Intellettuali, cortigiani e potere
Perché scrivo questo testo
Questo non è un esercizio accademico. È il tentativo di
mettere ordine in una domanda che mi accompagna da tempo: che cosa distingue
davvero un intellettuale da un semplice cortigiano colto, in un’epoca in cui
molti parlano, pochi ascoltano e quasi nessuno ha interesse a vedere le crepe
del proprio potere?
Scrivo queste righe per chiarire a me stesso quale figura
considero degna del nome “intellettuale” e quale, invece, mi sembra solo una
variante più raffinata del portavoce.
Chi è, oggi, un intellettuale?
Viviamo in un tempo in cui la parola “intellettuale” oscilla
tra due caricature: da un lato l’esperto di partito che difende la linea,
dall’altro il moralista impotente che commenta tutto e non incide su nulla.
In mezzo a queste due figure se ne colloca spesso una terza:
il cortigiano colto, abile con le parole, che mette la propria intelligenza al
servizio della legittimazione del potere, qualunque esso sia.
Se ci fermiamo a queste immagini, parlare ancora di
“intellettuale” sembrerebbe solo un esercizio nostalgico. Diventa invece
interessante se proviamo a distinguere con chiarezza tra chi cerca di vedere le
crepe del sistema per aiutare la collettività a evolvere e chi, al contrario,
usa la propria mente per coprirle.
Per chiarire il ruolo dell’intellettuale bisogna prima
togliere di mezzo un equivoco: l’intellettuale non nasce nel vuoto. È figlio
del proprio tempo e del proprio gruppo sociale, con i suoi interessi, i suoi
pregiudizi, la sua lingua, i suoi limiti.
Gramsci ha insistito con forza su questo punto: non esiste
una “classe indipendente” di intellettuali sospesa sopra la società. Ogni
gruppo sociale tende a formare un proprio ceto intellettuale, organicamente
legato alla sua visione del mondo e al suo progetto di egemonia.
Questa intuizione resta preziosa perché ci ricorda che
l’intellettuale non è un angelo neutrale, ma una forma particolare di prodotto
sociale. Proprio per questo, tuttavia, l’intellettuale mantiene una possibilità
specifica: lavorare sui limiti del proprio contesto, vederne le crepe e
intravedere percorsi di sviluppo che non coincidano con la semplice difesa
dello status quo.
Trascendenza collettiva e “miglioramento generale”
Dire che l’intellettuale può “trascendere” il proprio gruppo
non significa immaginare una sorta di transustanziazione laica che lo separi
definitivamente dalla sua origine. Non esiste un’uscita ontologica dalla
propria storia sociale: ciò che cambia non è la natura dell’intellettuale, ma
il modo in cui si relaziona alle appartenenze che lo hanno formato.
L’intellettuale che mi interessa non è l’asceta che si salva
da solo, ma qualcuno che vede le crepe del proprio gruppo e del proprio tempo,
ne coglie anche il potenziale inespresso e prova a indicare percorsi di
trascendenza collettiva, cioè di miglioramento che riguardino tutti e ciascuno.
L’ascesi puramente individuale, in questo senso, rende l’intellettuale sterile:
lo separa dai processi reali invece di aiutarli a evolvere.
Ma “migliorare la situazione generale” che cosa significa,
concretamente? Non basta appellarsi a una generica idea di progresso.
Migliorare significa creare condizioni in cui ogni persona possa liberare il
proprio potenziale, vivere dignitosamente e sviluppare i propri talenti in
pace, senza che l’appartenenza etnica, sociale, religiosa, di genere – o
qualsiasi altra etichetta – determini rigidamente ciò che può o non può
diventare.
In questa prospettiva, l’intellettuale che prende sul serio
il proprio ruolo non lavora per il vantaggio di una nicchia, ma per allargare
lo spazio di possibilità di chi sta ai margini, di chi è vincolato da strutture
che non ha scelto. Il suo punto di vista resta situato, ma la direzione del suo
sguardo è più ampia del perimetro del gruppo da cui proviene.
Il lavoro dell’intellettuale: metodo, segnali deboli, onestà
Se questo è l’orizzonte, il dissenso competente non nasce da
un umore ma da un processo. Richiede studio, cioè confronto con saperi
preesistenti, letture, dialogo con altri. Richiede dati a supporto, un
ancoraggio a elementi verificabili – numeri, esperienze strutturate,
comparazioni storiche – per quanto sempre parziali e imperfetti. Richiede
infine una verifica iterativa: la disponibilità a mettere continuamente alla
prova le proprie ipotesi, a considerare obiezioni, a correggersi quando
emergono elementi nuovi.
Dentro questo percorso emerge una funzione specifica:
l’intellettuale come lettore di segnali deboli. Il suo compito non consiste
tanto nel produrre soluzioni tecniche, quanto nel leggere e far emergere indizi
precoci di crisi o trasformazioni, ancora confusi e silenziosi, che
preannunciano cambiamenti destinati prima o poi a esplodere.
Questo lavoro può manifestarsi in un saggio, in un articolo
o in una ricerca, ma anche in un romanzo, in un film, in una canzone che
“sente” l’aria del tempo e ne esprime le tensioni. Può passare attraverso
interventi pubblici, inchieste, pratiche artistiche che anticipano ciò che la
politica non vede ancora.
In questo senso l’intellettuale non è obbligato a trovare
soluzioni. Il suo ruolo principale è rendere visibile e intellegibile ciò che
la società sta già vivendo sotto traccia, prima che diventi ingestibile. La
diagnosi, se è onesta e tempestiva, è già una forma di intervento.
Tutto questo regge però solo se esiste onestà intellettuale.
Serve onestà verso se stessi: la capacità di riconoscere quando ci stiamo
raccontando storie comode per non vedere ciò che vediamo, quando stiamo
piegando una diagnosi per denaro, per desiderio di riconoscimento o per una
“giusta causa”. Serve poi onestà verso gli altri: il rifiuto di addomesticare
deliberatamente ciò che abbiamo compreso soltanto per mantenere una posizione o
un’appartenenza.
Noam Chomsky collega la responsabilità degli intellettuali
esattamente a questo: perseguire la verità e denunciare la menzogna,
soprattutto quando si tratta della menzogna del proprio governo, del proprio
campo, del proprio schieramento. L’intellettuale, nella sua accezione più
esigente, non è chi ha sempre ragione, ma chi rifiuta di usare consapevolmente
la propria intelligenza contro la verità che ha riconosciuto.
Intellettuali, cortigiani e la qualità del potere
Se mettiamo in fila questi elementi, la distinzione tra
intellettuale e cortigiano diventa più netta. L’intellettuale è chi cerca, per
quanto gli è possibile, di legarsi alla verità dei dati e alla coerenza del
ragionamento più che agli interessi immediati del proprio gruppo, è disposto a
rendere pubbliche le verità scomode a cui arriva, accetta di cambiare posizione
quando le premesse su cui si era appoggiato non reggono più e cerca di non
collocare la propria sopravvivenza materiale e simbolica interamente nelle mani
del potere che è chiamato a criticare.
Il cortigiano è l’esatto rovescio di questa figura. È colui
che, dopo aver visto una crepa significativa, sceglie consapevolmente di
adattare, diluire o nascondere ciò che ha compreso e protegge la leadership da
cui dipende, anche quando la considera dannosa per la collettività e,
paradossalmente, per la stessa organizzazione in cui opera. Julien Benda
parlava di “tradimento dei chierici” proprio in questo senso: intellettuali
che, invece di custodire valori universali come verità, giustizia e ragione, si
mettono al servizio di una causa temporale – un partito, una nazione, un potere
– lasciando che sia l’utile politico a decidere che cosa è vero.
Fino a qui ho guardato soprattutto dal lato
dell’intellettuale. Ma perché questo ruolo sia davvero efficace, serve anche un
certo tipo di potere. Non ha senso immaginare solo l’eroe solitario se il
contesto istituzionale è costruito per castrare sistematicamente ogni forma di
dissenso competente. Un potere “sano” dovrebbe, almeno in parte, tollerare e
proteggere il dissenso competente, cioè quel dissenso che nasce da studio, dati
e verifica iterativa, anche quando mette a rischio l’immagine del leader o del
gruppo dominante. Dovrebbe inoltre evitare di utilizzare la categoria di
“dissenso distruttivo” come etichetta automatica per neutralizzare chi
evidenzia crepe reali senza fornire immediatamente soluzioni.
La storia dell’URSS offre un esempio estremo di ciò che
accade quando questo non avviene: la sistematica repressione del dissenso
competente rese il sistema incapace di ascoltare i propri scricchiolii interni
e di correggere per tempo traiettorie che lo stavano portando al collasso. Un
potere che zittisce i propri sensori si condanna a vedere la realtà solo quando
è troppo tardi.
Naturalmente, non tutto ciò che si oppone al potere è
automaticamente “intellettuale” o utile. Esiste un dissenso competente, che
nasce da studio, confronto e dati, che si lascia mettere in discussione, che
può non avere soluzioni immediate ma illumina problemi reali. Esiste anche il
rumore: la reazione impulsiva o narcisistica che non mostra cura né per i fatti
né per la coerenza, che non evolve e non tiene conto delle obiezioni. La
tentazione più insidiosa, tuttavia, non è il rumore. È l’autoinganno “per una
giusta causa”: convincersi che piegare un po’ la verità, edulcorare una
diagnosi o tacere un rischio sia accettabile perché “altrimenti vince il
nemico” oppure “almeno così posso restare dentro e influire”. È qui che si
consuma, spesso in silenzio, il passaggio da intellettuale a cortigiano: quando
l’utile della causa diventa il criterio pratico per decidere che cosa dire, che
cosa tacere e che cosa deformare.
Una definizione possibile (e una nota personale)
Alla luce di tutto questo, una possibile definizione del
ruolo dell’intellettuale oggi potrebbe essere la seguente: l’intellettuale ha
il compito di leggere i segnali deboli che attraversano la società e di
renderli intellegibili, aiutando il potere a guardare dentro se stesso, a
riconoscere i propri limiti e a creare le condizioni perché la collettività
possa superarli.
Non ha l’obbligo di fornire soluzioni tecniche a ogni
problema che vede. Ha però la responsabilità di non tradire ciò che ha compreso
per mera convenienza e di non lasciare che le crepe restino invisibili finché
non diventano rovine.
Scrivo queste righe sapendo bene che nessuno, me incluso, è
al riparo dalle tentazioni del cortigiano: il bisogno di riconoscimento, la
paura di perdere una posizione, la seduzione della “giusta causa” che
giustifica tutto. Forse, allora, l’unico modo realistico di avvicinarsi alla
figura dell’intellettuale non è pensarsi puri, ma rimanere vigili su quando,
come e perché stiamo iniziando a raccontarci una storia comoda. È in quel punto
preciso che si decide se restiamo, almeno un po’, intellettuali, o se abbiamo
già iniziato a cambiare mestiere senza dircelo.
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