La violenza in tre atti
La violenza I
Parlare di violenza oggi è un esercizio rischioso.
Non tanto per il tema in sé, quanto per il clima di arruolamento permanente: qualsiasi cosa tu dica, qualcuno proverà a infilarti in una casella – “pro polizia”, “pro black bloc”, “giustificazionista”, “amico dei violenti”. E siccome il dibattito pubblico premia l’imbecille di turno che chiede solo “da che parte stai?”, diventa quasi impossibile reggere la complessità: dire che un’aggressione è inaccettabile e, allo stesso tempo, che la gestione dell’ordine pubblico può essere profondamente sbagliata.
Parto da una scena precisa: un poliziotto a terra, senza casco, circondato e colpito da persone incappucciate.
Qui non c’è molto da discutere: è orrore, è annientamento dell’altro, non è “scontro di piazza” né “resistenza”. Se non siamo capaci di dirlo in modo netto, senza ma e senza se, abbiamo già perso il terreno minimo che serve per poter criticare seriamente la violenza dello Stato. In quell’istante non c’è “la divisa” come astrazione: c’è un corpo vulnerabile, esposto alla furia del gruppo.
Ma fermarsi alle immagini significa rifiutarsi di capire come si arriva fin lì.
Da anni assistiamo a uno scivolamento: dalla democrazia conflittuale – che riconosce il conflitto sociale come fisiologico – a una democrazia che criminalizza il conflitto. Cariche facili, uso disinvolto dei manganelli anche contro studenti e manifestanti pacifici, pacchetti sicurezza, nuove fattispecie di reato, DASPO urbani, militarizzazione sistematica di spazi pubblici e cortei. Il disagio sociale, invece che essere trattato come questione politica, viene tradotto sempre più spesso nel linguaggio dell’ordine pubblico e del codice penale.
Questo produce un effetto semplice e devastante: seleziona chi resta in piazza.
Chi ha un lavoro precario, dei figli, un mutuo, una fedina penale da difendere, o semplicemente non vuole rischiare botte, denunce, misure restrittive, smette pian piano di esserci. A resistere nelle strade, nel tempo, sono i più politicizzati, i più arrabbiati, i più disponibili – o addestrati – allo scontro fisico. La repressione non spegne il conflitto: lo screma, lo irrigidisce, ne cambia il volto. Così diventa facilissimo per il potere dire: “avete visto? Sono solo violenti, estremisti, facinorosi”. La profezia si autoavvera: lo Stato tratta la protesta come problema di ordine pubblico, la protesta finisce per assumere sempre più i tratti del problema di ordine pubblico.
Non è un meccanismo teorico, è stato persino spiegato a microfoni aperti da chi ha guidato lo Stato.
Francesco Cossiga, già ministro dell’Interno e presidente della Repubblica, nel 2008 suggeriva al ministro dell’Interno “cosa fare” con le proteste studentesche: ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori “pronti a tutto”, lasciare che per giorni devastino negozi, diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco le città, per poi intervenire durissimo, “forti del consenso popolare”, mandando in ospedale manifestanti e persino i docenti che li appoggiano.
Qui non stiamo parlando di un commentatore qualsiasi, ma di un ex capo dello Stato che rivendica l’uso di infiltrati e violenza pianificata per deformare un movimento e poi schiacciarlo. Il cosiddetto “metodo Cossiga” è la versione esplicita di qualcosa che esiste anche quando nessuno lo dichiara così brutalmente: trattare il dissenso come materia da ingegnerizzare, infiltrare, esasperare, fino a renderlo irriconoscibile e quindi socialmente isolabile.
C’è poi un livello ancora più profondo, che riguarda il modo in cui i corpi – individuali e collettivi – reagiscono alla violenza.
La fisiologia dello stress ci dice che davanti a un pericolo il nostro sistema nervoso attiva tre risposte di base: “flight” (fuga), “freeze” (paralisi), “fight” (contrattacco). Qualsiasi strada si imbocchi, però, il meccanismo è lo stesso: il corpo sposta sangue ed energie verso i muscoli, li sottrae alla corteccia prefrontale, cioè alla parte del cervello che serve a pensare, valutare, prendere decisioni complesse. In altre parole, più ci sentiamo minacciati, meno riusciamo a ragionare. La violenza non colpisce solo i corpi, ma anche la capacità collettiva di restare lucidi. E questo vale per chi sta in piazza, ma anche per chi indossa una divisa: se la gestione del conflitto è costruita per attivare continuamente queste risposte, finiamo tutti – manifestanti e forze dell’ordine – dentro uno scenario in cui la reazione fisica prevale sulla riflessione politica.
Una cosa è subire un episodio isolato di violenza; un’altra è vivere in un contesto dove la gestione ordinaria del dissenso è strutturalmente improntata alla forza.
In questo secondo caso, la repressione diventa di fatto un addestramento: chi continua a scendere in piazza impara a stare sotto carica, a proteggersi, a organizzarsi. Più dura è la risposta dello Stato, più si diffonde l’idea che la violenza sia un linguaggio politico legittimo, forse l’unico che “funziona”. A quel punto stupirsi di fronte a episodi di ferocia è un esercizio d’ipocrisia: non li giustifica in alcun modo, ma mostra che sono anche il prodotto di una lunga pedagogia della forza.
Questo apre la questione più ampia: la tenuta democratica di un Paese.
Una democrazia matura non è quella in cui non c’è conflitto, ma quella in cui il conflitto ha canali visibili, regole chiare, limiti effettivi all’uso della forza, responsabilità per gli abusi. Le autocrazie e le dittature, al contrario, si reggono per anni su apparati repressivi capaci di contenere le proteste a colpi di paura: arresti di massa, carcere, torture, pene esemplari, sparizioni. Tappano il conflitto, non lo risolvono: lo comprimono, spesso lo spingono verso forme clandestine e, nei casi peggiori, verso la lotta armata.
Quando una democrazia imbocca la strada della criminalizzazione sistematica del dissenso, il rischio è di somigliare sempre di più a quei modelli senza dirlo esplicitamente.
Da un lato si desertificano le piazze, dall’altro una parte sempre più piccola e dura del corpo sociale matura l’idea che l’unica risposta possibile alla violenza istituzionale sia una violenza organizzata, fuori dai canali legali. Non è un destino scritto, ma è una traiettoria che la storia europea del Novecento conosce fin troppo bene.
Per questo, a mio avviso, non basta ripetere che “i movimenti devono isolare i violenti”. È vero, devono farlo, perché la violenza contro un agente a terra, o contro chiunque, è una sconfitta per chiunque creda nella giustizia sociale, non un atto di resistenza.
Ma è solo metà della storia. L’altra metà riguarda lo Stato. Se lo Stato è davvero democratico, il primo dovere di de-escalation è suo: smettere di trattare ogni conflitto come minaccia da annientare, riformare le pratiche di ordine pubblico, garantire trasparenza e controllo sull’uso della forza, assumersi le responsabilità per gli abusi, riconoscere che dietro una piazza c’è quasi sempre un problema politico prima che di polizia. Non sono i movimenti, da soli, a poter disinnescare il circolo vizioso tra repressione e radicalizzazione.
Il punto, alla fine, è tenere insieme due frasi che il dibattito polarizzato vorrebbe incompatibili:
1. nessuna causa giustifica prendere a calci o a martellate una persona a terra;
2. nessuna democrazia sopravvive se trasforma sistematicamente il dissenso in un problema di ordine pubblico da gestire con manganelli, codici penali e infiltrati.
Tutto il resto è rumore di fondo – spesso prodotto proprio da chi ha interesse a non farci ragionare su questa complessità.
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La violenza II
Ferma restando la condanna senza appello del pestaggio di una persona a terra e senza possibilità di difesa, chi definisce “fascista” quell’atto non fa un grande servizio alla propria intelligenza critica. Non perché quell’aggressione non sia odiosa, ma perché “fascista” non è un insulto generico: indica un certo modo di organizzare la violenza, una scelta precisa del bersaglio e delle condizioni in cui colpirlo.
Nel caso di Torino, la versione che domina è quella degli otto secondi rilanciati dal governo e dai media: il poliziotto inerme, a terra, accerchiato. Punto. Tutto il resto scompare. Vale la pena allora ascoltare chi lì c’era davvero, non davanti a uno schermo ma a pochi metri. La giornalista Rita Rapisardi – che da anni segue piazze e conflitti sociali – in un post su Facebook racconta una scena più lunga e più scomoda.
È la coda di una giornata di scontri in corso Regina: la gran parte del corteo è già defluita verso il lungo Dora, migliaia di persone si sono spostate attraverso i giardinetti, restano in strada una ventina di manifestanti mentre continua a piovere gas lacrimogeni “ad altezza uomo”, con persone colpite, contuse, intossicate. In quel momento – scrive Rapisardi – arriva una squadra di una ventina di agenti in antisommossa che corre verso “i dieci più vicini”, ormai deboli di numero, per manganellarli. Uno di loro si stacca dallo schieramento, insegue da solo un paio di persone (una con un’asta in mano), le colpisce, finché una finisce a terra. È a quel punto che altri manifestanti intervengono, lo spingono via, lui cade, perde il casco non allacciato. Da lì partono i pochi secondi fissati nel video: il corpo a terra, i colpi di martelletto (non un martello da carpentiere), le urla “basta, basta, lasciamolo stare”, i militanti che si allontanano, due colleghi che infine lo trascinano via.
Niente di tutto questo assolve chi infierisce su un corpo a terra. Ma cambia il significato del frammento che ci viene mostrato in loop: non c’è un “agguato” a un soggetto inerme arrivato lì per caso, c’è il punto estremo di una catena di azioni e reazioni dentro una gestione dell’ordine pubblico già improntata alla forza bruta. Ridurre tutto a “poliziotto assaltato e isolato dai terroristi interni” è un’operazione di montaggio, non una descrizione fedele.
Qui entra in gioco anche la parola “fascista”, usata come timbro automatico su ogni scena di violenza. Se però prendiamo sul serio la storia, la violenza fascista non è lo scontro frontale fra due soggetti comunque addestrati e attrezzati – reparti in tenuta antisommossa da una parte, ala dura del corteo dall’altra – che poi degenera in un branco contro uno. La violenza fascista è, strutturalmente, il branco che va a caccia del più debole: il migrante, la persona LGBT+, il militante antifascista isolato, il “diverso” sorpreso di notte, all’uscita di un locale, in quattro contro uno, dieci contro due. Non il fronte contro fronte, ma l’agguato, la spedizione punitiva, l’assalto a chi non ha né la forza né gli strumenti per difendersi.
Nel pestaggio di Torino, la dinamica finale – molti contro uno, a terra – somiglia alla logica predatoria, ma il contesto è diverso: nasce dentro uno scontro già simmetrico per attrezzatura e addestramento, anche se profondamente asimmetrico per mandato e responsabilità. Se chiamiamo “fascista” tutto ciò che è violento, finiamo per non vedere più il fascismo per quello che è: l’uso sistematico di quella stessa logica di branco contro i più vulnerabili, per disciplinare interi gruppi sociali attraverso la paura.
C’è poi una simmetria che non piace ricordare ma che è necessaria, se vogliamo ragionare e non sfogarci soltanto. Le immagini di un branco che pesta un singolo le abbiamo viste anche a ruoli invertiti: cordoni di agenti che si staccano e si accaniscono su un manifestante a terra o in fuga, studenti colpiti alla testa, persone inermi schiacciate contro i muri. La struttura è la stessa: molti contro uno, disumanizzazione dell’altro, sangue ai muscoli più che al cervello. Con una differenza decisiva, però: le forze dell’ordine hanno il mandato di proteggere tutti, anche chi protesta contro il governo, non di comportarsi come un qualsiasi gruppo di picchiatori. Quando entrano nella stessa grammatica del branco, non commettono solo un eccesso: tradiscono il patto per cui è stato loro affidato il monopolio della forza.
In questo quadro, l’uso compulsivo dell’aggettivo “fascista” rischia di diventare una scorciatoia. Ci evita la fatica di distinguere, di contestualizzare, di riconoscere le responsabilità diverse, e ci mette al riparo dietro una parola totem. Ma se vogliamo capire che cosa sta succedendo alle nostre piazze e alla nostra democrazia, dovremmo fare l’esatto contrario: tenere insieme la condanna del gesto, la ricostruzione precisa di ciò che accade prima e dopo il video, la memoria di come agisce davvero la violenza fascista, e la consapevolezza che quando lo Stato sceglie la via repressiva non solo reprime, ma educa tutti – manifestanti e agenti – a reagire sempre più con i muscoli e sempre meno con la testa.
Per chi vuole leggere la testimonianza integrale di Rita Rapisardi, il post è qui.
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La violenza III – Ragione di Stato
Questa riflessione non nasce nel vuoto.
Nasce da una scelta di campo dichiarata: partire dai racconti di chi a Torino c’era e ha provato a ricostruire ciò che è accaduto andando oltre la versione ufficiale. In particolare dal post della giornalista Rita Rapisardi, che ha ricostruito passo passo la dinamica degli scontri attorno al pestaggio dell’agente, ben oltre gli otto secondi rilanciati dal governo e dai media, e dalle analisi di chi da anni studia ordine pubblico e criminalizzazione del dissenso. Penso al testo di Lavinia Marchetti sulle dinamiche di uno “stato di polizia” a Torino e al post di Cronache Ribelli sul percorso di Askatasuna, sullo sgombero deciso dopo anni di lavoro verso il riconoscimento come bene comune e sulla successiva militarizzazione del quartiere.
Questo non significa assumere quei racconti come verità definitiva, né negare che esistano indagini in corso e versioni istituzionali dei fatti. Significa rifiutare l’idea che la narrazione ufficiale sia, per definizione, più completa o più neutra. Da qui provo ad allargare il campo: non solo una città o un corteo, ma il modo in cui oggi la nostra democrazia sceglie di raccontare e governare il conflitto.
C’è un meccanismo ricorrente che attraversa contesti molto diversi – Torino, Gaza, l’Ucraina – non per natura, scala o responsabilità storiche, ma per struttura narrativa. Il racconto pubblico inizia spesso dal frammento più utile a chi governa. Non dal prima, non dal perché, ma dall’istante che consente di dire: “ecco i barbari, ora sapete da che parte stare”. A Torino quel frammento sono otto secondi di un poliziotto a terra, rilanciati a reti unificate come se fossero il quadro completo della realtà.
Se si torna indietro di qualche passo, il quadro cambia. Askatasuna non è solo “il centro sociale sgomberato”: è un luogo che da anni era inserito in un percorso per diventare bene comune, con un riconoscimento formale da parte del Comune. Quel percorso si interrompe quando le istituzioni decidono lo sgombero, richiamando altri fatti come giustificazione, e da lì il quartiere viene sottoposto a una presenza di polizia permanente. Il corteo del 31 gennaio nasce dentro questo contesto: non da un giorno, non da un tweet, ma da una lunga costruzione del conflitto.
Sul campo, le scelte operative non sono neutre. Impedire a un corteo di arrivare nel luogo della propria rivendicazione, caricarlo prima, spezzarlo, spingerlo verso il fiume significa creare condizioni ad alto rischio di degenerazione. È un dispositivo noto: il conflitto non viene governato, ma portato al limite, per poi presentare l’intervento repressivo come unica risposta possibile. Quando Rita Rapisardi racconta di lacrimogeni ad altezza uomo, di una ventina di persone rimaste, di una squadra che corre a manganellare “i dieci più vicini”, di un agente che si stacca, insegue, colpisce, e solo dopo finisce a terra e viene pestato, non sta giustificando nulla. Sta ricostruendo una sequenza. Ed è proprio la sequenza ciò che la narrazione ufficiale tende a cancellare.
Dentro questa cornice si comprende meglio la costruzione del “corpo sacro del poliziotto”. La retorica istituzionale produce un’economia morale in cui l’istituzione che esercita violenza appare come vittima nel momento stesso in cui la esercita. Il singolo agente ferito diventa il punto di condensazione simbolica: chiunque lo tocchi è “nemico interno”, e ogni misura repressiva viene presentata come difesa della civiltà. I corpi feriti dei manifestanti, i residenti di un quartiere trattato come zona d’eccezione, le teste aperte, i polmoni pieni di gas, escono dal campo visibile. L’indignazione non è universale: è selettiva, perché serve a legittimare nuove leggi speciali e nuovi pacchetti sicurezza.
Questo non significa negare che nei cortei esistano frange violente, scelte irresponsabili o pratiche che producono isolamento politico. Su questo punto una riflessione autocritica dei movimenti è necessaria e spesso insufficiente. Ma riconoscere l’esistenza di violenza endogena non elimina il problema di fondo: quando l’intero dissenso viene trattato come minaccia, qualunque frangia violenta diventa funzionale alla sua criminalizzazione complessiva.
In questo senso, infiltrati, ultrà, gruppi di estrema destra non sono solo “mele marce” capitate per caso. Che si tratti di agenti provocatori o di soggetti semplicemente orientati allo scontro, l’effetto è identico: rendere il corteo leggibile come massa indistinta e violenta. È la traduzione pratica di ciò che Cossiga aveva teorizzato senza pudore: lasciare che un movimento degeneri, favorire la violenza che lo isola socialmente, intervenire solo alla fine, “forti del consenso popolare”.
Sul piano più strutturale, la polizia non è riducibile a una sola funzione. In uno Stato di diritto svolge compiti molteplici e spesso indispensabili. Ma storicamente, nei momenti di crisi sociale, tende a essere utilizzata come strumento di produzione di un certo ordine: tutela flussi economici, proprietà e rapporti di forza, e reprime ciò che li mette in discussione. Blocchi stradali, occupazioni, forme di vita non allineate al lavoro salariato vengono progressivamente riclassificate come problemi di sicurezza. È il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale: meno welfare, più codice penale; meno politiche abitative e del lavoro, più gestione poliziesca della povertà e del dissenso.
In questo scenario, parlare solo del “poliziotto martellato” o solo dei “manifestanti criminalizzati” significa fermarsi a metà. Il nodo è una ragione di Stato che usa in modo sistematico la violenza – fisica, giuridica, mediatica – per restringere il perimetro del legittimo. Chi protesta diventa sospetto per definizione. Chi critica la polizia viene accusato di complicità. Chi chiede di vedere l’intera sequenza dei fatti viene bollato come relativista.
La democrazia non muore quando saltano le elezioni.
Si restringe quando il conflitto diventa impronunciabile, impraticabile, invisibile. E quando l’ordine prende il posto della politica.
Nota di metodo
Questo testo non pretende neutralità, ma rigore.
Assume una prospettiva critica verso le istituzioni e le pratiche di ordine pubblico, scegliendo consapevolmente di partire da testimonianze non istituzionali e da analisi indipendenti. Non perché siano “la verità”, ma perché la versione ufficiale gode già di una sovraesposizione strutturale. L’obiettivo non è assolvere nessuno né distribuire colpe in modo simmetrico, ma ricostruire sequenze, dispositivi e responsabilità politiche che tendono a scomparire quando il racconto pubblico si ferma a un singolo frammento. Chi cerca una cronaca giudiziaria troverà lacune. Chi cerca una lettura politica del conflitto, spero trovi elementi discutibili, ma verificabili.
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