Fischiava il vento (e non fischia più)
Questo è un post politico e quindi potrebbe risultare più noioso di altri. È anche lungo, ma sticazzi, non è obbligatorio leggerlo. Se però lo farete, sarà lo stesso viaggio mentale che ho fatto io.
Tutto è iniziato ieri sera. Con il compagno e amico (non è detto che le due cose si abbinino sempre) Danilo sono andato alla presentazione del libro di Gianni Caprara, Fischiava il vento. Una storia sentimentale del comunismo italiano, o meglio, del Partito Comunista Italiano. L’incontro era a Siliqua, organizzato dalla Libreria La Giraffa della sempre brava Michela Calledda. A presentarlo Francesca Ghirra, deputata sarda di AVS, insieme a due pezzi di storia del PCI (e delle sue successive incarnazioni): Francesco “Ciccio” Macis e Tore Cherchi.
Non voglio raccontare la presentazione, ma quello che ha risvegliato. Perché quella storia, in fondo, è anche la mia: militanza, attacchinaggi, vita di sezione, Feste dell’Unità, e pure Frattocchie per la formazione.
Ne sono uscito con una canzone in testa, Il vecchio e il bambino di Francesco Guccini, e una parola portoghese addosso: saudade.
La canzone perché, mentre si parlava di “Com’era bello il mio PCI” — titolo anche di un libro di Diego Novelli — mi veniva in mente il nonno che racconta al nipote un mondo così lontano da sembrare una fiaba. La saudade perché descrive perfettamente quella “presenza dell’assenza”: la nostalgia per qualcosa che non c’è più, ma continua a vibrare dentro chi l’ha attraversata.
Quel qualcosa, per molti, è stato il PCI.
Non un partito, ma un modo di stare al mondo.
Un’educazione sentimentale.
Quando Tore Cherchi ha parlato di “marchiatura”, ho capito subito cosa intendeva: non un’etichetta, ma un segno che resta anche a chi se n’è andato o ha rinnegato.
Essere stati comunisti nel PCI non era un’opinione, era un’appartenenza affettiva. Una fede civile.
Per questo chi l’ha vissuta si divide ancora oggi in nostalgici, rinnegati, apostati — ma tutti portano addosso la stessa cicatrice, il marchio di una comunità perduta.
In quella sala ho sentito una malinconia antica, quasi fisica.
Come se mancasse l’aria di un tempo in cui la politica sapeva ancora commuovere.
E non per sentimentalismo, ma perché parlava di destino collettivo.
La destra e la fabbrica del rancore
La sera, leggendo un articolo di Vindice Lecis — I panni sudici e l’elettorato di Giorgia — ho ritrovato lo stesso filo, ma rovesciato.
Dove Caprara ricorda, Lecis avverte.
Il suo è un allarme: il pericolo di una destra che usa il rancore come carburante politico.
Una destra che costruisce consenso sulla paura, sulla frustrazione, sulla rabbia di chi si sente escluso.
E che riesce a trasformare la solitudine in appartenenza, l’umiliazione in orgoglio.
Non serve condividere ogni parola di Lecis per capire che il rischio è reale.
È la rabbia sociale senza progetto, la rivincita dei delusi, la politicizzazione dell’odio.
Chi controlla le emozioni collettive controlla la direzione della storia.
La destra di oggi — da Trump a Meloni, da Netanyahu a Orbán — è maestra in quest’arte.
Ha costruito una rete globale di parole d’ordine, un’“internazionale nera” che fonde religione, identità e risentimento.
Non offre soluzioni, ma colpevoli.
E nei tempi difficili, i colpevoli sono più rassicuranti delle soluzioni.
La vittoria del Nobel per la Pace 2025 da parte di María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, ne è un segnale ulteriore. Machado, politicamente vicina a Donald Trump, a settori della destra spagnola e dichiaratamente solidale con Netanyahu e il governo israeliano, rappresenta lo spostamento dell’immaginario politico occidentale verso destra. Il fatto che un premio dedicato alla pace vada a chi incarna un’idea di libertà come contrapposizione permanente mostra quanto sia cambiato il perimetro del consenso globale. Non è solo un riconoscimento personale: è un sintomo culturale. La normalizzazione di una visione del mondo che considera la forza un valore e la solidarietà un sospetto.
Perché i poveri votano a destra
Perché tanta gente che vive di stipendi bassi, pensioni ridotte, lavori precari, sceglie forze che non hanno mai difeso davvero i suoi interessi?
Perché in assenza di giustizia si cerca protezione.
Perché l’insicurezza genera paura, e la paura chiede autorità.
Perché la sinistra ha smesso di parlare il linguaggio della vita quotidiana, e la destra lo ha occupato.
La destra dice “ti difenderò”.
La sinistra dice “dobbiamo ridurre le disuguaglianze attraverso politiche di redistribuzione progressiva”.
Indovina chi vince, sul piano emotivo.
Non è solo marketing politico. È antropologia.
Chi vive nel bisogno non vuole essere spiegato: vuole essere visto.
E la destra lo guarda, anche se lo inganna.
La sinistra, spesso, lo studia.
Quando la sinistra smise di essere sinistra
La sinistra ha smesso di essere sinistra quando ha accettato il mondo com’era.
Quando ha sostituito la lotta con la gestione, la passione con la procedura.
Quando ha pensato che bastasse amministrare il presente invece di costruire il futuro.
Ha rinunciato al conflitto sociale in nome della responsabilità di governo, e così ha smarrito il suo popolo.
Negli anni Novanta è entrata nel linguaggio del nemico: competitività, merito, produttività, governance.
Ha scambiato la modernità con la resa, la riforma con l’obbedienza.
E da allora vive in un paradosso: più parla di giustizia, meno la rappresenta.
Oggi molti suoi dirigenti parlano come tecnocrati, non come compagni di viaggio.
Il risultato è che la destra appare più popolare anche quando difende i privilegi.
È l’effetto di un lungo disincanto: chi ha perso tutto si affida a chi almeno sembra crederci.
Il passato come bussola
Non si tratta di idealizzare il PCI.
Si tratta di capire perché, in quel tempo, milioni di persone povere trovavano senso e dignità in un’idea collettiva.
Nella storia del PCI ci sono anche errori, ma una cosa la seppe fare: trasformare la fatica in orgoglio.
Ogni festa dell’Unità, ogni Casa del Popolo, ogni sezione era un piccolo laboratorio di cultura, mutualismo, formazione.
La politica come comunità, non come professione.
Da quell’esperienza Caprara ricava tre lezioni: formazione critica, radicamento nei territori, visione comune.
Sono ancora valide, ma oggi non bastano.
Non basta sapere, non basta esserci, non basta avere un programma.
Bisogna tornare a dare un senso.
Perché le persone non vivono di dati, ma di direzioni.
Il mare e la nave
C’è una frase di Saint-Exupéry che mi torna in mente:
Il problema è che oggi non sono solo i marinai a non sapere più perché costruiscono la nave.
Non lo sanno più nemmeno il capitano e l’armatore.
Il popolo — i marinai — ha ancora istinto, dolore, fame di senso.
Ma i capitani — dirigenti, intellettuali, “progressisti” di mestiere — hanno perso l’idea del mare.
Si muovono con cautela tra le onde della burocrazia, discutono di rotte e protocolli, ma non sanno più per cosa si naviga.
Così la nave galleggia, ma non va da nessuna parte.
E la ciurma, confusa, sale a bordo del primo vascello che promette avventure, anche se batte bandiera nera.
La verità storica
La destra non ha mai costruito progresso per scelta.
Ogni passo avanti nella storia — diritti, lavoro, welfare, istruzione — è stato conquistato dalla pressione dei movimenti popolari, dalla forza dei socialisti, dalla paura di un contagio rivoluzionario.
Quando la destra concede, è perché teme.
Quando la sinistra arretra, è perché dimentica di far paura.
La nostalgia del mare
Quella che chiamiamo “nostalgia del comunismo” non è voglia di tornare indietro.
È nostalgia di un mondo che guardava avanti.
È mancanza di un orizzonte comune, di un sogno condiviso, di un linguaggio capace di unire il pane e la poesia.
Finché la sinistra non tornerà a insegnare la nostalgia del mare — e non solo a gestire la legna — continuerà a perdere popolo e dignità.
Non perché manchino le idee, ma perché manca la rotta.
E nessuna nave arriva in porto se chi la guida ha smesso di credere che esista il mare.
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