Le parole sono importanti
Gianni Cuperlo è una brava persona e un buon politico: intelligente, pacato, onesto. Uno di quelli che pesano le parole e provano ancora a ragionare in un tempo nel quale il ragionamento è merce rara.
Ma nel suo post del 7 ottobre 2025 qualcosa non torna. Non per mancanza di sensibilità — quella c’è, e si sente — ma perché le parole, anche quando sono scelte con cura, possono tradire la realtà.
Definire “pogrom” l’attacco di Hamas del 2023 è un errore.
Un pogrom non è un atto di guerra, né un attentato terroristico: è la violenza di una maggioranza dominante contro una minoranza indifesa, spesso con la complicità o l’indifferenza dello Stato. È quello che accadeva nei villaggi dell’Europa orientale, dalla Polonia alla Bessarabia, contro le comunità ebraiche, e che oggi accade nei villaggi palestinesi per mano dei coloni.
Infatti, quando i coloni israeliani hanno incendiato case e ucciso un giovane nel villaggio di Jit, è stato lo stesso presidente israeliano Isaac Herzog a parlare di “pogrom”. Lì il termine è giusto. Non lo è quando viene usato per descrivere un attacco partito da un territorio sotto assedio militare permanente contro una potenza occupante.
Il 7 ottobre è stato un atto di guerra, con crimini di guerra. Ma non un pogrom. E usare la parola sbagliata cambia tutto: cancella il contesto, rovescia i ruoli, trasforma l’occupante in vittima e la resistenza — anche nella sua forma più cieca — in pura barbarie.
Cuperlo poi scrive che Hamas è criminale e che Netanyahu lo è altrettanto. È un modo per tenere insieme il dolore di tutti, ma finisce per appiattire le differenze.
Hamas non è solo una cosa. È al tempo stesso un gruppo terroristico e una forza di resistenza.
Terroristico, perché ha compiuto e continua a compiere azioni che colpiscono deliberatamente civili, violando il diritto internazionale.
Ma resistente, perché nasce e opera dentro un territorio occupato, contro un esercito che da decenni impone un assedio permanente.
Ridurre Hamas al terrorismo cancella la storia; ridurlo alla resistenza cancella le vittime.
La verità, scomoda ma necessaria, è che in ogni contesto di oppressione prolungata le due dimensioni tendono a sovrapporsi. È la deformazione tipica di chi combatte dentro una gabbia: la lotta per la liberazione diventa anche lotta cieca, e finisce per produrre orrore insieme a legittimità.
Ma la differenza resta: Israele è uno Stato, dotato di potere, esercito e sovranità. Hamas è un movimento armato che agisce da una prigione a cielo aperto. La simmetria morale può sembrare equilibrio, ma in realtà elimina le cause, e senza cause la politica diventa solo un catalogo di atrocità.
Anche i numeri che Cuperlo cita — vittime, ostaggi, percentuali — vanno presi con cautela.
Quelle cifre (1.175 morti totali, 796 civili, 379 forze di sicurezza, 26,6% donne, 251 ostaggi, ecc.) derivano da fonti israeliane ufficiali, mai verificate da organismi indipendenti. Non è un dettaglio: significa che includono margini d’incertezza e, secondo alcuni report, possibili casi di fuoco amico.
Durante il 7 ottobre, diverse testimonianze indicano che le forze israeliane abbiano applicato in alcuni casi la Direttiva Hannibal, che ordina di impedire la cattura di soldati “a ogni costo”, anche rischiando la vita di civili o degli stessi ostaggi. Una dottrina formalmente abbandonata nel 2016, ma rimasta nella prassi militare. Se confermata, spiegherebbe parte delle contraddizioni sui numeri e sulle dinamiche di quel giorno.
Il testo di Cuperlo è onesto, ma non basta. È un gesto di pietà, non di comprensione. E la pietà, quando non prova a capire, diventa un modo gentile per non disturbare l’ordine delle cose.
Le parole contano.
Quando un politico lucido come Cuperlo usa la grammatica morale del più forte — “pogrom”, “male assoluto”, “colpa simmetrica” — finisce, senza volerlo, per rafforzarne la narrazione.
E quella narrazione oggi è chiara: Israele come vittima eterna, Gaza come colpa irrimediabile.
Ma la verità è più semplice, e più dura: l’unico pogrom lo compiono i coloni, il 7 ottobre è stato un massacro dentro una guerra d’occupazione, e la pace non è la fine dei bombardamenti — è la fine dell’ingiustizia.
Il resto è equilibrio apparente.
O, più precisamente, silenzio travestito da equilibrio.
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