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Miti, archetipi e casting: perché il colore di Elena è il problema sbagliato

  In tempi di indignazione permanente, si può anche essere “benaltristi”: i problemi sono ben altri. Ma proprio per questo conviene capire che cosa rivelano davvero le polemiche sul casting dell’Odissea di Nolan: non una difesa raffinata della tradizione, quanto piuttosto un ritorno del suprematismo bianco in forme più rispettabili e un razzismo di sottofondo che non andrebbe sottovalutato . Il dramma epocale della melanina di Elena Se si guarda al dibattito pubblico su The Odyssey , il tono generale è piuttosto chiaro: la questione sembrerebbe ridursi a una sola domanda, e cioè se sia “accettabile” che Elena di Troia venga interpretata da Lupita Nyong’o. Il resto — la costruzione dell’immaginario, il rapporto tra Hollywood e i miti classici, la selezione del cast nel suo complesso — rimane quasi sempre sullo sfondo, mentre la discussione si concentra ossessivamente sul colore della pelle dell’attrice. Il tratto quasi comico della faccenda è che, a sentire certi interventi, l...

La società come responsabilità

Negli ultimi decenni abbiamo lentamente modificato il nostro modo di guardare il mondo. Non è cambiata soltanto la politica, non è cambiata soltanto l'economia e non sono cambiati soltanto i rapporti internazionali. È cambiato, soprattutto, il modo in cui immaginiamo la realtà e il rapporto che abbiamo con essa. Ci siamo progressivamente abituati a considerare il mondo come qualcosa da amministrare piuttosto che come qualcosa sul quale continuare a incidere. L'economia viene spesso descritta come un insieme di regole inevitabili, i mercati come sistemi che rispondono a leggi proprie, gli equilibri geopolitici come dati di fatto e i rapporti di forza come conseguenze naturali della storia. In questo quadro alla politica rimane soprattutto il compito di gestire ciò che esiste, limitandosi, quando possibile, a renderne meno gravosi gli effetti. Anche il sindacato viene sempre più spesso valutato per la sua capacità di difendere l'esistente piuttosto che per quella di concorr...

Chi disturba e chi è funzionale

Nel panorama politico attuale abbiamo un esempio lampante di come funzioni l'informazione: basta incrociare il modo in cui sono trattate due posizioni che possiamo definire “radicali” – una, come vedremo, solo apparentemente tale – come “Futuro nazionale” di Roberto Vannacci e “Agorà” di Angelo d’Orsi. Da una parte c’è il generale-scrittore diventato, nel giro di pochi mesi, presenza fissa nei talk show e nei titoli di prima pagina: un personaggio costruito mediaticamente attorno a un repertorio di qualunquismo reazionario, fatto di identità “normale” contrapposta alle minoranze, nostalgia d’ordine, disprezzo per le differenze, ossessione per una comunità omogenea e disciplinata. Ogni sua frase viene rilanciata, commentata, scomposta in clip, trasformata in caso nazionale. La sua radicalità consiste nel portare all’estremo il frame delle guerre culturali, ma rimane rigorosamente interna all’ordine esistente: non mette realmente in discussione la collocazione euro-atlantica del pa...

Ecopatologia, guerra e transizione verde: una prospettiva dalla Sardegna

Quando si parla di ambiente in Sardegna, il dibattito pubblico si concentra quasi sempre su energia, paesaggio, turismo, mobilità, consumo di suolo. È comprensibile: sono le dimensioni più visibili, quelle che toccano direttamente la vita quotidiana e l’economia locale. Meno visibile, eppure decisiva, è un’altra dimensione: il nesso strutturale fra modello di sviluppo, guerra e crisi ecologica, che nell’isola assume forme concrete nei poligoni militari e nell’industria degli armamenti, a partire dalla fabbrica di bombe RWM di Domusnovas ‑ Iglesias ‑ Musei. Se prendiamo sul serio la diagnosi di “ ecopatologia ” proposta da Andrea Zhok – l’idea che il sistema contemporaneo sia strutturalmente patogeno sul piano ecologico – e la guardiamo dal punto di vista sardo, le contraddizioni diventano quasi tangibili. Perché la Sardegna è insieme territorio “vocato” alla narrazione green e retrovia materiale di un’economia di guerra che contribuisce a degradare ambiente e salute ben oltre i confin...

Vannacci, l’albatro

In guerra Roberto Vannacci è un albatro: maestoso nel suo cielo di missioni, abituato a catene di comando chiare, ordini senza replica, rischio fisico e decisioni rapide. Appena atterra nella vita civile e nella politica, però, quelle stesse ali diventano un impaccio. Il generale che nei teatri di guerra può anche essere gigante, sul terreno delle idee e della democrazia appare per quello che è: un piccolo borghese spaventato, che sogna di trasformare il Paese in una caserma e scambia la propria ideologia per “buon senso”. Non gli nego coraggio e capacità di comando. Sarebbe ridicolo. Ma il punto non è se Vannacci sia stato un buon soldato: il punto è per chi e per che cosa ha messo a frutto quel coraggio, e che cosa vuole farcene oggi, una volta appese (forse) le stellette al chiodo. Il patriota che difende interessi altrui Vannacci si presenta come grande patriota, campione della sovranità nazionale. Eppure, la sua biografia racconta un’altra storia: per decenni ha servito nelle ...