Retorica del nemico interno e ordine pubblico
Crosetto commenta gli scontri di Torino evocando le Brigate Rosse.
Piantedosi rincara: “attacco organizzato allo Stato”, “criminali travestiti da manifestanti”, “guerriglia urbana”. Lessico da emergenza nazionale, cornice da guerra interna. Non è una semplice scelta di parole: è una scelta di campo sul modo in cui lo Stato guarda il conflitto sociale.
Proviamo a dirla in modo semplice.
Se un medico prescrivesse un ciclo di chemioterapia a un paziente con l’influenza, non diremmo che è “severo”: diremmo che è inadatto. Perché la cura, in quel caso, farebbe più danni della malattia.
È questo il punto.
Il diritto alla sicurezza è un diritto democratico, non una concessione autoritaria. Proprio per questo non può essere tutelato attraverso categorie improprie che confondono violenza e terrorismo, perché una diagnosi sbagliata produce cure sbagliate.
Evocare le BR per descrivere scontri di piazza – anche violenti, anche inaccettabili – significa alzare artificialmente il livello della minaccia per rendere plausibili rimedi eccezionali. È una scelta politica, non un’analisi. Non è necessario attribuire intenzioni soggettive per valutarne gli effetti: conta ciò che questo linguaggio rende possibile, legittimo, praticabile nel discorso pubblico e nell’azione di governo. Serve a creare il clima per giustificare misure sproporzionate, invasive, destinate a durare.
Le Brigate Rosse erano un’organizzazione clandestina strutturata, con una strategia insurrezionale, omicidi mirati, sequestri, un progetto dichiarato di attacco alle istituzioni repubblicane. Qui siamo davanti a gruppi antagonisti che praticano una violenza organizzata ma episodica, legata a contesti specifici di conflitto. Mettere tutto nello stesso sacco non è una semplificazione: è una forzatura.
E ogni forzatura produce effetti.
Se tutto diventa “terrorismo”, allora tutto giustifica l’emergenza. Se ogni scontro è “guerra allo Stato”, lo Stato può agire stabilmente come se fosse sotto assedio. Più poteri all’esecutivo, meno garanzie, meno spazio per il dissenso. La categoria perde senso, ma intanto normalizza l’eccezione.
C’è poi un dettaglio tutt’altro che secondario.
Quando Crosetto cerca un paragone storico, non guarda al terrorismo nero e stragista, quello che la stessa storiografia istituzionale collega a tentativi di svolta autoritaria e alla cosiddetta “strategia della tensione”. Il riferimento immediato sono le BR: il nemico esterno assoluto, l’aggressione frontale allo Stato. Non quel terrorismo che, secondo molte ricostruzioni, ha operato in un intreccio opaco con apparati e ambienti della destra eversiva.
Questa non è psicologia individuale. È tradizione politica.
È una memoria selettiva che vede solo il terrorismo che colpisce lo Stato dall’esterno e oscura quello che ha contribuito a irrigidirlo dall’interno. Non serve forzare interpretazioni: basta osservare quali pezzi di passato vengono evocati e quali sistematicamente rimossi.
Il passaggio successivo è ancora più pericoloso.
Una volta costruito il “nemico interno”, chi prova a discutere le cause sociali e politiche del conflitto, o a criticare la gestione dell’ordine pubblico, rischia di essere collocato nella “zona grigia”: complice, fiancheggiatore, irresponsabile. La retorica “BR”, “bande armate”, “guerriglia” non serve a capire. Serve a chiudere la discussione.
A quel punto il discorso pubblico si rovescia.
Non si parla più di diritti costituzionali, di equilibrio tra poteri, di uso legittimo o illegittimo della forza pubblica. Si parla solo di sicurezza. Di ordine. Di necessità di stringere ancora le maglie.
Governare democraticamente l’ordine pubblico significa investire in prevenzione, mediazione, distinzione delle responsabilità e trasparenza sull’uso della forza. Richiede più politica, non più emergenza.
Qui sta il paradosso.
E una nota di rigore lessicale, necessaria. In queste ore una parte della stampa e del commento ha parlato di “black bloc” (o “blocco nero”) per indicare i segmenti più violenti e travisati del corteo. Ma “black bloc” non è un’organizzazione strutturata, con una catena di comando o un programma politico unitario: è una tattica di piazza, adottata in modo intermittente da soggetti diversi, in contesti diversi. Trattarla come se fosse il nome di un soggetto politico coerente significa trasformare una pratica in un’identità e un comportamento in un nemico. È una semplificazione funzionale, che evita di distinguere e consente di ridurre tutto a un problema di ordine pubblico da gestire esclusivamente con la forza.
Mentre il pericolo per la democrazia viene cercato nei black bloc, il terreno su cui oggi l’ordine democratico viene davvero messo alla prova è altrove. Non nelle vetrine rotte, ma nelle riforme che verticalizzano il potere. Non nelle molotov, ma nelle leggi che comprimono diritti e garanzie. Non nei cortei, ma nel modo in cui si riscrive il rapporto tra governo, Parlamento, magistratura, informazione.
In questo schema, i black bloc diventano quasi funzionali.
Sono il nemico ideale: minoritario, demonizzabile, utile a legittimare l’inasprimento repressivo e la retorica dell’emergenza permanente. Mentre l’attenzione resta sul casco e sul passamontagna, passano indisturbate le scelte che ridisegnano, pezzo dopo pezzo, il perimetro reale dei diritti.
Se vogliamo parlare seriamente di chi mette a rischio la democrazia oggi, dobbiamo rovesciare il frame.
Il problema non sono innanzitutto i black bloc. Il problema è un governo che usa sistematicamente il linguaggio del nemico interno per giustificare riforme che concentrano il potere e indeboliscono i contrappesi. E il problema è anche chi questo linguaggio lo normalizza e lo legittima in nome dell’ordine.
Ora resta da vedere quale frutto le destre pensano di raccogliere da questa incapacità strutturale di gestire l’ordine pubblico in senso democratico. Quando l’unica risposta al conflitto è l’iperbole securitaria, la piazza smette di essere un problema politico e diventa solo una minaccia da neutralizzare. È in questo scarto, più che nelle vetrine rotte, che oggi si misura la tenuta reale di una democrazia.
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