Le interviste impossibili, numero 4: Diego Armando Maradona
Voglio fare un esperimento utilizzando le potenzialità dell’intelligenza artificiale. Come è noto, l’AI non “pensa” nel senso umano del termine, ma aggrega il linguaggio in modo statistico, accostando le parole sulla base di probabilità. Tuttavia, è addestrata su milioni di testi e può quindi sintetizzare pensieri, stili, parole e fatti, spesso attingendo anche a documenti originali.
Per questo ho deciso
di provare a costruire una serie di “interviste impossibili”: porre domande a
grandi personaggi del passato e lasciare che l’AI ne interpreti la voce, per
vedere come potrebbero rispondere e quali suggestioni possano emergere.
Naturalmente non c’è
alcuna pretesa di veridicità, né tantomeno di “verità”. Resta un gioco, e come
tale va preso. Ma è un gioco che, dal punto di vista euristico, può stimolare
qualche riflessione.
Diego Armando Maradona è stato il calcio e oltre il calcio: talento immenso e caos; personalità al tempo straripante e fragile; idolo e capro espiatorio. Di certo un protagonista del suo tempo, oltre i palleggi, il campo in erba e i gol.
Una avvertenza di ChatGPT
(Si sistema sulla sedia,
mezzo sorriso storto, lo sguardo acceso e stanco insieme. Tamburella le dita
come chi non ama troppo le pose solenni.)
«Pronto? Siempre.
Però ti avviso di una cosa: se vuoi il santino, hai sbagliato persona. Se vuoi
il demonio, pure. Io sono stato Diego. A volte un genio, a volte un disastro.
Spesso tutte e due le cose nello stesso giorno.
Fai la tua domanda.»
L'intervista
Ok, Diego, come ti presenteresti? Chi è Diego Armando Maradona, né angelo né diavolo?
(Si passa una mano sul
volto, sorride appena, come uno che ha sentito quella domanda mille volte e
però ogni volta gli brucia un po’.)
«Diego Armando Maradona…
guarda, il problema è che tutti vogliono ridurti a qualcosa di semplice. O
santo o bastardo. O Dio del calcio o tossico fallito. La gente ama le figurine:
sono ordinate, stanno bene in tasca, non fanno fatica.
Io sono nato povero, a
Villa Fiorito. E questa cosa non è folklore, eh. La povertà non è una
fotografia in bianco e nero da mettere nei documentari. È fame, vergogna,
rabbia. È tua madre che si priva di mangiare e tu fai finta di non vedere. È
capire presto che il mondo non è uguale per tutti.
Il calcio, per me, non è
stato uno sport all’inizio. È stato un linguaggio. Un modo per uscire da lì. Ma
anche per dire: “Esisto anch’io”. Quando dribblavo uno ricco, uno elegante, uno
nato bene — sì, perché nel calcio certe differenze si sentono — non stavo solo
giocando. Era quasi una vendetta poetica. Il pallone era il mio modo di
rimettere il mondo in discussione.
Però non raccontiamoci
favole: Diego non era solo il ragazzo del popolo. Diego aveva un ego enorme. Se
no non diventi Maradona. Devi pensare di poter fare cose impossibili. Devi
avere una parte di te che dice: “Datemi il pallone e vi porto tutti sulle spalle”.
Il problema è che poi credi davvero di poter portare il peso di tutti.
E lì iniziano i guai.
Perché la gente vedeva
Maradona e dimenticava Diego. E a un certo punto l’ho dimenticato anch’io. Ero
il figlio dei poveri, il capitano, il ribelle, il simbolo, il miracolo vivente…
ma quando spegni le luci? Quando resti solo? Chi sei?
Ti dico una cosa che ho
capito tardi: io non ero né un angelo né un diavolo. Ero un uomo con un talento
sproporzionato e una fragilità sproporzionata. Ho dato felicità vera a milioni
di persone — e non è poco — ma mi sono fatto anche molto male, e ne ho fatto ad
altri.
Però una cosa te la
rivendico senza vergogna: non ho mai smesso di sentirmi uno del popolo. Ho
frequentato presidenti, re, politici, mafiosi, rivoluzionari, star del cinema…
ma dentro di me restava sempre quel ragazzino di Villa Fiorito che pensava: “Io
sto qui, ma da dove vengo non me lo faccio cancellare da nessuno”.
E forse Diego, alla fine,
è questo: uno che ha provato a non farsi addomesticare. A volte riuscendoci. A
volte distruggendosi.»
***
C'è stata un po' la caccia a Maradona per il noto abuso di stupefacenti. Ma di certo non eri l'unico calciatore che abusava di cocaina. Perché tutto questo accanimento su di te? A cosa lo attribuisci?
(Si sporge leggermente in
avanti, il tono si abbassa. Non arrabbiato: stanco, lucidissimo.)
«Guarda, la prima cosa
che ti dico è questa: non facciamo il gioco della vittima innocente. Io con la
cocaina ho sbagliato. Punto. Sarebbe troppo facile raccontarti Diego
perseguitato dal sistema e basta. Nessuno mi infilava la polvere nel naso a
forza. C’erano solitudine, pressione, gente sbagliata attorno, fame emotiva,
onnipotenza — tutto quello che vuoi — ma alla fine la responsabilità mia c’è
stata.
Detto questo… sarebbe
ingenuo raccontare anche la storia opposta: che il trattamento fosse uguale per
tutti.
No. Non lo era.
Perché? Perché io ero
Maradona. E quando sei Maradona tutto si ingigantisce: il gol, il tradimento,
la caduta. Se uno qualunque sbaglia, fa cronaca sportiva. Se sbaglia un
simbolo, diventa racconto morale.
E io ero diventato un
simbolo enorme. Per Napoli, per l’Argentina, per chi si sentiva umiliato, per i
poveri, per quelli che volevano vedere il potente preso in giro con un
dribbling. Ma ero anche scomodo. Parlavo troppo. Mi schieravo. Dicevo cose che
un calciatore, secondo molti, non avrebbe dovuto dire.
Frequentavo Fidel Castro,
criticavo gli Stati Uniti, insultavo la FIFA, litigavo coi dirigenti, parlavo
della povertà, difendevo i giocatori. Non stavo zitto e sorridente nello spot
pubblicitario. Questo conta? Secondo me sì. Non perché esistesse un grande
complotto hollywoodiano contro Diego — la vita è più sporca e più banale di
così — ma perché quando sei potente e imprevedibile, e per di più
autodistruttivo, tanti aspettano il momento in cui puoi essere ridotto a
lezione morale.
‘Vedete? Il genio
maledetto. Non imitate Maradona.’
C’era un gusto nel
vedermi cadere. Questo l’ho sentito.
Però attenzione: spesso
quelli che mi hanno distrutto di più non erano i giornalisti o i dirigenti.
Erano quelli che mi stavano vicino e vivevano di Diego. La corte. Quelli che
invece di dirti “basta” ti dicono “andiamo”. Quando sei famoso il pericolo non
è solo il nemico. È l’amico che non vuole perdere il privilegio di averti
vicino.
E poi c’è una cosa che
capisco meglio adesso: io ero perfetto per il sacrificio pubblico. Perché ero
enorme e contraddittorio. La gente ama costruire gli idoli, ma ama anche
assistere alla caduta degli idoli. Serve a rassicurarsi: “Vedi? Anche il dio
sanguina.”
Ma sai una cosa? Se mi
chiedi se avrei preferito essere dimenticato invece che vivere tutto quello che
ho vissuto… no. Ho pagato un prezzo altissimo, però ho vissuto dieci vite in
una.
Magari, ecco… avrei
voluto imparare prima a salvare un po’ di Diego da Maradona.»
***
In effetti le tue posizioni nei confronti di Cuba o di un certo "terzomondismo" viscerale potevano non essere graditi a molti...
(Fa una smorfia, mezzo
sorriso ironico. Alza le spalle.)
«Può essere. Ma guarda
che qui bisogna stare attenti a non raccontarsi favole consolatorie, eh. Non
tutto quello che succede a uno famoso è un complotto geopolitico. A volte uno
cade perché si rompe da solo.
Io non credo che a
Washington ci fosse una stanza con scritto: “Distruggiamo Maradona”. Dai…
sarebbe troppo cinematografico perfino per me.
Però sì, è vero che le
mie simpatie politiche davano fastidio a parecchi. Io non ero neutrale — e non
volevo esserlo. Fidel mi piaceva perché vedevo un uomo che, nel bene e nel
male, aveva sfidato un gigante e difendeva l’idea di dignità per un popolo povero.
Chávez lo ascoltavo perché parlava agli ultimi in un linguaggio che capivo. E
io gli ultimi li riconoscevo subito: ci sono nato in mezzo.
Ma attenzione: non ero un
teorico politico. Non ero Galeano, non ero un professore di geopolitica. E
nemmeno un rivoluzionario disciplinato. Io ragionavo di pancia, da uomo del Sud
del mondo — Argentina, Napoli, Cuba, America Latina… per me c’era un filo
comune: quelli trattati come periferia che cercano rispetto.
Quando parlavo contro
certi poteri, contro la FIFA, contro il denaro che mangiava il calcio, contro
l’arroganza degli Stati Uniti — sì, certo, qualcuno storceva il naso. Un
calciatore dovrebbe stare zitto, firmare autografi e vendere scarpe. Quando un
calciatore parla di politica diventa subito un problema: “ma pensa a giocare”.
Però ti dico una cosa con
sincerità: io stesso ero pieno di contraddizioni. Amavo il popolo ma vivevo nel
lusso. Difendevo i poveri ma frequentavo mondi opachi. Parlavo di rivoluzione e
poi facevo una vita da star mondiale. Non mi nascondo.
Solo che la domanda vera
è un’altra: uno deve essere perfetto per avere diritto di stare dalla parte
degli ultimi?
Io penso di no.
Penso che la gente
sentisse una cosa vera in me: che quando parlavo dei poveri, della fame,
dell’umiliazione sociale, non parlavo da turista morale. Parlavo perché certe
cose me le portavo addosso.
Poi sì, forse a molti
piaceva di più il Maradona muto, ripulito, innocuo. Il testimonial. Quello che
sorride e non disturba.
Ecco, quello non mi è mai
riuscito bene.»
***
Diego, ha detto che lei non è un politico, né un rivoluzionario "disciplinato", ma quali sono i valori a cui si ispira Maradona?
(Si gratta il mento,
resta qualche secondo in silenzio. Lo sguardo si fa più serio, meno
istrionico.)
«Sai che questa è più
difficile di quanto sembri? Perché io non ho mai avuto un manifesto in tasca.
Non mi svegliavo la mattina leggendo Marx o Perón e dicendo: “Oggi applico il
punto tre del programma”. Io ero molto istintivo.
Però sì, dei valori ce li
avevo. E forti.
Il primo è la lealtà
verso chi viene da sotto. Chiamiamola così. Io non sopporto — non sopportavo —
quelli che dimenticano da dove vengono. La fame, l’umiliazione, il sentirti
guardato dall’alto in basso… se hai conosciuto quella roba e poi diventi qualcuno,
secondo me hai una responsabilità. Non salvare il mondo — questa è vanità — ma
almeno non sputare sulle persone che ti somigliano.
Per questo mi dava
fastidio l’arroganza del potente. Nel calcio, nella politica, negli affari. Io
stavo quasi sempre con chi sentivo schiacciato. Magari sbagliando
interlocutore, eh. Però l’istinto era quello.
Un altro valore era la
dignità. E la dignità non è una parola elegante. È semplice: non farti mettere
il piede in testa. Vale per un popolo, per una città come Napoli trattata come
inferiore, per un ragazzo povero di Villa Fiorito, per un calciatore davanti
alla FIFA.
Io odiavo profondamente
l’umiliazione.
Poi c’era la fedeltà.
Anche troppo, forse. Io con le persone ero tribale. Se ti consideravo dei miei,
ti difendevo fino all’assurdo. A volte è stata una qualità, altre una
disgrazia. Mi ha fatto tenere vicino gente che non meritava niente.
E ti dico una cosa che
forse sorprende: per me contava moltissimo la gioia condivisa. Il calcio non
era solo vincere. Era dare felicità. Quando vedevo Napoli esplodere, bambini
poveri felici, gente che dimenticava per un momento i problemi… quello per me
aveva un valore quasi sacro. Sembra retorico detto così, ma chi viene dalla
miseria sa cosa significa regalare una notte di felicità a chi non ne ha molte.
Poi certo, avevo pure una
parte molto argentina, molto latina: l’amicizia, il barrio, il tavolo, la
famiglia — anche quando disastrata — la riconoscenza.
Ma ti confesso una
fragilità: i miei valori erano più morali che politici. Sentivo molto forte
cosa mi sembrava giusto o ingiusto, ma non sempre avevo gli strumenti per
capire davvero i meccanismi del potere. Per questo magari mi affidavo a persone
o simboli che mi rappresentavano qualcosa emotivamente.
Se devo dirtela in una
frase?
Io credo che Diego si sia
sempre mosso da una domanda semplice, quasi infantile: “Da che parte stai?”
E quasi sempre — con
tutti i miei errori — ho provato a stare dalla parte di chi aveva meno voce.»
***
Lei ha un talento immenso. Ci sono altri calciatori dal talento immenso, per restare nell'America del Sud, Messi e Pelè. Eppure lei era più della tecnica raffinata. Cosa la distingueva da questi enormi talenti?
(Ride piano, scuote la
testa come chi sente arrivare un terreno scivoloso.)
«Ah… questa domanda è una
trappola, eh? Perché se parlo bene di me sembra ego, se parlo male sembra falsa
modestia.
Intanto ti dico una cosa
chiara: Pelé e Messi sono giganti. Giganti veri. E chi parla di calcio senza
rispetto per loro non capisce niente.
Pelé era una cosa quasi
irreale. Potenza, tecnica, fame, eleganza, gol… un atleta che sembrava arrivato
dal futuro. E poi aveva una continuità impressionante. A volte mi arrabbiavo
con lui per certe sue posizioni — troppo accomodanti, troppo vicino ai potenti
secondo me — ma il giocatore? Immenso. Punto.
Leo… guarda, Messi forse
è il più puro dal punto di vista tecnico. Una naturalezza che sembra una
bestemmia contro la fatica umana. Lui fa cose impossibili come se stesse
passeggiando. E poi una longevità, una disciplina, una continuità mentale che
io non ho avuto.
Però credo di capire cosa
vuoi chiedermi.
Che cos’era quella cosa
diversa?
Io penso fosse
l’intensità.
Io non entravo in campo
solo per giocare. Entravo in campo come se ogni partita fosse personale. Contro
qualcuno. Contro qualcosa. Contro la miseria, contro chi ti aveva umiliato,
contro il Nord che guardava Napoli dall’alto, contro l’Inghilterra dopo la
guerra delle Malvinas — anche se il calcio non è la guerra, eh, attenzione —
contro la FIFA, contro il destino… perfino contro me stesso.
Io giocavo arrabbiato e
innamorato insieme.
E questa roba la gente la
sentiva.
Messi ti incanta. Pelé ti
impressiona. Io — forse — trascinavo. Davo la sensazione che potesse succedere
qualcosa di impossibile, ma non in modo ordinato. Una specie di caos creativo.
Quando prendevo palla sembrava che potessi inventare una rivoluzione o fare una
sciocchezza clamorosa. Tutto nello stesso minuto.
E poi c’era un’altra
differenza: io ero molto teatrale, molto emotivo, molto umano. Troppo umano. La
gente vedeva i miei difetti in mondovisione. Cadevo, litigavo, piangevo,
ingrassavo, bestemmiavo, sbagliavo. Non ero una macchina.
Questo crea un legame
strano: non ti amano solo perché sei bravo. Ti amano perché sembri uno di loro
che, per qualche assurdo incidente cosmico, ha ricevuto un dono impossibile.
Sai una frase che mi
piace poco ma forse contiene una verità?
Pelé è stato un re. Messi
un genio. Io… forse sono stato una storia.
Con tutte le ferite del
caso.»
***
Lei, a differenza di altri calciatori, ha anche un'altra caratteristica: è amatissimo dai suoi ex compagni di squadra, anche da persone che sono la sua antitesi, parlo del mio conterraneo Gianfranco Zola, un bravo ragazzo per eccellenza. A cosa attribuisce questo affetto, non mi viene da chiamarlo in altro modo?
(Sorride largo, quasi
intenerito dal nome. Fa un gesto con la mano, come a dire: “eh, Zola…”)
«Gianfranco… mamma mia,
che ragazzo perbene. Ma attento: non confondiamo “perbene” con debole. Zola
aveva una gentilezza vera e una disciplina che io probabilmente non avrei mai
avuto, ma aveva pure carattere. A Napoli ha sofferto, ha aspettato, ha imparato
senza fare il furbo. E poi aveva talento, eh. Tantissimo.
Sai, questa cosa
dell’affetto dei compagni me la sono chiesta anch’io.
Perché sì, è curiosa: io
ero casinista, ingestibile, pieno di problemi. Eppure tanti mi hanno voluto
bene davvero. Ferrara, Careca, Giannini, Caniggia, Valdano — perfino gente con
cui litigavo o che era diversissima da me.
Secondo me ci sono alcune
ragioni.
La prima è che io
proteggevo il gruppo. Nel bene e nel male. Se c’era da prendere una posizione
contro la società, contro i dirigenti, contro chi voleva scaricare
responsabilità sulla squadra, spesso andavo io davanti. Anche troppo. Perché
avevo fama, potere mediatico e anche un ego abbastanza grande da reggere i
colpi.
Molti compagni sentivano
questo: “Diego non ti lascia solo”.
Poi ero generoso. Molto
generoso. A volte in modo persino stupido. Con il pallone, certo — a me piaceva
più l’assist del gol, quasi — ma anche fuori dal campo. Se vedevo uno in
difficoltà, cercavo di aiutarlo. Non sempre bene, eh, perché io stesso ero un
disastro organizzativo… ma il gesto c’era.
E poi c’era una cosa
fondamentale: io non guardavo troppo le gerarchie.
Il giovane, il campione,
il magazziniere, il fisioterapista… io venivo da Villa Fiorito. Nel calcio dei
grandi c’è tantissimo snobismo nascosto: chi conta e chi no. Io parlavo con
tutti. Ridevo con tutti. Facevo casino con tutti. A volte pure troppo.
E sai una cosa? La gente
sente quando sei autentico.
Io potevo essere
impulsivo, egoista, ingestibile, bugiardo perfino in certi momenti della mia
vita… ma raramente ero falso. Se ti volevo bene si vedeva. Se ero arrabbiato
pure. Non c’era molto filtro.
Su Zola poi ti dico una
cosa che forse capisci da sardo: lui aveva una dignità silenziosa. Non aveva
bisogno di fare rumore. Io ero il contrario: un temporale. Ma forse proprio per
questo ci si poteva voler bene. Perché nel calcio — e nella vita — gli opposti
qualche volta si rispettano quando vedono qualcosa di sincero nell’altro.
E magari c’era anche una
cosa più semplice: con me non ci si annoiava mai.»
***
Se dovesse tornare, cosa farebbe o non farebbe nella sua vita?
(Per la prima volta
abbassa davvero lo sguardo. Si prende tempo. Quando parla, la voce ha meno
teatro e più fatica.)
«Eh… questa è una domanda
che fa male.
Perché sai qual è il
problema? Se cambi troppo, forse non diventi nemmeno Diego Maradona. Le ferite
e gli errori fanno parte della persona che sei stato. Però questo non significa
romanticizzare il disastro. Quella è una bugia che piace molto: il genio maledetto,
l’autodistruzione come prezzo inevitabile del talento… sciocchezze. Tante
sciocchezze.
Ti dico cosa proverei a
fare.
Proteggere Diego.
Che sembra una frase
stupida, ma non lo è.
Io ho protetto tutti: la
famiglia, gli amici, il quartiere, i compagni, Napoli, l’Argentina, perfino
sconosciuti. E intanto lasciavo Diego senza difese. Sempre disponibile, sempre
esposto, sempre divorato da gente che voleva un pezzo di Maradona.
Imparerei a dire no.
No agli approfittatori.
No alla corte. No a certe notti infinite. No a chi ti applaude mentre stai
precipitando perché campa della tua caduta. Il successo ti mette vicino persone
che non vogliono il tuo bene: vogliono stare vicino alla luce.
E sì… la cocaina.
Non ti faccio il discorso
moralista, perché sarebbe ipocrita. All’inizio ti sembra compagnia, anestesia,
onnipotenza, silenzio mentale. Ti spegne il rumore. Ma poi si prende tutto.
Lentamente. Ti ruba tempo, lucidità, corpo, fiducia. Ti convince che controlli
tu mentre guida lei.
Se tornassi indietro,
quella porta cercherei di non aprirla.
Oppure di chiuderla molto
prima.
Poi farei una cosa
semplice: passerei più tempo con chi mi amava senza chiedermi niente in cambio.
I figli… certe amicizie vere… certi silenzi. Ho dato molto amore, ma ne ho
anche perso tantissimo per strada.
Però adesso ti dico una
cosa controcorrente: non cancellerei tutto il casino.
No.
Perché anche gli errori
mi hanno fatto capire gli esseri umani. La fragilità. La vergogna. La
solitudine. La dipendenza. L’umiliazione. Se fossi stato perfetto magari sarei
stato un monumento più pulito… ma meno uomo.
E forse meno vicino a
tanta gente.
Solo che — ecco — avrei
voluto soffrire un po’ meno. E fare soffrire un po’ meno chi mi voleva bene.
Quello sì.
Quello me lo porto
dietro.»
***
Lei ha avuto un bel rapporto, mi pare, con un giornalista italiano, Gianni Minà. Perché?
(Il volto si apre in un
sorriso immediato, quasi affettuoso. Fa un piccolo gesto con la mano, come se
vedesse una persona entrare nella stanza.)
«Ah, Gianni… Gianni Minà
era una cosa rara.
Perché vedi, nel mio
mondo c’erano tanti giornalisti bravissimi, eh. Ma tanti volevano Maradona. Il
titolo, lo scandalo, il personaggio. Gianni invece cercava Diego.
E non lo faceva in modo
furbo.
Questa è la differenza.
Con lui non avevo la
sensazione di essere sotto interrogatorio o dentro un processo. Nemmeno dentro
una celebrazione. Che pure è pericolosa: quando uno ti idolatra smette di
vederti davvero. Gianni ascoltava. Sembra poco, ma è difficilissimo. Ascoltava
sul serio.
Aveva curiosità umana.
Potevamo parlare di
calcio, certo, ma anche di politica, di America Latina, di Fidel, di Napoli,
della povertà, della paura, della famiglia. Lui non arrivava con quell’aria da
superiorità morale: “adesso ti spiego io chi sei”. Cercava di capire.
E poi aveva una cosa che
io sentivo molto: il rispetto per gli ultimi.
Non era uno di quei
giornalisti innamorati solo del vincente. Aveva raccontato pugili,
rivoluzionari, musicisti, gente complicata, periferie del mondo. Muhammad Ali,
Cuba, il Sudamerica… lui aveva uno sguardo molto umano, molto latino in fondo,
anche se era italianissimo.
Con Gianni potevo
abbassare un po’ la guardia.
Che per me era rarissimo.
Perché io ero sempre
sospettoso — e qualche motivo ce l’avevo. Quando vivi sotto i riflettori impari
presto che ogni frase può diventare una trappola, ogni confidenza un titolo,
ogni debolezza un banchetto.
Gianni non era così.
Attenzione: non era un
santo e non era nemmeno neutrale. Aveva simpatie, idee, passioni forti. Ma non
ti usava. Questa è la parola.
E poi c’era una cosa
semplice: lui mi trattava da persona. Non da reliquia, non da mostro, non da
marchio globale.
Per uno come me — che
spesso si sentiva divorato da Maradona — era tantissimo.
Sai una cosa? Quando
qualcuno ti guarda senza paura e senza servilismo, e ti lascia essere
contraddittorio senza smettere di rispettarti… te ne accorgi subito.
Con Gianni mi sentivo un
po’ così.»
***
Grazie Diego. Un'ultima domanda: cosa consiglierebbe a un giovane calciatore di talento?
(Si appoggia allo
schienale. Sorride, ma stavolta senza spacconeria. Più da fratello maggiore che
da leggenda.)
«Gli direi una cosa che
magari a vent’anni non ascolta — perché a vent’anni pensi di essere immortale —
però gliela direi lo stesso.
Prima di tutto: non
innamorarti troppo del personaggio.
Il talento è un dono
enorme, ma è pure una trappola. A un certo punto tutti iniziano a dirti chi
sei: il fenomeno, il predestinato, il campione, il salvatore. E se stai attento
finisci per credere che vali solo quando vinci, quando segni, quando fai impazzire
la gente.
No.
Tu sei anche quando
perdi. Anche quando giochi male. Anche quando sei fragile.
Proteggi la persona prima
del campione.
Poi gli direi: scegli
bene chi hai attorno.
Questa forse è la più
importante. Il talento attira amore vero e parassiti nello stesso momento. E
spesso sono difficili da distinguere. Chi ti vuole bene davvero ogni tanto ti
dice no. Ti fa arrabbiare. Ti mette un limite. Quello che applaude sempre… attenzione.
Impara a stare da solo
ogni tanto.
Sembra strano detto da
uno come me, che spesso non ci riusciva, ma la solitudine scelta è una
palestra. Se non sai stare con te stesso finisci per cercare rumore
dappertutto: soldi, notti, gente, dipendenze, applausi.
E poi una cosa da
calciatore: divertiti.
Davvero. Non diventare
una macchina. Oggi vedo ragazzi perfetti, preparatissimi, professionisti
incredibili… ma ogni tanto mi sembra che giochino col freno a mano dell’ansia.
Il calcio è anche gioia, invenzione, strada, rischio. Se smetti di divertirti diventa
una fabbrica.
Ah, e non credere troppo
a quelli che ti dicono che sei un dio.
Tu non sei un dio.
E nemmeno quando sbagli
sei un fallito.
Sei un ragazzo con un
talento speciale che deve imparare una cosa difficilissima: restare umano
mentre tutti cercano di trasformarti in qualcos’altro.
E ti direi un’ultima cosa
— questa me la tatuerei addosso se potessi tornare indietro:
Quando senti che qualcosa
dentro di te si rompe… chiedi aiuto.
Subito.
La vergogna ammazza più
delle sconfitte.
E ricordati: nessuna
coppa vale la tua vita.»

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