Tacchini, polli e altri animali da cortile

Con il passare degli anni il mio ottimismo della volontà si attenua a favore del pessimismo della ragione. Probabilmente ho poca fiducia nell’umanità per indole, anche se le mie convinzioni mi portano a credere che c’è possibilità di riscatto e che si può migliorare e tendere a una società più giusta, più libera e più uguale. E d’altra parte, se leggiamo la nostra Costituzione, questo è l’orizzonte che indica. Ragione per cui quelli come me la difendono strenuamente, anche dalla modifica di una virgola.

Detto questo, vedo un mondo popolato da una fauna varia, che mi ha fatto tornare in mente una vecchia storia, raccontata da Bertrand Russell e ripresa da Karl Popper, che oggi andrebbe riletta in chiave geopolitica. È la storia del “tacchino induttivista”: ogni mattina, alla stessa ora, il fattore gli porta il mangime. Il tacchino osserva con rigore: il fattore è puntuale con la pioggia e con il sole, d’estate e d’inverno, nei giorni feriali e festivi. Conclude, da buon “scienziato”, che il fattore è suo amico e che continuerà a nutrirlo per sempre. Fino al mattino del Ringraziamento, quando il fattore arriva, ma non con il cibo: con il coltello.

Popper usa questa allegoria per demolire l’ingenuità del metodo induttivo: nessuna sequenza di conferme, per quanto lunga, può garantirci che una legge sia vera per sempre. Conta la possibilità di confutarla; conta la consapevolezza che un solo “cigno nero” basta a far crollare la nostra teoria. Ma c’è un punto, nella storia del tacchino, che spesso passa sottotraccia: il tacchino non sbaglia nei dati, sbaglia nel capire l’intenzione del fattore. Il problema non è solo epistemologico, è politico: è un errore di lettura del rapporto di potere.

Fattore, lupi e volpi: chi è il nemico naturale?

Se spostiamo questa metafora sull’Europa di oggi, il tacchino siamo noi. Il fattore sono gli Stati Uniti. I lupi e le volpi che ci vengono indicati come “nemici naturali” hanno il volto della Russia e, in prospettiva, della Cina.

Dopo il 1991, sarebbe stato possibile costruire un ordine più cooperativo con la Russia, basato su aiuti economici e integrazione paritaria. Jeffrey Sachs ha raccontato come, a differenza della Polonia, che ottiene sospensione del debito e fondi di stabilizzazione, la Russia si vede respingere tutte le richieste di un vero “Grande Patto” di sostegno: niente riduzione del debito, niente piani di aiuto sufficienti, niente vera integrazione nell’economia occidentale. Quella scelta non è casuale: i neoconservatori spingono per un mondo unipolare, con gli USA come potenza egemone, e con la Russia ridotta a soggetto subordinato, non a partner.

Da lì nasce la narrativa dei “lupi” a Est: la Russia trasformata in minaccia strutturale, la Cina trattata come rivale sistemica, il tutto in un quadro dove l’Europa viene invitata a riconoscere come naturale il proprio interesse a stare sotto l’ombrello americano. Il tacchino europeo vede i pasti: sicurezza NATO, accesso al mercato USA, dollaro come ancora di stabilità. E conclude: “Il fattore ci protegge dai lupi, quindi è nostro amico”.

Il problema è che il fattore ha un suo disegno, che coincide con la propria egemonia globale, non con l’armonizzazione degli interessi. E quando quel disegno entra in collisione con l’interesse europeo, come tutte le potenze, il fattore sceglie sé stesso.

Il lento arrivo del Giorno del Ringraziamento

Oggi, il “giorno del Ringraziamento” dell’Europa non è un evento improvviso: è un processo che stiamo vedendo arrivare in diretta.

Sul fronte commerciale, Trump rivendica il “diritto assoluto” di imporre dazi, ha riattivato tariffe fino al 10‑12,5% su molte importazioni e avviato indagini sul lavoro forzato che includono UE, Cina e Giappone: un grimaldello per nuove barriere mirate. In parallelo, il negoziato sui dazi UE‑USA si svolge sotto una minaccia implicita: l’accordo di Turnberry porta a un tetto massimo del 15% sui dazi USA per gran parte delle esportazioni europee, ma l’Unione si impegna ad aprire il mercato a centinaia di miliardi di prodotti americani e a un maxi‑pacchetto energetico da 750 miliardi di dollari. Tradotto in linguaggio di cortile: il fattore sta dicendo al tacchino europeo che è meglio andare a mangiare direttamente nel suo cortile, altrimenti il costo del recinto aumenterà.

Trump non usa i dazi come una politica economica stabile, li usa come pistola sul tavolo: annuncia tariffe di ogni ordine di grandezza, pedaggi al 20% sui carichi di Hormuz, poi torna indietro quando ottiene concessioni o costruisce nuovi accordi. Il messaggio, per il tacchino europeo, è semplice: il fattore può sempre alzare il costo del recinto se il cortile non obbedisce.

Sul fronte militare, il quadro è ancora più netto. Tra il 2015‑19 e il 2020‑24 le importazioni di armi dei Paesi europei sono cresciute del 155% e circa il 64% di queste importazioni viene dagli USA. L’Europa è ormai responsabile di quasi un terzo delle importazioni mondiali di armamenti, e la quota statunitense aumenta proprio mentre la guerra in Ucraina svuota gli arsenali nazionali e spinge verso nuovi acquisti. Iniziative come il programma PURL (Prioritised Ukraine Requirements List), sviluppato da USA e NATO, coordinano acquisti di equipaggiamenti critici per l’Ucraina da stock statunitensi, finanziati da oltre venti paesi alleati: miliardi di dollari in armi che escono dai magazzini USA, pagate dai bilanci europei.

Qui il tacchino europeo non è più solo un induttivista ingenuo: vede che la guerra è anche un gigantesco trasferimento di risorse verso l’industria bellica statunitense, finanziata da bilanci europei. A quel punto smette perfino di comportarsi da tacchino “scientifico” e diventa pollo da cortile: vede altri polli a cui viene tirato il collo, assiste ai dazi, ai pedaggi, ai ricatti sugli acquisti di armi, ma non riesce più a processare l’informazione. Eppure, continua a ripetere che è “un sacrificio necessario per la sicurezza”, come se il disegno di Washington e quello europeo coincidessero automaticamente.

Dal gas russo al GNL americano: cambiare catene, non liberarsene

Sul piano energetico, l’analogia è evidente. La Commissione europea ha accelerato l’eliminazione del gas russo dal proprio mix energetico, puntando sul GNL statunitense: dal 2021 a oggi l’import di GNL USA è più che raddoppiato e nel 2025 circa il 60% del GNL arrivato nell’UE proveniva dagli Stati Uniti. Un accordo politico siglato nel 2025 prevede che, entro il 2028, attori europei acquistino gas naturale liquefatto, petrolio e prodotti nucleari statunitensi per un valore atteso di 750 miliardi di dollari, in cambio di un tetto al 15% sui dazi USA applicati a molte esportazioni europee.

Analisi indipendenti – dall’Ieefa a Oxford Economics – avvertono che l’Europa non ha risolto il problema della dipendenza, l’ha solo spostata da Mosca a Washington, con costi maggiori e margini di manovra inferiori: il GNL statunitense potrebbe arrivare a coprire il 75‑80% delle importazioni europee di gas liquefatto entro il 2030. In più, la gestione dello stretto di Hormuz viene reinterpretata come “servizio di sicurezza” americano: Trump ha prospettato, e poi in parte ritrattato, un pedaggio pari al 20% del valore dei carichi per il passaggio sicuro, rivendicando entrate in cambio della protezione militare. La differenza, sul piano sostanziale, fra questo meccanismo e il pizzo mafioso è difficile da spiegare. Il pedaggio del 20% nasce dentro una spirale di attacchi e raid tra Stati Uniti, Israele e Iran, in assenza di qualunque mandato ONU, e viene contestato dagli organismi internazionali come privo di base giuridica nello stretto di Hormuz. Paghi per un “servizio” che non hai scelto, a un soggetto che ha deciso unilateralmente di proclamarsi “guardiano dello Stretto” e che può renderti la vita impossibile se non accetti le sue condizioni: è la stessa logica del pizzo, trasferita dai vicoli di un quartiere mafioso alle rotte energetiche globali.

Il tacchino europeo ha cambiato fornitore di mangime, ma ora dipende dal fattore per sopravvivere sia d’inverno (energia) sia in guerra (armi). La “liberazione” dal gas russo è stata raccontata come conquista di libertà; i numeri dicono che abbiamo sostituito un vincolo con un altro, meno discutibile perché simbolicamente inserito nel campo “dei buoni”.

Dal tacchino induttivista al pollo

Finché l’Europa credeva che l’allineamento atlantico portasse benefici netti senza costi sproporzionati, l’errore era in gran parte epistemologico: un eccesso di fiducia nell’induzione. Guardavamo ai decenni di crescita, all’espansione del mercato unico, alla stabilità finanziaria sotto scudo NATO, e traevamo la conclusione che l’ombrello americano fosse il nostro destino naturale.

Oggi, però, le contro‑evidenze sono visibili a occhio nudo: dazi minacciati sui nostri prodotti, pressioni a spostare industria oltreoceano, pedaggi su chokepoint energetiche globali, esplosione delle spese militari che ingrassano l’industria USA, accordi energetici che legano la nostra sicurezza a un unico venditore. Insistere nel non rimettere in discussione la teoria “USA = alleato per definizione” non è più un semplice problema di metodo scientifico: è un atto di auto‑sottomissione politica.

Il tacchino induttivista sbaglia perché confonde un’abitudine con una legge naturale. Il tacchino europeo di oggi è peggio: sa che il fattore vuole diventare “guardiano” di Hormuz e pretende un 20% sul valore dei carichi in cambio della sua “sicurezza”, vede che ci vincola all’acquisto di armi made in USA, che impone nuovi dazi sulle nostre esportazioni e che ci chiede di spostare industria e investimenti oltre Atlantico. E qui il tacchino si trasforma in pollo: invece di rimettere in discussione la propria teoria, continua a razzolare nel cortile ripetendo le formule di rito – “amicizia”, “valori condivisi”, “alleanza imprescindibile” – come se qualunque vincolo con il fattore fosse, per definizione, una virtù.

Altri animali da cortile: gatti e cani

Nel nostro cortile geopolitico non ci sono solo tacchini e polli. Ci sono anche gatti e cani. I gatti sono quelli a cui il fattore concede privilegi: una poltrona, una rendita, un posto sicuro nel sistema. Hanno la ciotola piena e, per questo, si disinteressano quasi di tutto: non vogliono cambiare il cortile, vogliono solo che nessuno glielo tolga. Sono gran parte della classe politica e amministrativa che ha trasformato l’atlantismo in routine di carriera: non lo difendono per convinzione, ma perché è l’ambiente da cui traggono vantaggi personali.

I cani, invece, non sorvegliano il fattore: sorvegliano i tacchini per conto del fattore. Nella teoria democratica i media dovrebbero praticare il watchdog journalism, il “giornalismo cane da guardia” che tiene sotto pressione il potere e ne controlla gli abusi. Nel nostro cortile, troppo spesso, sono cani da guardia del potere: abbaiano contro chi dissente, mordono i tacchini che alzano la testa, bollano come filorussi, putiniani, complottisti o “anti‑occidentali” tutti quelli che osano contestare il racconto ufficiale sull’alleanza, sulla NATO, sulla guerra. Il loro compito non è difendere la democrazia dai poteri, ma difendere i poteri da qualunque critica democratica.

A questi si affianca una seconda razza di cani: gli intellettuali e i politici ben inseriti nelle grazie USA. Non si limitano ad abbaiare come i cani da guardia della stampa, fanno da cani da difesa del padrone: mettono a disposizione cultura, linguaggio, prestigio accademico per costruire la cornice teorica che giustifica ogni scelta del fattore. Scrivono editoriali, saggi, libri in cui l’allargamento della NATO è sempre “necessario”, il riarmo è sempre “responsabilità occidentale”, la dipendenza energetica dagli Stati Uniti è sempre “sicurezza”, e qualsiasi dubbio viene ribattezzato “propaganda russa”, “filoputinismo”, “ingenuità anti‑americana”. Non controllano il fattore; controllano che nessuno nel cortile lo metta in discussione: sono i cani da guardia ideologici dell’egemonia, quelli che mordono sul piano simbolico prima ancora che sul piano mediatico.

Un piccolo esame di coscienza per l’atlantista a ogni costo

In chiusura, invece di etichettare qualcuno come “tacchino stolto” o, meglio, “pollo”, si può proporre un breve esame di coscienza geopolitico, in cinque domande semplici.

1. Se passare dal gas russo al GNL americano significa impegnarsi a comprare 750 miliardi di dollari di prodotti energetici dagli Stati Uniti, con il GNL USA che può arrivare a coprire il 75‑80% delle nostre importazioni, sei davvero sicuro che abbiamo ridotto la vulnerabilità, o l’abbiamo solo spostata da Mosca a Washington?

2. Se tra il 2015‑19 e il 2020‑24 le importazioni di armi in Europa aumentano del 155% e circa il 60‑64% di queste arriva da industrie statunitensi, in che senso questo riarmo ci rende più autonomi da Washington, e non semplicemente più integrati nel suo complesso militare‑industriale?

3. Se la NATO si impegna ad alzare la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035, con una forte spinta americana e vertici che celebrano questa corsa al riarmo come “grande vittoria” per gli Stati Uniti, quanto di questa decisione nasce da una valutazione autonoma europea e quanto da una pressione esterna?

4. Se la definizione di minaccia, la lista dei nemici e la scala delle priorità di spesa sono fissate altrove – dall’agenda di Washington, dalla narrativa degli apparati NATO, dalla retorica dei “valori occidentali” – quali ambiti strategici restano davvero in mano europea? Puoi indicare dove finisce l’alleanza e dove inizia la subordinazione?

5. Se di fronte a dazi, pedaggi energetici, pressioni sugli appalti militari, obblighi di comprare GNL e armi dagli USA, la risposta è sempre “dobbiamo farlo perché siamo atlantici”, in quale momento smettiamo di essere tacchini induttivisti e diventiamo semplicemente polli da cortile, incapaci di rimettere in discussione la mappa anche quando vedono il coltello?

Non si tratta di scegliere se amare o odiare gli Stati Uniti, né di sostituire una fede atlantista con una fede eurasiatica. Si tratta di smettere di essere polli: riconoscere che in un mondo multipolare nessuna potenza è “naturalmente” amica, e che l’unica difesa reale consiste nel definire da sé i propri interessi, pesare costi e benefici, e accettare che un alleato può diventare, in certe circostanze, il fattore che ti ingrassa per il giorno del Ringraziamento.

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