Il conciaossa: fame, cura e invisibilità nella borgata. Una “tarecensione”

Come si dice, “non c’è due senza tre”, e quindi scrivo la mia terza (e per ora ultima) “tarecensione”. Ma dopo quella per Orso Tosco, che è un autore molto particolare, che mi piace molto come stile di scrittura e, per il poco che l’ho conosciuto, è anche una persona gentile e fin troppo umile per la sua abilità di scrittore – il suo commissario Gualtiero Bova per me è uno dei personaggi più belli e strampalati che troviamo oggi nel romanzo di serie italiano; quella per gli Elias Mandreu, trio spumeggiante, con almeno due che hanno ottimi romanzi anche da autori singoli, una “tarecensione” ho voluto farla anche per l’ultimo libro di una mia carissima amica da sempre: Paola Musa. Non dico da quanto tempo ci conosciamo perché a vedere me potreste pure crederci, ma a vedere lei direste che è una stupidaggine. Poetessa e scrittrice da sempre, maneggia la parola con grande consapevolezza, sia nel significato, sia nel suono, sia nel ritmo.

Quindi proverò a recensire, sempre usando i Tarocchi di Marsiglia, il suo ultimo romanzo e penultimo “vizio capitale”, la gola, con “Il conciaossa”.

Metodo di lettura

Questa lettura nasce da un metodo che incrocia i Tarocchi di Marsiglia e, quando il romanzo lo richiede, alcuni elementi di metagenealogia di Jodorowsky-Costa. Non per applicare al testo una griglia esterna, ma per mettere meglio a fuoco nuclei narrativi, trasmissioni familiari, blocchi, rovesciamenti e forme di cura. In questo caso il percorso è stato anche un po’ diverso dalle altre tarecensioni: prima sono emersi alcuni nuclei portanti del romanzo, poi su quei nuclei sono state formulate domande, e solo dopo le carte hanno lavorato come strumento interno di verifica e orientamento, attraverso “tiraggi”.

La gola come vuoto

“Il conciaossa” è un romanzo di borgata, corale e corporeo, profondamente radicato nella materia delle vite che si muovono ai margini di Roma: lotti popolari, piazze di spaccio, scale scrostate, cortili, cucine, stanze dove il corpo pesa, si ammala, mangia, desidera, aspetta.

È il sesto capitolo della serie che Paola dedica ai vizi capitali, la gola, che qui non coincide affatto con la semplice golosità. Diventa piuttosto una voragine affettiva: fame di cibo, certo, ma anche di amore, di ruolo, di riconoscimento. La forza del romanzo sta proprio nello spostare il vizio da un piano moralistico a un piano esistenziale: la gola, qui, è il nome di un vuoto.

Michele e il sapere ferito della cura

Michele Miluzzi porta questo vuoto nel corpo e nella vita. È un uomo solo, invalido, ex cameriere, affamato di presenza più ancora che di cibo, e per questo continuamente spinto a inventarsi una funzione: cuoco, sensitivo, lettore di tarocchi, conciaossa.

La sua goffaggine fa tenerezza, ma non cancella la serietà del suo bisogno. Michele cerca un posto nel quartiere e nel mondo, e prova a conquistarlo con i mezzi che ha: le mani, l’odore delle fritture, le parole, l’ascolto, il piccolo sapere sulle ossa. Il romanzo coglie bene questo punto: certi talenti non nascono dal nulla, vengono da lontano, arrivano per trasmissione, come se in una famiglia potessero passare insieme il dono e la ferita. Nel suo caso, il sapere del conciaossa ha il peso ambiguo di ciò che consola e insieme espone.

Questo aspetto rende Michele particolarmente interessante anche dentro una tradizione più ampia di guaritori popolari, di persone che “aggiustano” slogature, strappi, corpi fuori asse, e che spesso ricevono quel sapere per via familiare. Nel romanzo questa linea non viene trattata in chiave pittoresca o folklorica, ma come una possibilità concreta e marginale di cura: un sapere povero, non istituzionale, che sopravvive nei bordi del sociale e che proprio per questo resta esposto al sospetto, al ridicolo, all’ambiguità. Michele non è un guaritore sicuro di sé: è un uomo ferito che, proprio per questo, sente il dolore degli altri e tenta di toccarlo.

La borgata come organismo

Attorno a lui, la borgata non è uno sfondo ma un organismo. Le sue regole non scritte, i clan, le vedette, le retate, i rapporti ambigui con le forze dell’ordine, il peso di un marchio sociale già appiccicato addosso a chi ci vive costruiscono un sistema che modella le coscienze e restringe le possibilità di riscatto.

Paola è molto brava nel mostrare che, in un contesto così, anche i gesti apparentemente solidali o protettivi possono produrre l’effetto contrario: aiutare il quartiere significa talvolta alimentarne i meccanismi; cercare un ruolo significa esporsi di più; curare qualcuno non basta a cambiare il sistema che lo ferisce. È qui che il romanzo acquista spessore: non assolve nessuno, ma neppure riduce i suoi personaggi a funzioni sociologiche.

Matilde e Mattia

Fra le figure che fanno respirare il libro, Matilde e Mattia sono forse le più importanti. Matilde, vedova di malavita, con un passato contadino e un presente speso nel lavoro di hospice, porta dentro la storia una grazia trattenuta, quasi silenziosa. Non salva nessuno, non promette redenzione, ma mostra che si può attraversare il dolore senza farsene consumare del tutto.

Mattia, il bambino del violino, introduce invece nel romanzo una bellezza fragile e potentissima. La sua musica è davvero un fiore nel fango: non cancella il degrado, ma lo contraddice, e proprio per questo lo rende ancora più evidente. Quando il talento di un bambino, il corpo ferito di Michele e il paesaggio guasto della borgata si toccano, il romanzo raggiunge uno dei suoi punti più alti.

Un vizio che diventa domanda

Il cuore del libro resta la sua capacità di raccontare i vizi capitali come forme distorte del bisogno umano di esistere. La gola, in “Il conciaossa”, è fame di corpo e di comunità, di attenzione e di posto nel mondo. Non è la colpa di chi eccede, ma il sintomo di chi manca.

Ed è forse proprio questo che rende il romanzo così convincente: Paola non guarda i suoi personaggi dall’alto, non li usa per dimostrare una tesi morale, ma li segue nel punto esatto in cui il vizio smette di essere una categoria astratta e diventa una domanda umana lasciata troppo a lungo senza risposta.

Una strada diversa

Anche per questo questa recensione è nata in modo un po’ diverso dalle altre. Il metodo è rimasto sullo sfondo, dichiarato ma non esibito, e ha lavorato soprattutto per interrogare i nuclei del romanzo, non per sovrapporgli simboli.

Il risultato, almeno per come lo leggo, è un libro che tiene insieme il grottesco e il tragico, la fame e la tenerezza, il degrado e la cura, senza semplificare nulla. “Il conciaossa” resta addosso proprio per questo: perché sa raccontare gli invisibili non come figure esemplari o vittime, ma come esseri umani che continuano a cercare, in mezzo al fango, una forma qualunque di dignità.

 

Commenti

Post popolari in questo blog

Ecopatologia, guerra e transizione verde: una prospettiva dalla Sardegna

Intellettuali, cortigiani e potere

Si Deus cheret e sos Carabineris lu permittini / Se Dio vuole e i carabinieri lo permettono: una “tarecensione”