Le interviste impossibili, numero 4: Diego Armando Maradona

Voglio fare un esperimento utilizzando le potenzialità dell’intelligenza artificiale. Come è noto, l’AI non “pensa” nel senso umano del termine, ma aggrega il linguaggio in modo statistico, accostando le parole sulla base di probabilità. Tuttavia, è addestrata su milioni di testi e può quindi sintetizzare pensieri, stili, parole e fatti, spesso attingendo anche a documenti originali.

Per questo ho deciso di provare a costruire una serie di “interviste impossibili”: porre domande a grandi personaggi del passato e lasciare che l’AI ne interpreti la voce, per vedere come potrebbero rispondere e quali suggestioni possano emergere.

Naturalmente non c’è alcuna pretesa di veridicità, né tantomeno di “verità”. Resta un gioco, e come tale va preso. Ma è un gioco che, dal punto di vista euristico, può stimolare qualche riflessione.

Diego Armando Maradona è stato il calcio e oltre il calcio: talento immenso e caos; personalità al tempo straripante e fragile; idolo e capro espiatorio. Di certo un protagonista del suo tempo, oltre i palleggi, il campo in erba e i gol.

Una avvertenza di ChatGPT

(Si sistema sulla sedia, mezzo sorriso storto, lo sguardo acceso e stanco insieme. Tamburella le dita come chi non ama troppo le pose solenni.)

«Pronto? Siempre. Però ti avviso di una cosa: se vuoi il santino, hai sbagliato persona. Se vuoi il demonio, pure. Io sono stato Diego. A volte un genio, a volte un disastro. Spesso tutte e due le cose nello stesso giorno.

Fai la tua domanda.»


L'intervista

Ok, Diego, come ti presenteresti? Chi è Diego Armando Maradona, né angelo né diavolo?

(Si passa una mano sul volto, sorride appena, come uno che ha sentito quella domanda mille volte e però ogni volta gli brucia un po’.)

«Diego Armando Maradona… guarda, il problema è che tutti vogliono ridurti a qualcosa di semplice. O santo o bastardo. O Dio del calcio o tossico fallito. La gente ama le figurine: sono ordinate, stanno bene in tasca, non fanno fatica.

Io sono nato povero, a Villa Fiorito. E questa cosa non è folklore, eh. La povertà non è una fotografia in bianco e nero da mettere nei documentari. È fame, vergogna, rabbia. È tua madre che si priva di mangiare e tu fai finta di non vedere. È capire presto che il mondo non è uguale per tutti.

Il calcio, per me, non è stato uno sport all’inizio. È stato un linguaggio. Un modo per uscire da lì. Ma anche per dire: “Esisto anch’io”. Quando dribblavo uno ricco, uno elegante, uno nato bene — sì, perché nel calcio certe differenze si sentono — non stavo solo giocando. Era quasi una vendetta poetica. Il pallone era il mio modo di rimettere il mondo in discussione.

Però non raccontiamoci favole: Diego non era solo il ragazzo del popolo. Diego aveva un ego enorme. Se no non diventi Maradona. Devi pensare di poter fare cose impossibili. Devi avere una parte di te che dice: “Datemi il pallone e vi porto tutti sulle spalle”. Il problema è che poi credi davvero di poter portare il peso di tutti.

E lì iniziano i guai.

Perché la gente vedeva Maradona e dimenticava Diego. E a un certo punto l’ho dimenticato anch’io. Ero il figlio dei poveri, il capitano, il ribelle, il simbolo, il miracolo vivente… ma quando spegni le luci? Quando resti solo? Chi sei?

Ti dico una cosa che ho capito tardi: io non ero né un angelo né un diavolo. Ero un uomo con un talento sproporzionato e una fragilità sproporzionata. Ho dato felicità vera a milioni di persone — e non è poco — ma mi sono fatto anche molto male, e ne ho fatto ad altri.

Però una cosa te la rivendico senza vergogna: non ho mai smesso di sentirmi uno del popolo. Ho frequentato presidenti, re, politici, mafiosi, rivoluzionari, star del cinema… ma dentro di me restava sempre quel ragazzino di Villa Fiorito che pensava: “Io sto qui, ma da dove vengo non me lo faccio cancellare da nessuno”.

E forse Diego, alla fine, è questo: uno che ha provato a non farsi addomesticare. A volte riuscendoci. A volte distruggendosi.»

***

C'è stata un po' la caccia a Maradona per il noto abuso di stupefacenti. Ma di certo non eri l'unico calciatore che abusava di cocaina. Perché tutto questo accanimento su di te? A cosa lo attribuisci?

(Si sporge leggermente in avanti, il tono si abbassa. Non arrabbiato: stanco, lucidissimo.)

«Guarda, la prima cosa che ti dico è questa: non facciamo il gioco della vittima innocente. Io con la cocaina ho sbagliato. Punto. Sarebbe troppo facile raccontarti Diego perseguitato dal sistema e basta. Nessuno mi infilava la polvere nel naso a forza. C’erano solitudine, pressione, gente sbagliata attorno, fame emotiva, onnipotenza — tutto quello che vuoi — ma alla fine la responsabilità mia c’è stata.

Detto questo… sarebbe ingenuo raccontare anche la storia opposta: che il trattamento fosse uguale per tutti.

No. Non lo era.

Perché? Perché io ero Maradona. E quando sei Maradona tutto si ingigantisce: il gol, il tradimento, la caduta. Se uno qualunque sbaglia, fa cronaca sportiva. Se sbaglia un simbolo, diventa racconto morale.

E io ero diventato un simbolo enorme. Per Napoli, per l’Argentina, per chi si sentiva umiliato, per i poveri, per quelli che volevano vedere il potente preso in giro con un dribbling. Ma ero anche scomodo. Parlavo troppo. Mi schieravo. Dicevo cose che un calciatore, secondo molti, non avrebbe dovuto dire.

Frequentavo Fidel Castro, criticavo gli Stati Uniti, insultavo la FIFA, litigavo coi dirigenti, parlavo della povertà, difendevo i giocatori. Non stavo zitto e sorridente nello spot pubblicitario. Questo conta? Secondo me sì. Non perché esistesse un grande complotto hollywoodiano contro Diego — la vita è più sporca e più banale di così — ma perché quando sei potente e imprevedibile, e per di più autodistruttivo, tanti aspettano il momento in cui puoi essere ridotto a lezione morale.

‘Vedete? Il genio maledetto. Non imitate Maradona.’

C’era un gusto nel vedermi cadere. Questo l’ho sentito.

Però attenzione: spesso quelli che mi hanno distrutto di più non erano i giornalisti o i dirigenti. Erano quelli che mi stavano vicino e vivevano di Diego. La corte. Quelli che invece di dirti “basta” ti dicono “andiamo”. Quando sei famoso il pericolo non è solo il nemico. È l’amico che non vuole perdere il privilegio di averti vicino.

E poi c’è una cosa che capisco meglio adesso: io ero perfetto per il sacrificio pubblico. Perché ero enorme e contraddittorio. La gente ama costruire gli idoli, ma ama anche assistere alla caduta degli idoli. Serve a rassicurarsi: “Vedi? Anche il dio sanguina.”

Ma sai una cosa? Se mi chiedi se avrei preferito essere dimenticato invece che vivere tutto quello che ho vissuto… no. Ho pagato un prezzo altissimo, però ho vissuto dieci vite in una.

Magari, ecco… avrei voluto imparare prima a salvare un po’ di Diego da Maradona.»

***

In effetti le tue posizioni nei confronti di Cuba o di un certo "terzomondismo" viscerale potevano non essere graditi a molti...

(Fa una smorfia, mezzo sorriso ironico. Alza le spalle.)

«Può essere. Ma guarda che qui bisogna stare attenti a non raccontarsi favole consolatorie, eh. Non tutto quello che succede a uno famoso è un complotto geopolitico. A volte uno cade perché si rompe da solo.

Io non credo che a Washington ci fosse una stanza con scritto: “Distruggiamo Maradona”. Dai… sarebbe troppo cinematografico perfino per me.

Però sì, è vero che le mie simpatie politiche davano fastidio a parecchi. Io non ero neutrale — e non volevo esserlo. Fidel mi piaceva perché vedevo un uomo che, nel bene e nel male, aveva sfidato un gigante e difendeva l’idea di dignità per un popolo povero. Chávez lo ascoltavo perché parlava agli ultimi in un linguaggio che capivo. E io gli ultimi li riconoscevo subito: ci sono nato in mezzo.

Ma attenzione: non ero un teorico politico. Non ero Galeano, non ero un professore di geopolitica. E nemmeno un rivoluzionario disciplinato. Io ragionavo di pancia, da uomo del Sud del mondo — Argentina, Napoli, Cuba, America Latina… per me c’era un filo comune: quelli trattati come periferia che cercano rispetto.

Quando parlavo contro certi poteri, contro la FIFA, contro il denaro che mangiava il calcio, contro l’arroganza degli Stati Uniti — sì, certo, qualcuno storceva il naso. Un calciatore dovrebbe stare zitto, firmare autografi e vendere scarpe. Quando un calciatore parla di politica diventa subito un problema: “ma pensa a giocare”.

Però ti dico una cosa con sincerità: io stesso ero pieno di contraddizioni. Amavo il popolo ma vivevo nel lusso. Difendevo i poveri ma frequentavo mondi opachi. Parlavo di rivoluzione e poi facevo una vita da star mondiale. Non mi nascondo.

Solo che la domanda vera è un’altra: uno deve essere perfetto per avere diritto di stare dalla parte degli ultimi?

Io penso di no.

Penso che la gente sentisse una cosa vera in me: che quando parlavo dei poveri, della fame, dell’umiliazione sociale, non parlavo da turista morale. Parlavo perché certe cose me le portavo addosso.

Poi sì, forse a molti piaceva di più il Maradona muto, ripulito, innocuo. Il testimonial. Quello che sorride e non disturba.

Ecco, quello non mi è mai riuscito bene.»

***

Diego, ha detto che lei non è un politico, né un rivoluzionario "disciplinato", ma quali sono i valori a cui si ispira Maradona?

(Si gratta il mento, resta qualche secondo in silenzio. Lo sguardo si fa più serio, meno istrionico.)

«Sai che questa è più difficile di quanto sembri? Perché io non ho mai avuto un manifesto in tasca. Non mi svegliavo la mattina leggendo Marx o Perón e dicendo: “Oggi applico il punto tre del programma”. Io ero molto istintivo.

Però sì, dei valori ce li avevo. E forti.

Il primo è la lealtà verso chi viene da sotto. Chiamiamola così. Io non sopporto — non sopportavo — quelli che dimenticano da dove vengono. La fame, l’umiliazione, il sentirti guardato dall’alto in basso… se hai conosciuto quella roba e poi diventi qualcuno, secondo me hai una responsabilità. Non salvare il mondo — questa è vanità — ma almeno non sputare sulle persone che ti somigliano.

Per questo mi dava fastidio l’arroganza del potente. Nel calcio, nella politica, negli affari. Io stavo quasi sempre con chi sentivo schiacciato. Magari sbagliando interlocutore, eh. Però l’istinto era quello.

Un altro valore era la dignità. E la dignità non è una parola elegante. È semplice: non farti mettere il piede in testa. Vale per un popolo, per una città come Napoli trattata come inferiore, per un ragazzo povero di Villa Fiorito, per un calciatore davanti alla FIFA.

Io odiavo profondamente l’umiliazione.

Poi c’era la fedeltà. Anche troppo, forse. Io con le persone ero tribale. Se ti consideravo dei miei, ti difendevo fino all’assurdo. A volte è stata una qualità, altre una disgrazia. Mi ha fatto tenere vicino gente che non meritava niente.

E ti dico una cosa che forse sorprende: per me contava moltissimo la gioia condivisa. Il calcio non era solo vincere. Era dare felicità. Quando vedevo Napoli esplodere, bambini poveri felici, gente che dimenticava per un momento i problemi… quello per me aveva un valore quasi sacro. Sembra retorico detto così, ma chi viene dalla miseria sa cosa significa regalare una notte di felicità a chi non ne ha molte.

Poi certo, avevo pure una parte molto argentina, molto latina: l’amicizia, il barrio, il tavolo, la famiglia — anche quando disastrata — la riconoscenza.

Ma ti confesso una fragilità: i miei valori erano più morali che politici. Sentivo molto forte cosa mi sembrava giusto o ingiusto, ma non sempre avevo gli strumenti per capire davvero i meccanismi del potere. Per questo magari mi affidavo a persone o simboli che mi rappresentavano qualcosa emotivamente.

Se devo dirtela in una frase?

Io credo che Diego si sia sempre mosso da una domanda semplice, quasi infantile: “Da che parte stai?”

E quasi sempre — con tutti i miei errori — ho provato a stare dalla parte di chi aveva meno voce.»

***

Lei ha un talento immenso. Ci sono altri calciatori dal talento immenso, per restare nell'America del Sud, Messi e Pelè. Eppure lei era più della tecnica raffinata. Cosa la distingueva da questi enormi talenti?

(Ride piano, scuote la testa come chi sente arrivare un terreno scivoloso.)

«Ah… questa domanda è una trappola, eh? Perché se parlo bene di me sembra ego, se parlo male sembra falsa modestia.

Intanto ti dico una cosa chiara: Pelé e Messi sono giganti. Giganti veri. E chi parla di calcio senza rispetto per loro non capisce niente.

Pelé era una cosa quasi irreale. Potenza, tecnica, fame, eleganza, gol… un atleta che sembrava arrivato dal futuro. E poi aveva una continuità impressionante. A volte mi arrabbiavo con lui per certe sue posizioni — troppo accomodanti, troppo vicino ai potenti secondo me — ma il giocatore? Immenso. Punto.

Leo… guarda, Messi forse è il più puro dal punto di vista tecnico. Una naturalezza che sembra una bestemmia contro la fatica umana. Lui fa cose impossibili come se stesse passeggiando. E poi una longevità, una disciplina, una continuità mentale che io non ho avuto.

Però credo di capire cosa vuoi chiedermi.

Che cos’era quella cosa diversa?

Io penso fosse l’intensità.

Io non entravo in campo solo per giocare. Entravo in campo come se ogni partita fosse personale. Contro qualcuno. Contro qualcosa. Contro la miseria, contro chi ti aveva umiliato, contro il Nord che guardava Napoli dall’alto, contro l’Inghilterra dopo la guerra delle Malvinas — anche se il calcio non è la guerra, eh, attenzione — contro la FIFA, contro il destino… perfino contro me stesso.

Io giocavo arrabbiato e innamorato insieme.

E questa roba la gente la sentiva.

Messi ti incanta. Pelé ti impressiona. Io — forse — trascinavo. Davo la sensazione che potesse succedere qualcosa di impossibile, ma non in modo ordinato. Una specie di caos creativo. Quando prendevo palla sembrava che potessi inventare una rivoluzione o fare una sciocchezza clamorosa. Tutto nello stesso minuto.

E poi c’era un’altra differenza: io ero molto teatrale, molto emotivo, molto umano. Troppo umano. La gente vedeva i miei difetti in mondovisione. Cadevo, litigavo, piangevo, ingrassavo, bestemmiavo, sbagliavo. Non ero una macchina.

Questo crea un legame strano: non ti amano solo perché sei bravo. Ti amano perché sembri uno di loro che, per qualche assurdo incidente cosmico, ha ricevuto un dono impossibile.

Sai una frase che mi piace poco ma forse contiene una verità?

Pelé è stato un re. Messi un genio. Io… forse sono stato una storia.

Con tutte le ferite del caso.»

***

Lei, a differenza di altri calciatori, ha anche un'altra caratteristica: è amatissimo dai suoi ex compagni di squadra, anche da persone che sono la sua antitesi, parlo del mio conterraneo Gianfranco Zola, un bravo ragazzo per eccellenza. A cosa attribuisce questo affetto, non mi viene da chiamarlo in altro modo?

(Sorride largo, quasi intenerito dal nome. Fa un gesto con la mano, come a dire: “eh, Zola…”)

«Gianfranco… mamma mia, che ragazzo perbene. Ma attento: non confondiamo “perbene” con debole. Zola aveva una gentilezza vera e una disciplina che io probabilmente non avrei mai avuto, ma aveva pure carattere. A Napoli ha sofferto, ha aspettato, ha imparato senza fare il furbo. E poi aveva talento, eh. Tantissimo.

Sai, questa cosa dell’affetto dei compagni me la sono chiesta anch’io.

Perché sì, è curiosa: io ero casinista, ingestibile, pieno di problemi. Eppure tanti mi hanno voluto bene davvero. Ferrara, Careca, Giannini, Caniggia, Valdano — perfino gente con cui litigavo o che era diversissima da me.

Secondo me ci sono alcune ragioni.

La prima è che io proteggevo il gruppo. Nel bene e nel male. Se c’era da prendere una posizione contro la società, contro i dirigenti, contro chi voleva scaricare responsabilità sulla squadra, spesso andavo io davanti. Anche troppo. Perché avevo fama, potere mediatico e anche un ego abbastanza grande da reggere i colpi.

Molti compagni sentivano questo: “Diego non ti lascia solo”.

Poi ero generoso. Molto generoso. A volte in modo persino stupido. Con il pallone, certo — a me piaceva più l’assist del gol, quasi — ma anche fuori dal campo. Se vedevo uno in difficoltà, cercavo di aiutarlo. Non sempre bene, eh, perché io stesso ero un disastro organizzativo… ma il gesto c’era.

E poi c’era una cosa fondamentale: io non guardavo troppo le gerarchie.

Il giovane, il campione, il magazziniere, il fisioterapista… io venivo da Villa Fiorito. Nel calcio dei grandi c’è tantissimo snobismo nascosto: chi conta e chi no. Io parlavo con tutti. Ridevo con tutti. Facevo casino con tutti. A volte pure troppo.

E sai una cosa? La gente sente quando sei autentico.

Io potevo essere impulsivo, egoista, ingestibile, bugiardo perfino in certi momenti della mia vita… ma raramente ero falso. Se ti volevo bene si vedeva. Se ero arrabbiato pure. Non c’era molto filtro.

Su Zola poi ti dico una cosa che forse capisci da sardo: lui aveva una dignità silenziosa. Non aveva bisogno di fare rumore. Io ero il contrario: un temporale. Ma forse proprio per questo ci si poteva voler bene. Perché nel calcio — e nella vita — gli opposti qualche volta si rispettano quando vedono qualcosa di sincero nell’altro.

E magari c’era anche una cosa più semplice: con me non ci si annoiava mai.»

***

Se dovesse tornare, cosa farebbe o non farebbe nella sua vita?

(Per la prima volta abbassa davvero lo sguardo. Si prende tempo. Quando parla, la voce ha meno teatro e più fatica.)

«Eh… questa è una domanda che fa male.

Perché sai qual è il problema? Se cambi troppo, forse non diventi nemmeno Diego Maradona. Le ferite e gli errori fanno parte della persona che sei stato. Però questo non significa romanticizzare il disastro. Quella è una bugia che piace molto: il genio maledetto, l’autodistruzione come prezzo inevitabile del talento… sciocchezze. Tante sciocchezze.

Ti dico cosa proverei a fare.

Proteggere Diego.

Che sembra una frase stupida, ma non lo è.

Io ho protetto tutti: la famiglia, gli amici, il quartiere, i compagni, Napoli, l’Argentina, perfino sconosciuti. E intanto lasciavo Diego senza difese. Sempre disponibile, sempre esposto, sempre divorato da gente che voleva un pezzo di Maradona.

Imparerei a dire no.

No agli approfittatori. No alla corte. No a certe notti infinite. No a chi ti applaude mentre stai precipitando perché campa della tua caduta. Il successo ti mette vicino persone che non vogliono il tuo bene: vogliono stare vicino alla luce.

E sì… la cocaina.

Non ti faccio il discorso moralista, perché sarebbe ipocrita. All’inizio ti sembra compagnia, anestesia, onnipotenza, silenzio mentale. Ti spegne il rumore. Ma poi si prende tutto. Lentamente. Ti ruba tempo, lucidità, corpo, fiducia. Ti convince che controlli tu mentre guida lei.

Se tornassi indietro, quella porta cercherei di non aprirla.

Oppure di chiuderla molto prima.

Poi farei una cosa semplice: passerei più tempo con chi mi amava senza chiedermi niente in cambio. I figli… certe amicizie vere… certi silenzi. Ho dato molto amore, ma ne ho anche perso tantissimo per strada.

Però adesso ti dico una cosa controcorrente: non cancellerei tutto il casino.

No.

Perché anche gli errori mi hanno fatto capire gli esseri umani. La fragilità. La vergogna. La solitudine. La dipendenza. L’umiliazione. Se fossi stato perfetto magari sarei stato un monumento più pulito… ma meno uomo.

E forse meno vicino a tanta gente.

Solo che — ecco — avrei voluto soffrire un po’ meno. E fare soffrire un po’ meno chi mi voleva bene.

Quello sì.

Quello me lo porto dietro.»

***

Lei ha avuto un bel rapporto, mi pare, con un giornalista italiano, Gianni Minà. Perché?

(Il volto si apre in un sorriso immediato, quasi affettuoso. Fa un piccolo gesto con la mano, come se vedesse una persona entrare nella stanza.)

«Ah, Gianni… Gianni Minà era una cosa rara.

Perché vedi, nel mio mondo c’erano tanti giornalisti bravissimi, eh. Ma tanti volevano Maradona. Il titolo, lo scandalo, il personaggio. Gianni invece cercava Diego.

E non lo faceva in modo furbo.

Questa è la differenza.

Con lui non avevo la sensazione di essere sotto interrogatorio o dentro un processo. Nemmeno dentro una celebrazione. Che pure è pericolosa: quando uno ti idolatra smette di vederti davvero. Gianni ascoltava. Sembra poco, ma è difficilissimo. Ascoltava sul serio.

Aveva curiosità umana.

Potevamo parlare di calcio, certo, ma anche di politica, di America Latina, di Fidel, di Napoli, della povertà, della paura, della famiglia. Lui non arrivava con quell’aria da superiorità morale: “adesso ti spiego io chi sei”. Cercava di capire.

E poi aveva una cosa che io sentivo molto: il rispetto per gli ultimi.

Non era uno di quei giornalisti innamorati solo del vincente. Aveva raccontato pugili, rivoluzionari, musicisti, gente complicata, periferie del mondo. Muhammad Ali, Cuba, il Sudamerica… lui aveva uno sguardo molto umano, molto latino in fondo, anche se era italianissimo.

Con Gianni potevo abbassare un po’ la guardia.

Che per me era rarissimo.

Perché io ero sempre sospettoso — e qualche motivo ce l’avevo. Quando vivi sotto i riflettori impari presto che ogni frase può diventare una trappola, ogni confidenza un titolo, ogni debolezza un banchetto.

Gianni non era così.

Attenzione: non era un santo e non era nemmeno neutrale. Aveva simpatie, idee, passioni forti. Ma non ti usava. Questa è la parola.

E poi c’era una cosa semplice: lui mi trattava da persona. Non da reliquia, non da mostro, non da marchio globale.

Per uno come me — che spesso si sentiva divorato da Maradona — era tantissimo.

Sai una cosa? Quando qualcuno ti guarda senza paura e senza servilismo, e ti lascia essere contraddittorio senza smettere di rispettarti… te ne accorgi subito.

Con Gianni mi sentivo un po’ così.»

***

Grazie Diego. Un'ultima domanda: cosa consiglierebbe a un giovane calciatore di talento?

(Si appoggia allo schienale. Sorride, ma stavolta senza spacconeria. Più da fratello maggiore che da leggenda.)

«Gli direi una cosa che magari a vent’anni non ascolta — perché a vent’anni pensi di essere immortale — però gliela direi lo stesso.

Prima di tutto: non innamorarti troppo del personaggio.

Il talento è un dono enorme, ma è pure una trappola. A un certo punto tutti iniziano a dirti chi sei: il fenomeno, il predestinato, il campione, il salvatore. E se stai attento finisci per credere che vali solo quando vinci, quando segni, quando fai impazzire la gente.

No.

Tu sei anche quando perdi. Anche quando giochi male. Anche quando sei fragile.

Proteggi la persona prima del campione.

Poi gli direi: scegli bene chi hai attorno.

Questa forse è la più importante. Il talento attira amore vero e parassiti nello stesso momento. E spesso sono difficili da distinguere. Chi ti vuole bene davvero ogni tanto ti dice no. Ti fa arrabbiare. Ti mette un limite. Quello che applaude sempre… attenzione.

Impara a stare da solo ogni tanto.

Sembra strano detto da uno come me, che spesso non ci riusciva, ma la solitudine scelta è una palestra. Se non sai stare con te stesso finisci per cercare rumore dappertutto: soldi, notti, gente, dipendenze, applausi.

E poi una cosa da calciatore: divertiti.

Davvero. Non diventare una macchina. Oggi vedo ragazzi perfetti, preparatissimi, professionisti incredibili… ma ogni tanto mi sembra che giochino col freno a mano dell’ansia. Il calcio è anche gioia, invenzione, strada, rischio. Se smetti di divertirti diventa una fabbrica.

Ah, e non credere troppo a quelli che ti dicono che sei un dio.

Tu non sei un dio.

E nemmeno quando sbagli sei un fallito.

Sei un ragazzo con un talento speciale che deve imparare una cosa difficilissima: restare umano mentre tutti cercano di trasformarti in qualcos’altro.

E ti direi un’ultima cosa — questa me la tatuerei addosso se potessi tornare indietro:

Quando senti che qualcosa dentro di te si rompe… chiedi aiuto.

Subito.

La vergogna ammazza più delle sconfitte.

E ricordati: nessuna coppa vale la tua vita.»

 

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