La società come responsabilità

Negli ultimi decenni abbiamo lentamente modificato il nostro modo di guardare il mondo. Non è cambiata soltanto la politica, non è cambiata soltanto l'economia e non sono cambiati soltanto i rapporti internazionali. È cambiato, soprattutto, il modo in cui immaginiamo la realtà e il rapporto che abbiamo con essa.

Ci siamo progressivamente abituati a considerare il mondo come qualcosa da amministrare piuttosto che come qualcosa sul quale continuare a incidere. L'economia viene spesso descritta come un insieme di regole inevitabili, i mercati come sistemi che rispondono a leggi proprie, gli equilibri geopolitici come dati di fatto e i rapporti di forza come conseguenze naturali della storia. In questo quadro alla politica rimane soprattutto il compito di gestire ciò che esiste, limitandosi, quando possibile, a renderne meno gravosi gli effetti. Anche il sindacato viene sempre più spesso valutato per la sua capacità di difendere l'esistente piuttosto che per quella di concorrere a immaginare un futuro diverso.

È una rappresentazione della realtà diventata così familiare da apparire quasi naturale. Eppure, la storia suggerisce una lettura diversa. Le società non esistono in natura. Esistono gli esseri umani, le loro relazioni e la capacità di attribuire significato a quelle relazioni. Tutto il resto è il risultato di un processo storico. Lo Stato, il mercato, il diritto, la scuola pubblica, il welfare, la democrazia rappresentativa, perfino il modo in cui concepiamo il lavoro, la proprietà o la cittadinanza non sono fenomeni naturali. Sono istituzioni che generazioni diverse hanno elaborato, modificato, difeso o messo in discussione nel corso del tempo.

Per questa ragione preferisco pensare alla società come a un processo piuttosto che come a una condizione. Ogni generazione eredita un mondo costruito da chi l'ha preceduta e, nello stesso tempo, contribuisce a lasciare quello che erediteranno le successive. La realtà sociale non è mai definitivamente data. Si forma e si trasforma attraverso decisioni, conflitti, compromessi, istituzioni, culture politiche e modi di interpretare la convivenza umana.

Dire che il mondo è una costruzione sociale non significa negare l'esistenza di vincoli economici, tecnologici o geopolitici. Significa riconoscere che quei vincoli non esauriscono mai lo spazio della politica. Tra ciò che esiste e ciò che potrebbe esistere rimane sempre uno spazio di scelta. È in quello spazio che nasce la responsabilità collettiva, perché ogni decisione contribuisce a dare forma alla società nella quale vivranno non soltanto coloro che la compiono, ma anche le generazioni che verranno.

Negli ultimi quarant'anni questo spazio si è progressivamente ristretto. L'idea che non esistano alternative, sintetizzata dall'espressione There Is No Alternative (TINA), non ha semplicemente orientato alcune politiche economiche. Ha modificato il modo stesso di concepire la politica. La domanda su quale società si voglia costruire ha lasciato il posto a un'altra domanda: come amministrare nel modo più efficiente una realtà considerata inevitabile. Il possibile ha progressivamente sostituito il desiderabile e, con il tempo, il desiderabile è stato ridefinito entro i confini del possibile.

Questo spostamento culturale produce una conseguenza che raramente viene esplicitata. Se il mondo viene percepito come qualcosa che accade, invece che come qualcosa alla cui formazione partecipiamo, anche la responsabilità tende a dissolversi. Le istituzioni amministrano, i governi gestiscono, i partiti rappresentano, il sindacato tutela, ma tutti finiscono per muoversi all'interno di un orizzonte dato, come se nessuno fosse realmente chiamato a interrogarsi sulla direzione dello sviluppo della società.

La storia racconta però un'altra vicenda. Ogni grande conquista sociale è nata molto prima della legge che l'ha resa effettiva. È nata quando qualcuno ha iniziato a guardare il mondo non come un dato da amministrare, ma come una realtà che poteva assumere una forma diversa. Se le generazioni che ci hanno preceduto avessero identificato il possibile con ciò che esisteva nel loro presente, molte delle libertà che oggi consideriamo parte integrante della democrazia non sarebbero mai esistite.

È da questa considerazione che nasce la riflessione che segue. Non riguarda soltanto la politica, il sindacato o la pace. Riguarda il modo in cui una società produce continuamente se stessa attraverso le proprie istituzioni, la propria cultura e le proprie scelte collettive.

La Costituzione come progetto di società

La Costituzione italiana viene spesso richiamata come il fondamento della nostra convivenza civile. È una definizione corretta, ma incompleta. Se la considerassimo soltanto l'atto con cui viene organizzato lo Stato, finiremmo per trascurarne la caratteristica più originale. La Costituzione non si limita a stabilire come funzionano le istituzioni. Indica anche quale idea di società la Repubblica è chiamata a realizzare.

Una costituzione può limitarsi a registrare un determinato equilibrio politico e sociale, trasformandolo in norme giuridiche. La nostra compie un'operazione diversa. Nasce da una società uscita dalla guerra, attraversata da profonde disuguaglianze economiche e sociali, e sceglie di non considerare quella realtà come un destino, ma come il punto di partenza di un percorso di trasformazione.

Lo si coglie osservando i verbi che attraversano la prima parte della Costituzione. La Repubblica rimuove gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona e l'uguaglianza sostanziale, promuove la cultura e la ricerca, tutela il paesaggio, il patrimonio storico e artistico, l'ambiente e la biodiversità, riconosce il lavoro come fondamento della Repubblica e ripudia la guerra. Anche l'iniziativa economica privata viene riconosciuta come libera, ma entro un limite preciso: non può svolgersi contro l'utilità sociale, la sicurezza, la libertà, la dignità umana, la salute e l'ambiente.

Non sono verbi che descrivono una realtà già compiuta. Esprimono un'idea dinamica della Repubblica. Le istituzioni non vengono immaginate come soggetti chiamati semplicemente ad amministrare l'esistente, ma come protagoniste di un processo attraverso il quale la società può avvicinarsi ai principi affermati dalla Costituzione.

Per questa ragione la Costituzione può essere letta anche come un progetto di società. I suoi principi non descrivono soltanto un ordinamento giuridico. Delineano un modello di convivenza. Gli articoli dedicati al lavoro, all'uguaglianza, alla funzione sociale dell'economia, alla tutela dell'ambiente e al ripudio della guerra non raccontano ciò che l'Italia era nel 1948. Indicano la direzione verso la quale la Repubblica è chiamata a muoversi.

Questa impostazione presuppone una precisa idea della politica. Se la società può essere trasformata, le istituzioni non si limitano a governarne gli effetti. Attraverso le leggi, le politiche pubbliche e l'azione amministrativa concorrono a darle forma. Ogni decisione contribuisce a definire il tipo di relazioni economiche, culturali e civili che caratterizzeranno la comunità nazionale. La politica non interviene quindi su una realtà immobile, ma su un processo storico al quale partecipa continuamente.

La Costituzione non attribuisce alla Repubblica il compito di costruire una società perfetta. Le assegna una direzione. La invita a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l'uguaglianza, a orientare l'economia verso l'utilità sociale, a riconoscere nel lavoro uno strumento di dignità e di partecipazione e a ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Ogni principio costituzionale individua una responsabilità e suggerisce, nello stesso tempo, un'idea di futuro.

È probabilmente questa la sua eredità più profonda. Ricordarci che la democrazia non consiste soltanto nell'eleggere governi chiamati ad amministrare il presente. Consiste anche nel dare continuità, attraverso le istituzioni e i corpi intermedi, a un progetto di società che trova nella Costituzione il proprio riferimento comune.

Il compito dei corpi intermedi

Se la società è un processo storico continuamente aperto alla trasformazione, anche il ruolo dei corpi intermedi assume un significato diverso. Partiti e sindacati non esistono soltanto per rappresentare interessi. Partecipano alla formazione della società attraverso le idee che elaborano, il linguaggio che utilizzano, le priorità che indicano e il modo in cui interpretano i bisogni di una comunità. La rappresentanza costituisce una parte della loro funzione, ma non la esaurisce. Ogni organizzazione collettiva contribuisce infatti a definire ciò che una società considera importante, giusto, inevitabile oppure modificabile.

La storia del movimento operaio e dei grandi partiti popolari mostra con chiarezza questa dinamica. I diritti del lavoro, la previdenza sociale, la sanità pubblica, l'istruzione accessibile e la progressiva estensione dei diritti civili non sono stati il risultato di un semplice adattamento all'esistente. Sono nati da organizzazioni che hanno modificato il modo in cui una comunità interpretava il lavoro, la cittadinanza, il ruolo dello Stato e la dignità della persona. Prima ancora di ottenere riforme, hanno trasformato la cultura politica, rendendo pensabili cambiamenti che fino a poco tempo prima apparivano irrealistici.

Per questa ragione la funzione dei corpi intermedi non può essere ridotta alla mediazione tra interessi diversi. Ogni piattaforma rivendicativa, ogni proposta politica, ogni iniziativa pubblica contribuisce a definire l'orizzonte entro il quale una collettività interpreta se stessa. Le organizzazioni non rappresentano soltanto la società. Contribuiscono a conservarne gli equilibri oppure a modificarli. Anche quando non ne sono pienamente consapevoli, partecipano alla formazione del senso comune, cioè di quell'insieme di convinzioni che, con il tempo, finiscono per apparire naturali e indiscutibili.

Questa responsabilità riguarda tutti i soggetti che prendono parte alla vita democratica, ma assume un significato particolare per le organizzazioni che si riconoscono nella tradizione della sinistra. La loro identità storica nasce infatti dalla convinzione che la realtà sociale non costituisca un dato immutabile, ma un processo sul quale è possibile intervenire. L'emancipazione, l'inclusione, l'uguaglianza sostanziale e l'estensione dei diritti presuppongono la stessa idea: che il presente non rappresenti il limite dell'azione politica e che il futuro non sia semplicemente il prolungamento del presente.

Questa impostazione non implica il rifiuto della realtà. Ogni organizzazione è chiamata a confrontarsi con vincoli economici, istituzionali e internazionali che non possono essere ignorati. Il problema nasce quando quei vincoli cessano di rappresentare il punto di partenza dell'azione politica e diventano il suo orizzonte definitivo. In quel momento il possibile sostituisce il desiderabile e la capacità di immaginare il futuro lascia progressivamente spazio all'amministrazione dell'esistente.

Quando partiti e sindacati rinunciano a interrogarsi sulla società che intendono contribuire a realizzare, non smettono per questo di incidere su di essa. Continuano a farlo, ma in modo diverso. Non elaborano più un'alternativa. Contribuiscono, spesso inconsapevolmente, alla riproduzione dell'ordine esistente. Anche questa è una scelta, benché venga frequentemente percepita come semplice realismo.

Se la società è una costruzione storica, nessun vuoto rimane tale a lungo. Ogni spazio lasciato libero viene occupato da altre idee, altri interessi, altre priorità e altri modi di interpretare la convivenza. È da questa consapevolezza che nasce una responsabilità della quale si parla poco e che non riguarda soltanto ciò che scegliamo di fare, ma anche ciò che scegliamo di non fare.

Le omissioni

Quando si riflette sulla responsabilità politica si tende quasi sempre a concentrare l'attenzione sulle decisioni che vengono assunte. Si discutono le leggi approvate, le riforme realizzate, gli accordi sottoscritti, le scelte economiche, le politiche industriali, le guerre combattute o evitate. È un modo naturale di osservare la vita pubblica, ma rischia di lasciarne in ombra una parte altrettanto importante.

Siamo abituati a pensare all'omissione come a una semplice assenza di azione. Nella vita sociale, però, il vuoto esiste raramente. Ogni spazio lasciato libero tende a essere occupato da altre idee, altri interessi, altri modi di interpretare la realtà. Per questa ragione il non agire coincide raramente con la neutralità. Anche le omissioni modificano il corso degli eventi, perché contribuiscono a determinare ciò che una società considera possibile, inevitabile oppure trasformabile.

La storia delle istituzioni democratiche lo mostra con chiarezza. Nessuna conquista sociale è nata spontaneamente. Ogni diritto riconosciuto è stato preceduto da un lungo lavoro culturale e politico. Allo stesso modo, ogni arretramento è stato preceduto dalla rinuncia a difendere idee, linguaggi e pratiche che fino a quel momento avevano contribuito a sostenerlo. Le società cambiano attraverso le decisioni che assumono, ma anche attraverso quelle che rinunciano ad assumere.

Per i corpi intermedi questa responsabilità è ancora più evidente. Partiti e sindacati incidono sulla società non soltanto quando avanzano una proposta o promuovono una mobilitazione. Lo fanno anche quando decidono che un tema non meriti più di essere affrontato, quando smettono di elaborare una visione del futuro o quando finiscono per considerare inevitabile ciò che, fino a poco tempo prima, ritenevano trasformabile. Anche il silenzio, quando proviene da soggetti che partecipano alla formazione della cultura politica di un Paese, contribuisce a ridefinire ciò che una comunità considera normale.

Mi è tornata spesso alla mente una frase attribuita a Fernando Pessoa, della cui autenticità non sono però certo: «Porto le cicatrici di tutte le battaglie non combattute». Non so se sia davvero sua, ma l'immagine contiene un'intuizione che trovo particolarmente efficace. Le battaglie che scegliamo di non combattere non scompaiono dalla storia. Continuano ad agire attraverso il mondo che lasciano agli altri.

Questo non riguarda soltanto le grandi scelte della politica nazionale o internazionale. Vale anche per le organizzazioni, per le istituzioni, per le comunità locali e, in fondo, per ciascuno di noi. Ogni volta che rinunciamo a esercitare una responsabilità che riconosciamo come nostra, non lasciamo semplicemente le cose come stanno. Contribuiamo, spesso inconsapevolmente, a consolidare gli equilibri esistenti o a favorire quelli che altri stanno costruendo.

L'omissione non rappresenta quindi il contrario dell'azione. È una diversa modalità di partecipazione alla storia. Anche ciò che scegliamo di non fare contribuisce a definire la società nella quale viviamo e quella che consegneremo alle generazioni successive.

È da questa consapevolezza che nasce una diversa idea della pace. Se azioni e omissioni concorrono entrambe a dare forma alla società, allora la pace non può essere ridotta alle decisioni prese quando una guerra è già iniziata. Comincia molto prima, nel modo in cui una comunità organizza le proprie istituzioni, interpreta i rapporti con gli altri e immagina il proprio futuro.

La pace come criterio

La riflessione sulle omissioni conduce naturalmente a un tema che, negli ultimi anni, è tornato al centro del dibattito pubblico: la pace. Se la società è il risultato delle scelte che compiamo e di quelle alle quali rinunciamo, anche la pace non può essere considerata un evento occasionale o il semplice contrario della guerra. È una condizione che si rafforza o si indebolisce ogni volta che una comunità definisce il proprio modello di sviluppo, organizza le proprie istituzioni, costruisce le proprie relazioni economiche e sceglie il modo in cui stare nel mondo.

Per questa ragione trovo sempre più utile distinguere tra chi considera la pace un obiettivo e chi la assume come criterio del proprio progetto politico. La differenza non riguarda le intenzioni. Quasi tutti, almeno sul piano delle dichiarazioni, si riconoscono nel valore della pace. Riguarda il posto che essa occupa nella visione della società che ciascuno contribuisce a elaborare.

Quando la pace viene considerata un obiettivo da perseguire soltanto dopo che un conflitto è esploso, diventa inevitabilmente una variabile dipendente. Si continua ad affermarne il valore, ma le decisioni vengono assunte sulla base di altri criteri: gli equilibri geopolitici, gli interessi economici, i rapporti di forza, le compatibilità industriali, la tutela dello status quo. La pace rimane così sullo sfondo come principio morale, mentre il progetto della società continua a essere guidato da logiche diverse.

È una contraddizione che attraversa buona parte del dibattito contemporaneo. Si parla molto di pace, ma raramente ci si domanda se le politiche economiche, industriali, fiscali, educative, sociali o internazionali che proponiamo contribuiscano realmente a rendere la guerra meno probabile. È come se la pace fosse un tema da affrontare separatamente, anziché una domanda da porre a ogni scelta pubblica.

Mi viene da descrivere questo approccio con un'espressione presa a prestito dal linguaggio della progettazione: Peace by Design. Il nome conta relativamente. L'idea, invece, mi sembra importante. Non si tratta di progettare la pace come se fosse una politica pubblica tra le altre, ma di progettare ogni politica pubblica in modo che contribuisca alla pace. La pace non rappresenta il risultato di un progetto specifico. Diventa una proprietà che ogni progetto dovrebbe incorporare fin dalla sua concezione.

Questo significa chiedersi, ogni volta che elaboriamo una politica pubblica, un piano industriale, una riforma economica, una strategia educativa o una scelta internazionale, se quella decisione rafforzi la cooperazione, la fiducia reciproca, la giustizia sociale e la capacità di risolvere i conflitti senza ricorrere alla forza oppure se, al contrario, alimenti competizione permanente, disuguaglianze, contrapposizioni e rapporti fondati sulla prevalenza del più forte. La domanda sulla pace non arriva alla fine del processo decisionale. Ne costituisce uno dei criteri iniziali.

Anche in questo caso la Costituzione offre una prospettiva diversa da quella che spesso domina il dibattito pubblico. L'articolo 11 non esprime soltanto un giudizio morale sulla guerra. Inserisce il suo ripudio all'interno dell'identità della Repubblica. Questo significa che la pace non costituisce un obiettivo settoriale, ma un principio destinato ad attraversare l'intera azione pubblica, così come fanno il lavoro, la dignità della persona, l'uguaglianza sostanziale e la funzione sociale dell'economia.

È in questa prospettiva che acquista significato la distinzione tra parlatori di pace e costruttori di pace. I primi collocano la pace tra i valori che dichiarano di condividere. I secondi la assumono come criterio con cui progettano e valutano ogni scelta pubblica. Sanno che una società non diventa più pacifica per le parole che pronuncia, ma per la coerenza con cui organizza le proprie istituzioni, la propria economia e le proprie relazioni con gli altri popoli.

Una responsabilità collettiva

Il filo che attraversa queste riflessioni può essere ricondotto a un'idea semplice. Le società non sono fenomeni naturali. Sono il risultato di un processo continuo nel quale istituzioni, corpi intermedi, organizzazioni, comunità e cittadini contribuiscono, ciascuno secondo la propria responsabilità, a dare forma alla convivenza nella quale vivono.

Per questa ragione il bene pubblico non coincide con la semplice somma degli interessi individuali, né con l'idea, inevitabilmente irrealistica, di costruire una società perfetta. Consiste nel creare le condizioni affinché ogni persona possa sviluppare liberamente le proprie capacità, vivere con dignità e partecipare alla vita della comunità senza essere costretta a considerare gli altri come avversari permanenti. Non elimina il conflitto, che appartiene alla vita democratica, ma impedisce che diventi il principio ordinatore della convivenza.

Ogni società educa. Lo fanno la scuola, la famiglia, le istituzioni, il lavoro e i mezzi di comunicazione. Lo fanno anche le politiche pubbliche, le scelte economiche e il linguaggio della politica. Ogni organizzazione collettiva, consapevolmente o meno, contribuisce a definire ciò che una comunità considera normale, desiderabile, inevitabile oppure trasformabile. Orienta comportamenti, attribuisce significato alle parole e, con il tempo, influenza il modo in cui le persone interpretano se stesse e il mondo che le circonda.

Per questo motivo una politica che si limiti ad amministrare l'esistente rinuncia a una parte della propria funzione. Governare significa certamente confrontarsi con la realtà, ma significa anche assumersi la responsabilità della realtà che ogni decisione contribuisce a plasmare. Nessuna scelta è neutrale. Nessuna omissione è priva di conseguenze. Anche gli atti più circoscritti partecipano a definire il tipo di società che lasceremo a chi verrà dopo di noi.

Questa responsabilità riguarda i governi, le istituzioni, i partiti, il sindacato e ogni altra organizzazione che concorra alla vita democratica. Riguarda anche ciascun cittadino, perché la democrazia non è soltanto un sistema di regole. È una pratica quotidiana attraverso la quale una comunità prende continuamente forma.

È probabilmente questa l'eredità più profonda della nostra Costituzione. Non ci chiede soltanto di rispettare un insieme di norme. Ci invita a partecipare a un progetto di società fondato sulla dignità della persona, sull'uguaglianza sostanziale, sul lavoro, sulla pace e sulla funzione sociale dell'economia. Non perché immagini un paradiso terrestre, ma perché riconosce che ogni comunità è sempre il risultato delle scelte che compie e di quelle alle quali rinuncia.

Il mondo nel quale viviamo non è soltanto quello che abbiamo ereditato. È anche quello che, ogni giorno, contribuiamo a lasciare a chi verrà dopo di noi. La responsabilità collettiva nasce precisamente da questa consapevolezza: comprendere che, attraverso le nostre azioni e le nostre omissioni, partecipiamo comunque alla forma che assumerà la società. La scelta non è se prenderne parte. La scelta è se farlo consapevolmente.

 

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