Cosa resta di un "lavoro collettivo"

 

Un amico e compagno, Danilo, mi ha inviato per messaggio il primo editoriale de Il Manifesto, "Un lavoro collettivo", uscito senza firma nel giugno 1969, e mi ha chiesto una riflessione “da Sovjet”. Ed eccola qua.

La cosa più utile da fare, rileggendo quel testo, è trattarlo come un’ipotesi storica e non come un documento identitario. Cioè: capire cosa stava dicendo davvero, e verificare cosa è successo dopo. Senza alcuna indulgenza.

L’editoriale parte da un presupposto forte: il capitalismo sviluppato è in crisi e il movimento comunista, nelle sue forme novecentesche, non è più in grado di trasformare quella crisi in processo rivoluzionario. Da qui l’idea di “lavoro collettivo”: ripensare teoria, strategia e organizzazione, rompendo sia con il riformismo sia con l’apparato comunista esistente.

Se si guarda alla storia successiva, la diagnosi sulla crisi delle forme politiche del movimento operaio è sostanzialmente corretta. Il PCI non ha mai compiuto quella trasformazione, e in generale i partiti comunisti occidentali hanno perso progressivamente funzione e radicamento. Lo stesso vale per il sindacato industriale classico. Non è un giudizio ideologico: è una descrizione di quello che è accaduto.

Regge anche un altro punto: l’idea che il capitalismo non sia un sistema razionale ma un sistema che produce squilibri permanenti. Oggi questo è ancora più evidente, ma non tanto per le ragioni che si avevano in mente nel ’69. Allora il focus era su sfruttamento e sottosviluppo. Oggi il problema è anche che il sistema, per funzionare, consuma le condizioni materiali della propria esistenza. Clima, suolo, risorse non sono più sfondo: sono vincoli. Questa incompatibilità non è “un problema in più”, ma il cuore della sua irrazionalità contemporanea: non è soltanto un sistema ingiusto, è un sistema suicida.

Dove invece il testo non regge è nella previsione implicita. Nel ’69 si pensa che quella crisi sia già arrivata a un punto di maturazione tale da rendere realistico il superamento del capitalismo in tempi storicamente brevi. Questo non è accaduto. Non perché la crisi non ci fosse, ma perché il capitalismo ha mostrato una capacità di riorganizzazione molto più alta del previsto. Ha globalizzato la produzione, ha finanziarizzato l’economia, ha trasformato il lavoro e, soprattutto, ha costruito un’egemonia culturale molto più stabile.

Questo è il punto che oggi va preso sul serio. Il capitalismo contemporaneo non si regge solo su rapporti economici, ma su un sistema di rappresentazioni che lo rende plausibile e spesso inevitabile. Il neoliberismo, più che una teoria economica, è diventato un quadro interpretativo generale, che tende a presentarsi come naturale e privo di alternative. Oggi questa cornice viene incorporata anche nelle piattaforme digitali e nei sistemi di intelligenza artificiale, che organizzano comportamenti, premi e sanzioni, decidono cosa vediamo e cosa resta invisibile. Questo spiega perché la crisi non produce automaticamente opposizione organizzata.

Qui c’è un passaggio che nel ’69 è solo accennato e che oggi è centrale: il rapporto tra realtà e percezione della realtà. Non basta che una contraddizione esista perché diventi politicamente rilevante. Deve essere letta, nominata, inserita dentro una cornice che la renda comprensibile e condivisibile. Lakoff lo spiega in modo semplice: i fatti non agiscono direttamente, ma attraverso schemi mentali che li selezionano e li interpretano. Se questi schemi restano quelli dominanti, anche una crisi evidente può essere assorbita senza produrre trasformazione.

Un’altra differenza rispetto al ’69 riguarda la questione ecologica, che allora non era tematizzata. Oggi non è più possibile trattarla come un elemento tra gli altri. Il capitalismo attuale non è solo diseguale o instabile: è incompatibile con i limiti fisici del pianeta. Questo cambia anche il significato della formula di Rosa Luxemburg. “Socialismo o barbarie” non indica più soltanto una biforcazione politica, ma una biforcazione materiale: tra forme di organizzazione sociale compatibili con la vita e forme che la compromettono. È esattamente questo il punto in cui quella formula smette di essere uno slogan storico e descrive con precisione la biforcazione concreta che abbiamo davanti.

Se si prova a trarre una conseguenza operativa da questa rilettura, il punto non è aggiornare il lessico, ma chiarire cosa significhi oggi una prospettiva comunista.

Primo: il controllo delle infrastrutture fondamentali. Energia, sistemi digitali, logistica, risorse naturali sono i nodi reali del potere. Senza intervenire lì, il resto resta marginale.

Secondo: la pianificazione. Non come modello rigido, ma come capacità collettiva di decidere entro vincoli materiali. La crisi ecologica impone limiti che il mercato non è in grado di gestire in modo equo. Qui si tratta di assumere quei limiti – di materia, di energia, di emissioni – come parte del processo decisionale, non come fastidio tecnico da scaricare su qualcun altro.

Terzo: la ricomposizione dei conflitti. Le dinamiche di classe restano centrali, ma si intrecciano con questioni ambientali, migratorie, di genere. Trattarle separatamente produce frammentazione. Vederle come dimensioni diverse di uno stesso dispositivo di potere permette invece di costruire alleanze e strategie comuni.

Quarto: le forme organizzative. Il problema che poneva l’editoriale del manifesto resta aperto. Le strutture novecentesche non funzionano più, ma la loro crisi non può essere sostituita da spontaneismo o pura rete. Serve qualcosa che tenga insieme analisi, capacità di intervento e continuità. E che sappia misurarsi anche con il terreno tecnologico: socializzare piattaforme e infrastrutture digitali, sottrarle alla logica proprietaria e alla funzione di sorveglianza, renderle strumenti nelle mani di chi oggi subisce il loro potere.

Rileggere quel testo oggi serve quindi a una cosa precisa: togliere l’idea che esista una dinamica storica favorevole di per sé. Non c’è. La crisi c’è, ma non produce automaticamente trasformazione. E la trasformazione, se esiste, deve essere costruita dentro condizioni molto più difficili di quelle che si immaginavano nel 1969.

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