Vannacci, l’albatro

In guerra Roberto Vannacci è un albatro: maestoso nel suo cielo di missioni, abituato a catene di comando chiare, ordini senza replica, rischio fisico e decisioni rapide. Appena atterra nella vita civile e nella politica, però, quelle stesse ali diventano un impaccio. Il generale che nei teatri di guerra può anche essere gigante, sul terreno delle idee e della democrazia appare per quello che è: un piccolo borghese spaventato, che sogna di trasformare il Paese in una caserma e scambia la propria ideologia per “buon senso”.

Non gli nego coraggio e capacità di comando. Sarebbe ridicolo. Ma il punto non è se Vannacci sia stato un buon soldato: il punto è per chi e per che cosa ha messo a frutto quel coraggio, e che cosa vuole farcene oggi, una volta appese (forse) le stellette al chiodo.

Il patriota che difende interessi altrui

Vannacci si presenta come grande patriota, campione della sovranità nazionale. Eppure, la sua biografia racconta un’altra storia: per decenni ha servito nelle guerre e nelle missioni più controverse dell’Occidente a guida USA e NATO. Somalia, Ruanda, Yemen, Costa d’Avorio, Balcani, Iraq, Afghanistan, Libia, incarichi nell’Alleanza Atlantica, addetto militare a Mosca: quasi tutti fronti della “guerra al terrorismo” o di interventi pensati altrove, in cui l’Italia ha giocato il ruolo del fedele alleato minore.

Che benefici concreti ne abbia tratto il Paese è tutt’altro che chiaro. Sappiamo invece che quelle guerre hanno prodotto morti, stati falliti, intere regioni destabilizzate e ondate di sfollati e profughi che oggi si muovono lungo le rotte che tanto lo preoccupano. Il paradosso è tutto qui: l’uomo che oggi vuole “remigrare” masse di persone è lo stesso che ha passato la vita dentro il dispositivo militare che ha contribuito a generarle.

Qui mi torna in mente una frase di mio nonno, in sardo: “ma po fai itta?”, ma per fare che cosa? Non ti fermava sul gesto, ti chiedeva il fine. Applicata a Vannacci, la domanda è semplice: tutte le missioni a cui hai partecipato, per che cosa sono servite davvero all’Italia? A renderci più sovrani e sicuri, o a mantenere uno status quo occidentale deciso altrove, che oggi ci esplode in casa sotto forma di instabilità, spesa militare crescente e movimenti di popolazione?

Il trucco del “buon senso” e della “normalità”

Nel suo libro il concetto chiave è il “Buon Senso”, scritto così, con le maiuscole. È la sua parola magica. Normalità, buon senso, maggioranza: tre termini che usa come se fossero neutri, naturali, indiscutibili. Il trucco è semplice:

- prende un fatto statistico: la maggioranza è eterosessuale, autoctona, abile, vive in un certo modo; 

- lo trasforma in norma morale: ciò che è maggioritario è giusto, sano, desiderabile; 

- tutto ciò che è minoritario diventa “anormale”: si può tollerare, purché non chieda parità.

Così una soluzione politica precisa – di destra, gerarchica, maggioritaria – viene spacciata per pura ragionevolezza. Il problema non è mai di destra o di sinistra: le contraddizioni che lui agita (insicurezza, degrado, confusione, precarietà) sono comuni a tutti. Sono le soluzioni a essere di parte. Non esiste una “one best way” neutra; esistono risposte coerenti con un’idea di società. La sua è coerente con un mondo in cui la maggioranza decide e le minoranze “si adeguano” in silenzio.

Prendersela coi deboli, non coi forti

Molti anni fa Claudio Lolli ha descritto benissimo il mondo che oggi applaude Vannacci: la “vecchia piccola borghesia” che gode quando gli “anormali” sono trattati da criminali, che ama ordine e disciplina, che pesta le mani a chi è nella fossa e lecca le ossa al più ricco e ai suoi cani. È un ceto medio spaventato, moralista verso i deboli e indulgente verso i forti. È impressionante quanto questo ritratto assomigli al suo pubblico ideale – e, in parte, al suo stesso sguardo.

Nel suo discorso, i “cattivi” sono quasi sempre i più fragili: minoranze, migranti, attivisti, centri sociali, chi chiede diritti. L’esempio dell’occupazione abusiva è paradigmatico. Nel libro c’è il “nonnino” cacciato di casa dall’occupante povero o dal migrante: un’immagine potente, che commuove e indigna. Ma guarda caso non c’è una riga sull’occupazione di un intero palazzo pubblico nel centro di Roma da parte di CasaPound, iniziata all’inizio degli anni Duemila e andata avanti per decenni, nonostante condanne e milioni di euro di danno allo Stato.

È tutto qui il metodo: mostra il nonno sfrattato quando l’abusivo è un debole; tace quando l’abusivo è un’organizzazione politicamente vicina, forte di appoggi e connivenze. Indignazione a senso unico: severità per chi sta in basso, discrezione per chi sta in alto. La legge, l’ordine, la “normalità” diventano così armi da puntare sempre verso il basso, mai davvero verso i forti.

Lo stesso accade con le minoranze sessuali. Paragona anziani rapinati e persone LGBTQ+ aggredite come se fossero vittime equivalenti, cancellando la differenza tra furto opportunistico e violenza d’odio. Un anziano picchiato in casa viene colpito di solito per essere derubato; una persona omosessuale aggredita viene spesso colpita proprio perché è omosessuale. Nel primo caso l’età è una vulnerabilità che facilita il reato; nel secondo l’identità è il bersaglio. Confondere queste due cose è un modo elegante per negare che esista l’odio e che alcune minoranze lo subiscano in modo specifico.

Sul piano dei diritti, poi, le persone LGBTQ+ non sono affatto una “casta privilegiata”. Le unioni civili esistono, ma non il matrimonio egualitario; l’adozione congiunta resta di fatto preclusa alle coppie dello stesso sesso. Parlare di “pianeta lgbtq” ipertutelato significa ignorare tanto i limiti dei diritti quanto la realtà delle discriminazioni e delle violenze che continuano a subire.

Il “mondo al dritto” lo abbiamo già visto

C’è poi un’altra questione. Il “mondo al dritto” che Vannacci rimpiange non è un inedito. Un esperimento storico in cui i valori piccoloborghesi sono stati esaltati al massimo lo abbiamo già visto: il Ventennio fascista. Non c’è bisogno di appiccicare addosso a Vannacci l’etichetta di “fascista” – termine oggi inflazionato, spesso usato per squalificare qualcuno senza neppure entrare nel merito delle sue idee – per notare le sovrapposizioni.

L’esaltazione della famiglia tradizionale come unico modello legittimo, la centralità della Patria e della maggioranza “sana”, la retorica dell’ordine contro i “sovversivi”, la diffidenza verso le minoranze e verso chi non rientra nella normalità statistica, l’idea che la nazione debba funzionare come un corpo compatto guidato da chi comanda: sono tutti elementi che ritornano, riformulati, nel suo Mondo al contrario. Il Novecento ci ha già mostrato dove portano quando smettono di essere nostalgia e diventano programma politico.

La cartolina Mulino Bianco e il lato oscuro

Un’altra illusione ricorrente del Mondo al contrario è la cartolina bucolica: famiglia, società di un tempo, esercito. Tutto appare come una pubblicità del Mulino Bianco: famiglie unite e rassicuranti, comunità coese, istituzioni compatte dove regnano ordine, rispetto, valori.

Peccato che proprio questi tre mondi – famiglia, società del passato, istituzioni in uniforme – siano stati e siano ancora oggi campi fertilissimi per gli abusi. Gran parte delle violenze, fisiche e psicologiche, avviene in famiglia: non nelle “degenerazioni moderne”, ma dentro i salotti, le cucine, le camere da letto dell’ordine domestico. L’esercito, in Italia e altrove, non è fatto solo di sacrificio e disciplina: la storia degli ultimi decenni è piena anche di episodi di nonnismo, soprusi, coperture di errori e nefandezze, come in qualunque istituzione chiusa e gerarchica.

Quanto alle “società di una volta”, erano tutt’altro che idilliache: meno diritti per i lavoratori, per le donne, per le persone LGBTQ+, meno tutele contro gli abusi delle forze dell’ordine, nessuna protezione reale per chi non rientrava nel modello dominante. Molti dei diritti di cui oggi Vannacci gode – dal welfare al voto universale, dalle libertà sindacali alle garanzie costituzionali – sono il frutto di lotte durissime contro quelli che, nel suo pantheon, sarebbero stati i “Vannacci di ieri”: gente che difendeva l’ordine costituito e guardava con sospetto chi reclamava qualcosa in più.

La verità è che il passato che idealizza era più semplice solo per chi stava dalla parte giusta della gerarchia. Per gli altri era un luogo molto più violento, più chiuso, più ingiusto. Quando oggi ci vende la sua nostalgia come buon senso, sta chiedendo a molti di rinunciare proprio a quei diritti che altri hanno conquistato al prezzo di prigione, manganellate, licenziamenti, sangue.

Il patriottismo senza domande

Alla fine, il vero problema non è che Vannacci “non capisca” la complessità del mondo. È che non vuole capirla, perché gli serve un racconto più semplice: noi (la maggioranza normale) contro loro (minoranze, migranti, ecologisti, giudici, Europa, “buonisti”). Dentro questo racconto:

- le guerre in cui ha servito non sono mai poste in discussione in quanto tali; 

- la subordinazione dell’Italia negli assetti militari e geopolitici non è mai nominata come problema; 

- le cause profonde di precarietà, impoverimento, disuguaglianza restano sullo sfondo.

In compenso, tutto ciò che è minoritario, eccentrico, vulnerabile, diverso, diventa il bersaglio perfetto. È un patriottismo senza domande, che confonde l’obbedienza con l’amore per il Paese.

E questo vale anche oggi: chi sta in sommità, fuori dal mirino delle sue invettive, può dormire sonni tranquilli. Per chi è già in alto, il mondo è sempre dal verso giusto. Ci pensano i Vannacci – e chi li applaude – a tenerlo così, prendendosela con chi sta sotto invece di fare domande a chi sta sopra.

L’albatro che atterra

Ed eccoci di nuovo all’albatro. Nel suo elemento – la guerra, l’istituzione totale, la catena di comando – Vannacci può anche essere stato un eccellente ufficiale. Una volta atterrato sul ponte della nave, nella società reale, quelle stesse ali gli impediscono di camminare: non sa fare i conti con le contraddizioni, con i diritti, con la pluralità, con il fatto che una democrazia non è un reparto in missione.

Si può riconoscere la sua capacità senza farsi incantare. Il punto non è se sia coraggioso, ma per chi e per che cosa mette a disposizione quel coraggio. Se alla domanda di mio nonno – “ma po fai itta?” – la risposta è sempre “per tenere tutto com’è, punendo i deboli e lasciando in pace i forti”, allora il patriottismo di Vannacci somiglia più alle catene della “vecchia piccola borghesia” di Lolli che alle ali di un vero albatro.


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