. Non perché il romanzo celebri una giustizia trionfante, ma perché quasi tutto si organizza attorno a problemi di misura, responsabilità, giudizio e decisione. La legge agisce, indaga, produce atti, connette prove, però non basta mai del tutto; il libro insiste proprio sullo scarto tra procedura e verità, tra legalità formale e comprensione morale di ciò che è accaduto. VIII La Justice aiuta allora a nominare il cuore del romanzo: una lotta continua per stabilire che cosa debba essere visto, detto, riconosciuto, giudicato.
Accanto a VIII La Justice si impongono XV Le Diable e XVI La Maison Dieu. XV Le Diable permette di leggere tutti quei legami che non sono soltanto rapporti tra persone, ma circuiti di dipendenza, vantaggio, ricatto, complicità, denaro e assoggettamento reciproco. XVI La Maison Dieu, invece, rende visibile il movimento con cui il romanzo scoperchia costruzioni apparentemente solide — famiglie, carriere, archivi, reputazioni — e mostra ciò che vi era stato compresso dentro. Sul fondo, infine, resta XIII L’Arcano senza nome: non come immagine generica di morte, ma come segno di un trauma antico che continua a lavorare nel presente e a ridistribuire effetti.
Accanto agli Arcani, questa lettura si appoggia anche alla metagenealogia di Alejandro Jodorowsky e Marianne Costa. La metagenealogia considera la genealogia insieme come tesoro e tranello: la famiglia trasmette beni, nomi, protezioni e appartenenza, ma anche mandati, tabù, segreti, ripetizioni e ruoli. Non serve a trasformare i personaggi in casi clinici, né a sostituire il romanzo con uno schema psicologico; serve piuttosto a vedere come un trauma o un patto opaco continuino a distribuire effetti nel tempo, passando da una generazione all’altra sotto forma di silenzio, denaro, colpa, vergogna, successo o rovina.
In questo senso, Se Dio vuole si chiarisce molto meglio. Il sequestro, il riscatto, il denaro occultato e la rispettabilità costruita nel tempo smettono di apparire come semplici antefatti e diventano invece una matrice attiva, capace di ridistribuire ruoli, vantaggi, silenzi e traumi nelle generazioni successive. La famiglia emerge allora davvero come tesoro e tranello insieme: luogo di protezione e di ascesa, ma anche di cattura, fedeltà mute e colpe amministrate. Da questo punto di vista, il romanzo si avvicina profondamente a Mantene s’odiu: in entrambi i casi il passato non passa, ma continua a chiedere corpi, linguaggi, patrimoni e destini.
È con l’aiuto di questa costellazione — VIII La Justice, XV Le Diable, XVI La Maison Dieu, XIII L’Arcano senza nome, e la lente metagenealogica della famiglia come tesoro e tranello — che il romanzo appare per ciò che è: non solo un’indagine su un delitto, ma la messa in crisi di un intero ordine del visibile.
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