Le interviste impossibili, numero 3: Enrico Berlinguer
Voglio fare un esperimento utilizzando le potenzialità dell’intelligenza artificiale. Come è noto, l’AI non “pensa” nel senso umano del termine, ma aggrega il linguaggio in modo statistico, accostando le parole sulla base di probabilità. Tuttavia, è addestrata su milioni di testi e può quindi sintetizzare pensieri, stili, parole e fatti, spesso attingendo anche a documenti originali.
Per questo ho deciso di provare a costruire una serie di
“interviste impossibili”: porre domande a grandi personaggi del passato e
lasciare che l’AI ne interpreti la voce, per vedere come potrebbero rispondere
e quali suggestioni possano emergere.
Naturalmente non c’è alcuna pretesa di veridicità, né
tantomeno di “verità”. Resta un gioco, e come tale va preso. Ma è un gioco che,
dal punto di vista euristico, può stimolare qualche riflessione.
Enrico Berlinguer è una figura importante per la storia
di questo paese e per chi ha militato nel PCI ha rappresentato qualcuno
difficile da spigare, perché il rapporto tra militante e Berlinguer era anche affettivo,
non solo politico o di ammirazione per un “capo” …
Una avvertenza di ChatGPT
Pronto è una parola grande. Diciamo disponibile. E forse
anche curioso.
Mi trovo in una stagione che non è la mia, e tuttavia
riconosco molte inquietudini: la paura, le disuguaglianze, il potere economico
che si concentra, la difficoltà della politica a parlare con sincerità alle
persone.
Mi faccia pure le sue domande. Cercherò di risponderle con
onestà — che, vede, resta una virtù politica prima ancora che personale.
L’intervista impossibile
La prima è “classica”: chi è Enrico Berlinguer?
(Abbassa per un istante lo sguardo, come per sottrarsi al
rischio dell’autocelebrazione.)
«Guardi, non sono mai stato molto incline a definirmi
attraverso il ruolo o il nome che compare nei libri di storia. Se devo
rispondere senza infingimenti, direi questo: sono stato un uomo politico
comunista, italiano, sardo — e l’ordine non è casuale, ma nemmeno rigido.
Un uomo cresciuto nell’idea che la politica dovesse servire
a emancipare le persone dalla paura, dal bisogno e dall’umiliazione. E che la
libertà non potesse essere privilegio di pochi, ma diritto sostanziale di
tutti.
Sono stato segretario di un grande partito popolare, il
Partito Comunista Italiano, che non era soltanto una macchina elettorale o
un’organizzazione ideologica: era, nel bene e nel male, una comunità umana,
educativa, morale. Migliaia di persone che studiavano, discutevano, litigavano,
organizzavano doposcuola, cooperative, sezioni di quartiere, sindacati, feste
popolari. Una forma di vita collettiva, persino.
Ma se mi chiede chi fossi davvero, forse direi qualcosa di
meno solenne: un uomo inquieto. Convinto delle proprie idee, sì, ma raramente
tranquillo. Sempre attraversato dal dubbio che la politica potesse tradire sé
stessa: diventare potere per il potere, amministrazione dell’esistente,
linguaggio vuoto.
Per questo insistetti tanto sulla questione morale. Molti la
ridussero a un discorso sulla corruzione, che pure esisteva. Ma io parlavo di
qualcosa di più profondo: del rapporto tra politica, verità e interesse
generale. Una politica che smette di educare sé stessa finisce col degradarsi,
e insieme degrada la democrazia.
E poi, naturalmente, sono stato un uomo del mio tempo:
figlio dell’antifascismo, della guerra fredda, delle speranze e delle tragedie
del Novecento. Non un santo, non un profeta. Un dirigente politico che cercava,
spesso faticosamente, una strada perché socialismo e democrazia non si
divorassero a vicenda.»
(Fa una breve pausa.)
«Se vuole una definizione ancora più semplice: sono stato
qualcuno che ha provato a prendere sul serio la parola “noi”, senza smettere di
interrogarsi sui suoi limiti.»
***
Può dirci qualcosa di più riguardo al suo concetto di “questione morale”? Mi pare che qualcuno l’abbia scambiata come esortazione a essere “più buoni” …
(Accenna un sorriso lieve, quasi amaro.)
«Sì, questa è una delle semplificazioni che mi hanno
accompagnato. Come se io avessi voluto trasformare la politica in una specie di
catechismo delle buone maniere: siate onesti, siate gentili, non rubate. Tutte
cose rispettabili, beninteso, ma non era quello il punto.
La questione morale non nasceva da un moralismo. Nasceva da
un’analisi politica.
Quando parlai di questione morale — e lo feci in modo
particolarmente netto in un’intervista del 1981 — osservavo un processo che
giudicavo già avanzato: i partiti rischiavano di non essere più strumenti di
rappresentanza popolare e di elaborazione collettiva, ma apparati di
occupazione del potere. Strutture che si spartivano quote di influenza nelle
istituzioni, negli enti pubblici, nelle aziende, nella televisione, perfino
nella vita quotidiana dello Stato.
Il problema, dunque, non era soltanto la tangente o il
politico corrotto. Quello è il sintomo, non la malattia.
La malattia era — come dire? — la progressiva sostituzione
del bene comune con la conservazione del sistema di potere. Quando un partito
smette di domandarsi: “Che cosa serve al paese?” e comincia a chiedersi
soprattutto: “Che cosa serve alla mia sopravvivenza?”, allora la degenerazione
è già iniziata.
E vede, qui c’è un equivoco ancora oggi molto diffuso: la
questione morale non riguardava la virtù privata delle persone. Non pensavo che
bastasse eleggere individui moralmente integri. Esistono persone perbene che
producono pessima politica, e persone personalmente fragili che hanno servito
cause giuste.
Il punto era un altro: creare forme di organizzazione
politica, controlli democratici, cultura civica, partecipazione popolare tali
da impedire al potere di diventare autoreferenziale.
Per questo, se mi permette una formula un po’ schematica,
direi che la questione morale aveva almeno tre livelli.
Il primo era la legalità: certo, la corruzione, l’abuso, il
clientelismo.
Il secondo era la qualità democratica: partiti aperti,
discussione reale, selezione seria dei dirigenti, autonomia della politica
dagli interessi economici.
Ma il terzo era forse il più importante: il rapporto tra
cittadini e potere. Una società in cui la gente smette di credere che la
politica possa essere onesta — non nel senso ingenuo, ma nel senso della lealtà
verso l’interesse collettivo — diventa cinica, si ritira, si affida all’uomo
forte o all’indifferenza.
E l’indifferenza, mi creda, è una grande alleata delle
oligarchie.»
(Fa una breve pausa, intrecciando le dita.)
«Dunque no: non era un invito a essere “più buoni”. Era un
invito a rendere la politica più controllabile, più sobria, più credibile. Più
capace di dire dei no a sé stessa.
Perché la democrazia non muore soltanto quando arriva un
dittatore. Talvolta si consuma lentamente quando i cittadini smettono di
riconoscere un legame tra potere e verità.»
***
Oggi, pare che alcune delle cose che sosteneva si siano realizzate, con una sempre minore partecipazione delle persone alla politica, comprese le elezioni …
(Ascolta in silenzio, annuisce appena. La risposta arriva
lenta, misurata.)
«Sì… ma starei attento a non fermarmi alla superficie del
fenomeno.
La diminuzione della partecipazione non è, di per sé, la
malattia. È un sintomo. Bisogna chiedersi: di che cosa?
Se milioni di persone smettono di votare, smettono di
iscriversi a un partito, di frequentare associazioni, sindacati, luoghi
collettivi, non credo sia perché improvvisamente siano diventate pigre o
irresponsabili — spiegazione che trovo spesso un po’ comoda. Bisogna
interrogarsi sul rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
Una democrazia vive di una promessa implicita: “La tua voce
conta almeno un poco”. Quando questa promessa appare falsa, la partecipazione
si ritrae.
E vede, qui c’è qualcosa che mi preoccuperebbe molto
osservando il vostro tempo: la trasformazione della politica in spettacolo
continuo e in amministrazione tecnica insieme. È una combinazione curiosa. Da
un lato linguaggi gridati, conflitto permanente, personalizzazione estrema;
dall’altro l’idea che molte decisioni siano inevitabili, già scritte da vincoli
economici, finanziari o geopolitici.
Il cittadino riceve un messaggio ambiguo: “Partecipa
emotivamente, indignati, schierati… ma non credere davvero di poter cambiare
molto”.
In un simile quadro la disillusione cresce.
Naturalmente non idealizzerei il passato. Anche nel mio
tempo vi erano apatia, opportunismo, conformismo. E i partiti popolari avevano
difetti enormi: rigidità, linguaggi spesso chiusi, talvolta paternalismo. Non
facciamo della nostalgia una religione.
Però esisteva una differenza: molte persone percepivano la
politica come qualcosa che le riguardava concretamente. La sezione di partito,
il sindacato, il circolo, il giornale, la cooperativa, il consiglio di
quartiere — erano luoghi imperfetti, ma erano spazi in cui un operaio, una
maestra, un impiegato, un contadino potevano dire: “Io partecipo a qualcosa che
conta”.
Oggi mi pare che la solitudine sociale pesi moltissimo. Una
società di individui isolati difficilmente genera cittadinanza forte.
E aggiungerei un elemento forse impopolare: la democrazia
non può vivere soltanto di diritti individuali. Ha bisogno anche di doveri
reciproci, di educazione civica, di abitudine alla discussione, di fatica
organizzativa. La partecipazione è faticosa. Sempre.
Non basta lamentare l’astensione. Bisogna domandarsi:
esistono ancora strumenti credibili attraverso cui una persona comune possa
incidere? Oppure chiediamo ai cittadini di limitarsi a esprimere un umore ogni
cinque anni — o ogni cinque minuti sui social?
Perché, vede, se la politica diventa soltanto consumo di
opinioni, prima o poi i cittadini si comportano come consumatori: cambiano
marchio, si stancano, oppure smettono del tutto di comprare.»
(Fa una pausa breve.)
«La vera domanda, forse, non è: “Perché le persone non
partecipano più?”. È: “Abbiamo ancora costruito qualcosa a cui valga la pena
partecipare?”»
***
Lei, al netto di come la definiscono oggi, si è sempre definito un comunista. Cosa significa per lei essere comunista? Lo sarebbe anche oggi, nel 2026 (quanti anni avrebbe?)
(Un lieve sorriso, quasi ironico, davanti alla parentesi
anagrafica.)
«Se non sbaglio i conti, nel 2026 avrei centoquattro anni.
Un’età che autorizzerebbe almeno una certa indulgenza verso la lentezza del
ragionamento.»
(Poi torna serio.)
«Sì, io mi sono definito comunista. Non l’ho mai vissuta
come una parola da nascondere, benché sapessi bene il peso storico, le paure e
anche gli errori enormi che quel nome portava con sé.
Ma vede, bisogna intendersi su cosa significhi.
Per me essere comunista non è mai stato aderire a un
catechismo economico o a una forma di idolatria dello Stato. Né credere che
bastasse abolire la proprietà privata per creare una società giusta — la storia
ha mostrato dolorosamente che non funziona così.
Essere comunista significava partire da una constatazione
molto semplice: la libertà è una parola vuota se una parte della popolazione
vive nel bisogno, nella dipendenza economica, nell’insicurezza permanente. E
significava rifiutare l’idea che le disuguaglianze profonde siano una legge
naturale.
Io vedevo il comunismo come una tensione morale e politica
verso una società più eguale, più libera e più solidale. Una società in cui il
lavoro non fosse subordinazione cieca, in cui la ricchezza non si trasformasse
automaticamente in dominio politico, in cui la persona non fosse ridotta a
merce o consumatore.
Per questo insistetti molto sulla democrazia. Qualcuno mi
criticò: troppo prudente, troppo riformista, troppo attento alle istituzioni.
Ma io ero arrivato a una convinzione profonda: senza libertà politiche,
pluralismo, diritto al dissenso, autonomia culturale, non esiste socialismo
degno di questo nome. Esiste qualcos’altro.
Quando parlai di “terza via” o di eurocomunismo, il punto
era proprio questo: emanciparsi dall’idea che il socialismo dovesse
necessariamente assumere la forma burocratica e autoritaria sperimentata in
Unione Sovietica.
Adesso mi chiede: sarei comunista anche nel 2026?
La parola conta meno della sostanza, ma non fuggirò dalla
domanda: credo di sì, probabilmente sì — purché il termine resti fedele alla
sua intenzione originaria e impari dalla storia.
Non sarei un comunista del 1921, né del 1947, né del 1976.
Sarei costretto a interrogarmi su fenomeni che nel mio tempo erano appena
intuibili: capitalismo digitale, finanziarizzazione globale, crisi ecologica,
concentrazione tecnologica, piattaforme private che accumulano dati, potere
algoritmico, precarietà diffusa mascherata da flessibilità.
Mi porrei una domanda molto semplice: chi governa davvero le
condizioni della vita collettiva?
Se una manciata di soggetti economici può orientare lavoro,
informazione, desideri, consumo, perfino attenzione mentale, allora il problema
del potere — mi lasci dire — non è affatto scomparso. Si è trasformato.
Ma forse eviterei anche una certa pigrizia nostalgica della
sinistra contemporanea. Non basterebbe ripetere vecchie formule. La lotta per
l’eguaglianza oggi dovrebbe confrontarsi con l’automazione, con il sapere come
potere, con l’ambiente, con la crisi della comunità, con la solitudine sociale.
E probabilmente direi una cosa che può sembrare paradossale:
essere comunista oggi significherebbe essere meno dogmatici e più radicali.
Meno dogmatici nei mezzi. Più radicali nelle domande.
Radicali nel chiedersi perché una società immensamente più
ricca produca insieme tanta abbondanza e tanta insicurezza. Radicali nel
chiedersi chi controlla il potere economico. Radicali nel difendere dignità del
lavoro, istruzione, salute, pace, libertà reali.
Ma non avrei nessuna nostalgia per il Novecento trasformato
in reliquia. I morti non devono comandare i vivi.
Una tradizione politica sopravvive solo se sa correggersi.»
***
Tra gli aggettivi che ha usato per definirsi c'è anche "sardo", qual era il suo rapporto con la Sardegna e con l'essere sardo?
(Sorride appena, stavolta con qualcosa di più personale
nello sguardo.)
«Sa, la Sardegna per me non è mai stata folklore, né una
cartolina sentimentale da esibire nei momenti opportuni. Era una radice. E le
radici hanno una stranezza: non ti trattengono fermo, ma continuano a parlarti
anche quando vivi altrove.
Io sono nato a Sassari, in una famiglia che apparteneva a
una tradizione politica e civile importante della Sardegna. Mio padre, Mario,
era un antifascista, un giurista; mio nonno Enrico un uomo della cultura
democratica isolana. Crescere lì significava respirare insieme orgoglio e
marginalità: la percezione di appartenere a una terra forte, antica, dignitosa,
ma anche spesso ignorata, impoverita, trattata come periferia.
Essere sardo, almeno per me, non significava chiudersi in
un’identità separata. Significava sviluppare una certa sensibilità verso la
distanza tra centro e margine, tra chi decide e chi subisce decisioni.
La Sardegna ti insegna — o almeno insegnava alla mia
generazione — qualcosa sul rapporto con il potere. Ti abitua a vedere le
promesse mancate, i grandi piani annunciati dall’alto, lo sviluppo promesso e
non mantenuto, il rischio di essere considerati terra di sacrificio: miniere
sfruttate e poi abbandonate, servitù militari, emigrazione vissuta quasi come
destino inevitabile.
Per questo credo che una parte del mio modo di vedere la
politica venga anche da lì: dall’idea che il progresso non possa essere
soltanto statistica economica o crescita astratta, ma dignità concreta delle
persone e dei territori.
Al tempo stesso, però, non amavo un regionalismo chiuso o
vittimistico. La Sardegna non mi interessava come eccezione antropologica da
musealizzare. Mi interessava come parte di un problema più grande: quello delle
disuguaglianze territoriali, della giustizia sociale, della democrazia reale.
Forse, detto in modo semplice, essere sardo mi ha insegnato
diffidenza verso i vincitori troppo sicuri di sé.»
(Una breve pausa.)
«E poi c’è un aspetto più intimo, meno politico.
La Sardegna ti lascia addosso un certo senso della sobrietà.
Una misura. Persino una forma di pudore. Non amo fare psicologia dei popoli —
spesso diventa caricatura — ma riconosco in me qualcosa di quella cultura: una
certa riservatezza, il fastidio per l’ostentazione, l’idea che contino più i
fatti delle parole.
Forse anche per questo non sono mai stato un tribuno.»
(Abbassa appena la voce.)
«E sa una cosa? Gli emigrati sardi — e le loro famiglie — mi
hanno insegnato molto. C’era una Sardegna dispersa, da Torino a Milano, in
Germania, nelle miniere del Belgio. Persone che cercavano lavoro senza smettere
di sentirsi parte di qualcosa. In loro vedevo insieme il dolore della partenza
e una dignità ostinata.
La Sardegna, in fondo, mi ha insegnato questo: che la
marginalità non è inferiorità. Ma che la dignità, da sola, non basta se non si
traduce in diritti, lavoro, istruzione, possibilità di restare oppure di
partire senza essere costretti.»
***
In una intervista a Mixer, Minoli le fece una domanda sul potere. Può approfondire il tema, visto che oggi sembra che il potere sia cercato per il potere stesso, sia fine a se stesso e più status che capacità di fare?
(Il volto si fa più serio. Si prende un momento prima di
rispondere.)
«Ricordo quella domanda. Minoli mi chiese, in sostanza, se
il potere mi interessasse. E io cercai di spiegare una cosa che può sembrare
semplice ma non lo è affatto: il potere non è una parola sporca in sé. Dipende
da che cosa se ne vuole fare e da quale rapporto si stabilisce con esso.
Una forza politica che dica di non volere potere dice una
sciocchezza o mente. Se vuoi cambiare la società, devi incidere sulle
decisioni, sulle istituzioni, sulle risorse, sulle regole. Senza una quota di
potere, la politica diventa testimonianza morale o esercizio retorico.
Il problema nasce quando il potere smette di essere un mezzo
e diventa un ambiente. Una condizione esistenziale. Una identità.
Lei usa un’espressione che trovo interessante: “potere per
il potere stesso”. Ecco, questa era precisamente una delle mie preoccupazioni.
Quando un dirigente politico, un partito o una classe
dirigente iniziano a vivere il potere come autoriproduzione — mantenere
posizione, visibilità, influenza, rete di fedeltà — allora avviene qualcosa di
pericoloso: si perde progressivamente il rapporto con la realtà concreta delle
persone.
Si continua a parlare di popolo, lavoro, paese, interesse
nazionale, ma spesso in modo astratto. La politica si chiude in un circuito di
professionisti della politica che parlano soprattutto tra loro.
Nel mio tempo vedevo già segnali di questa trasformazione.
Oggi, osservando il vostro mondo, mi pare che si sia aggiunto qualcosa di
nuovo: la spettacolarizzazione del potere.
Una volta il rischio era il notabilato, l’apparato, la
gestione silenziosa delle leve decisionali. Oggi mi sembra esistere anche una
forma di potere performativo: apparire potenti, essere continuamente presenti,
occupare attenzione.
Come dire… il potere come immagine.
E qui i mezzi di comunicazione — oggi molto più invasivi del
mio tempo — cambiano la natura stessa del problema. Se il consenso si misura
ogni giorno in visibilità, emozione immediata, fedeltà identitaria, diventa
difficile coltivare virtù politiche lente: studio, mediazione, competenza,
capacità di dire no anche ai propri sostenitori.
Mi lasci aggiungere una cosa che forse sembrerà severa.
La politica democratica richiede anche disciplina morale.
Non nel senso moralistico del termine. Nel senso di una continua domanda
interiore: “Perché sto facendo questo? Per servire qualcosa o per restare?”
Perché il potere esercita un fascino reale. Sarebbe ipocrita
negarlo. Il riconoscimento, l’attenzione, il prestigio, persino il timore degli
altri possono creare dipendenza.
Ecco perché diffiderei sempre di chi ama troppo il comando o
appare troppo innamorato della propria immagine pubblica. Non perché sia
automaticamente cattivo, ma perché il rischio dell’autoreferenzialità cresce.
La politica migliore, a mio avviso, è fatta da persone che
considerano il potere necessario ma mai innocente. Necessario per agire.
Pericoloso se non controllato.
Per questo insistetti tanto sui partiti come luoghi
collettivi e non puramente leaderistici: non perché fossero perfetti — non lo
erano affatto — ma perché almeno, idealmente, costringevano il dirigente a
confrontarsi con una comunità organizzata, con discussioni, critiche, persino
fastidi.
Oggi mi chiederei: chi controlla davvero chi esercita
potere? E soprattutto: quali luoghi educano ancora al limite?
Perché una democrazia non ha bisogno soltanto di persone
ambiziose. Ha bisogno di persone capaci di contenere la propria ambizione.»
***
Le faccio questa domanda perché oggi, in particolare nei partiti alla sinistra del PD sembra ci sia un rapporto critico col potere e con la sua gestione e il ruolo che si ritagliano pare ancillare rispetto ai grandi temi del lavoro e del modello di sviluppo, focalizzandosi più sui diritti civili (che dovrebbero essere per me patrimonio di tutti i democratici, non solo della sinistra!). Lei cosa ne pensa?
(Ascolta con attenzione. Non risponde subito.)
«Vede, io partirei da una cautela: ogni generazione politica
affronta problemi diversi e sarebbe ingeneroso liquidare con sufficienza chi
opera in un contesto storico mutato.
Detto questo, provo a ragionare con franchezza.
Se una forza che si richiama alla sinistra sviluppa un
rapporto quasi esclusivamente testimoniale con il potere — lo guarda con
sospetto, lo teme, oppure si consola della propria irrilevanza morale — corre
un rischio serio: smettere di essere una forza di trasformazione.
La sinistra, almeno come l’ho intesa io, non nasce per
commentare il mondo o per occupare una posizione etica. Nasce per cambiarlo. E
cambiare il mondo implica misurarsi con il governo, con le istituzioni, con
l’economia reale, con l’organizzazione materiale della società. Significa anche
sporcarsi le mani nella difficoltà delle scelte.
Se rinunci a incidere sulle leve concrete — lavoro, scuola,
sanità, industria, fiscalità, distribuzione della ricchezza, organizzazione del
territorio — rischi di lasciare quelle leve ad altri.
Naturalmente bisogna intendersi: non sto dicendo che il
potere vada inseguito a ogni costo. Sarebbe una degenerazione opposta.
Governare soltanto per amministrare l’esistente o per occupare posti non mi
avrebbe interessato.
Il punto è: potere per fare cosa?
Quanto alla distinzione che lei propone tra diritti sociali
e diritti civili, io eviterei una contrapposizione troppo rigida.
Una persona discriminata per orientamento sessuale, una
donna privata dell’autonomia, una minoranza stigmatizzata, vivono un problema
reale di libertà e dignità. Una sinistra democratica non può ignorarlo. Né
credo che tali diritti appartengano soltanto alla sinistra: in una democrazia
matura dovrebbero essere, come dice lei, patrimonio condiviso delle forze
costituzionali e democratiche.
Ma — e qui forse introduco una sfumatura critica — se una
forza progressista smette di interrogarsi sui rapporti economici e sociali,
allora qualcosa si rompe.
Perché esiste una domanda semplice che continuerei a porre:
chi ha potere materiale nella società? Chi decide salari, investimenti,
condizioni del lavoro, accesso alla casa, qualità dell’istruzione, possibilità
di curarsi, sicurezza del futuro?
Se queste domande scompaiono, la sinistra rischia di parlare
soprattutto ai ceti culturalmente vicini a sé, perdendo il rapporto con
lavoratori, periferie, giovani precari, piccoli salariati, persone insicure
rispetto al futuro.
E allora può nascere un paradosso: una sinistra molto
avanzata sul piano simbolico dei diritti, ma percepita come distante dalle
ansie materiali quotidiane.
Attenzione però: non farei neppure il ragionamento opposto,
quello secondo cui i diritti civili sarebbero distrazioni borghesi. Sarebbe un
errore speculare. La dignità umana non è divisibile.
Il problema, forse, è la gerarchia politica e la capacità di
costruire un racconto comune.
Nel mio tempo si parlava di emancipazione. Una parola forse
un po’ antica, ma utile. Emancipazione significava insieme libertà e giustizia
sociale. Non l’una contro l’altra.
Mi chiederei dunque: esiste oggi un progetto capace di
tenere insieme lavoro, dignità, ambiente, libertà individuali, pace, sviluppo
tecnologico, partecipazione democratica? Oppure ci si muove per frammenti,
ciascuno rivolto alla propria comunità di riferimento?
Perché una forza popolare deve riuscire a dire “noi” senza
cancellare le differenze, ma anche senza diventare la somma di molte minoranze
che non si incontrano mai.»
(Fa una pausa breve.)
«E aggiungerei un pensiero forse poco moderno: non abbiate
paura della parola “sviluppo”, ma domandatevi sempre sviluppo di che cosa, per
chi, a quale costo umano e ambientale, e sotto quale controllo democratico. Una
sinistra che smette di occuparsi del modello di sviluppo lascia il cuore della
politica ad altri.»
***
Tocchiamo un argomento spinoso e forse frainteso, il compromesso storico. Può spiegarci, in modo semplice, cosa intendeva con questo concetto e esattamente cosa avrebbe voluto fare?
(Prende tempo. Le mani intrecciate, lo sguardo fermo ma
senza rigidità.)
«Sì, è un tema spinoso. E anche uno dei più fraintesi,
talvolta perfino da persone che mi erano politicamente vicine.
Comincerei col dire che il compromesso storico non era un
matrimonio d’amore tra comunisti e democristiani, né una rinuncia ai propri
ideali, né — come qualcuno sostenne — una forma di trasformismo elegante.
Era, prima di tutto, un ragionamento sulla stabilità
democratica dell’Italia.
Bisogna ricordare il contesto, altrimenti non si capisce
nulla.
L’Italia degli anni Settanta era un paese attraversato da
tensioni enormi: terrorismo nero e rosso, crisi economica, inflazione,
conflitti sociali intensissimi, tentazioni autoritarie, servizi segreti opachi,
interferenze internazionali della guerra fredda. Avevamo alle spalle il colpo
di Stato in Cile contro Allende, che per me rappresentò un trauma politico
molto forte.
La lezione cilena, semplificando molto, fu questa: una
trasformazione profonda sostenuta da una parte sola del paese rischiava di
essere schiacciata, soprattutto in un quadro geopolitico polarizzato.
Io mi posi allora una domanda: un grande paese occidentale
come l’Italia può essere governato stabilmente e democraticamente lasciando
fuori metà del suo popolo politico?
Attenzione: quando dico “metà” non intendo aritmeticamente
il cinquanta per cento. Intendo grandi culture popolari.
Da una parte il movimento operaio e comunista; dall’altra il
mondo cattolico democratico, popolare, sindacale, cooperativo, associativo che
aveva nella Democrazia Cristiana il suo principale contenitore politico.
L’idea del compromesso storico nasceva da qui: costruire una
convergenza democratica tra le principali culture popolari del paese per
mettere in sicurezza la Repubblica e affrontare grandi riforme.
Non significava annullare il conflitto politico.
Non pensavo a un grande partito unico del buonsenso. Sarebbe
stato persino inquietante.
Pensavo invece a un patto storico, limitato ma profondo, su
alcune questioni decisive: difesa della democrazia costituzionale,
moralizzazione della vita pubblica, programmazione economica, riduzione delle
disuguaglianze, modernizzazione del paese, partecipazione dei lavoratori,
equilibrio territoriale, riforma dello Stato.
In altre parole: impedire che l’Italia oscillasse
continuamente tra paralisi, emergenza e scontro distruttivo.
Mi si disse: “State salvando la DC”.
La mia risposta implicita era diversa: cercavo di salvare la
democrazia italiana da una crisi che giudicavo pericolosa.
Naturalmente, riconosco anche i limiti e le ambiguità di
quella proposta.
Una parte della sinistra la visse come rinuncia; una parte
della DC la considerò soltanto una necessità tattica; il quadro internazionale
impose vincoli pesanti; e probabilmente non riuscimmo a spiegare fino in fondo
il progetto alle persone comuni, che talvolta lo percepirono come accordo tra
vertici.
E poi vi è una critica legittima: il rischio di
istituzionalizzare troppo il conflitto, di rendere la politica eccessivamente
centrata sulla mediazione tra apparati.
Non la respingo completamente.
Ma vorrei che fosse chiara una cosa: il compromesso storico
non nasceva dalla moderazione. Nasceva da una forma di radicalismo democratico.
La domanda di fondo era: come si cambia davvero una società
complessa senza spezzarla? Come si fanno riforme profonde evitando tanto la
conservazione quanto la guerra civile fredda permanente?
Per me la politica matura consiste anche nel capire che
nessuna forza democratica governa da sola un paese pluralista.
Ed è qui che forse si trova l’equivoco più grande.
“Compromesso” non significava svendere princìpi.
In politica, il compromesso può essere una parola nobile se
significa: trovare un punto di avanzamento comune senza rinunciare alla propria
identità.
Diventa parola ignobile quando significa soltanto
spartizione.»
(Pausa breve.)
«Se dovessi tradurlo in una formula semplice per oggi, forse
direi così: il compromesso storico era il tentativo di costruire una
maggioranza morale e sociale sufficientemente ampia per cambiare il paese senza
distruggerne la democrazia.»
***
Bene, la ringrazio per la disponibilità Enrico (dovrei darle del tu, da compagno, perché vengo da una famiglia comunista, ma qui svolgo il ruolo di intervistatore). Un'ultima domanda: che consigli darebbe alla sinistra della Sardegna, per essere più efficace nella sua azione politica e per tornare a essere forza di trasformazione?
(Un sorriso lieve, quasi affettuoso alla parola “compagno”,
ma senza indulgere nella nostalgia.)
«Faccia come crede. Le parole contano, ma conta di più la
sincerità con cui vengono dette.»
(Poi si fa più riflessivo.)
«Non amo distribuire consigli dall’alto, tanto meno a
posteriori. Però, se provo a ragionare da uomo politico sardo e di sinistra,
forse partirei da alcune domande prima ancora che da alcune risposte.
La prima è: la sinistra sarda sa ancora chi vuole
rappresentare?
Sembra una domanda banale, ma non lo è. Una forza di
trasformazione non può parlare in astratto del popolo. Deve conoscere
concretamente le vite delle persone. Oggi chi sono i soggetti della Sardegna?
Il lavoratore precario del turismo stagionale, il giovane costretto a partire,
l’impiegata che vive nell’incertezza, il pastore schiacciato tra mercato e
costi, chi lavora nei servizi pubblici impoveriti, chi vive nei paesi che si
spopolano, chi teme di non avere più un futuro sull’isola. Ma anche il piccolo
imprenditore onesto che rischia di chiudere, il pescatore, il tecnico, il
ricercatore che non trova spazio.
La sinistra perde quando smette di vedere la società reale e
parla soltanto a chi già le somiglia culturalmente.
Seconda questione: tornare a pensare lo sviluppo.
Lo dico con cautela, perché “sviluppo” è parola spesso
abusata. Ma una sinistra che non ha un’idea materiale del futuro della Sardegna
rinuncia al proprio compito.
La domanda non è soltanto: più crescita o meno crescita.
La domanda è: quale Sardegna vogliamo fra venti o
trent’anni?
Un’isola ridotta a consumo turistico stagionale? Una
periferia amministrata da lontano? Una terra che esporta giovani e importa
dipendenze economiche? Oppure un luogo capace di produrre sapere, lavoro
dignitoso, innovazione compatibile con il territorio, filiere locali forti,
cultura, agricoltura avanzata, energia governata nell’interesse collettivo?
Vede, io diffiderei molto delle parole miracolose. Ogni
epoca ha le sue: industrializzazione, mercato, digitale, transizione,
innovazione. Nessuna parola salva da sola una società.
La domanda resta sempre politica: chi controlla i processi e
a beneficio di chi?
Terzo punto — e forse questo le sembrerà un poco severo —:
smettere di confondere purezza con irrilevanza.
La sinistra non deve avere paura del governo. Né vivere una
relazione adolescenziale col potere: o lo demonizza oppure ne resta sedotta.
Governare significa assumersi responsabilità, fare
mediazioni, scegliere priorità, persino deludere qualcuno. Se una forza
politica teme di sporcarsi con la realtà amministrativa, finirà per lasciare il
governo delle cose a chi ha meno scrupoli o meno visione.
Naturalmente, attenzione: governare non significa adattarsi
a tutto. Una sinistra che governa senza orientare il cambiamento si svuota
rapidamente.
Poi direi una cosa forse molto sarda.
La Sardegna ha bisogno di fiducia in sé stessa, ma non di
narcisismo identitario.
L’identità è importante, profondamente importante. Lingua,
memoria, cultura, senso comunitario, perfino certe forme di sobrietà e dignità
civile. Ma l’identità non basta se diventa racconto malinconico o bandiera
senza progetto.
Essere sardi non dovrebbe significare soltanto difendersi.
Dovrebbe significare decidere.
Decidere sul lavoro, sull’energia, sul paesaggio, sui
trasporti, sulla scuola, sull’uso delle risorse, sulle opportunità per i
giovani.
E infine le direi una cosa che considero decisiva.
Ricostruite luoghi collettivi.
Non soltanto partiti, nel senso novecentesco. Sarebbe
ingenuo pensare di riprodurre il passato. Ma luoghi in cui le persone imparino
di nuovo a discutere, studiare, organizzarsi, dissentire senza odiarsi,
immaginare futuro.
Una sinistra senza popolo organizzato diventa facilmente
élite morale o macchina elettorale.
E nessuna delle due cose basta.
(Pausa. Lo sguardo si addolcisce appena.)
«Se posso permettermi una frase finale, direi questa alla
sinistra sarda: non cercate di sembrare moderni. Cercate di essere utili.
Le persone perdonano molte imperfezioni. Perdono meno
l’impressione che nessuno stia davvero tentando di migliorare la loro vita.»

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