Antisemitismo, potere e la guerra del linguaggio

Dove si racconta di una parola
inventata per difendere i perseguitati
e riciclata per mettere a tacere chi protesta;
di popoli antichi e di moderni guardiani della morale;
di chi chiede giustizia e finisce stritolato tra silenzi,
etichette e accuse prefabbricate.

***

Come al solito, la questione non è mai la risposta, ma la domanda. Come si definisce oggi "antisemitismo"? Chi può brandire una parola come una clava, e chi invece si trova con la voce azzerata appena apre bocca?

La definizione non basta, la domanda è sbagliata

Antisemitismo: parola magica, parola-trappola. Nata dall’orrore, oggi buona per ogni uso. Se tutto è antisemitismo, niente lo è davvero. È la vecchia storia dell’inflazione semantica: se ogni critica diventa delitto, il delitto sparisce, ma con lui sparisce anche il pensiero.

Oggi il problema non è solo Gaza, Israele o gli Stati Uniti. Il problema è la narrazione, la gabbia: o stai con Israele (e quindi “contro l’antisemitismo”), o stai dall’altra parte — e automaticamente diventi un sospetto.

Poi ci sono i numeri che nessuno vuole guardare. Oggi la maggioranza degli ebrei israeliani sostiene l’espulsione dei palestinesi da Gaza, quasi metà sostiene l’eliminazione fisica degli abitanti, due su tre pensano che a Gaza “non ci siano innocenti”. Un sondaggio Geocartography Knowledge Group / Penn State University del 2025 mostra che il 65% degli ebrei israeliani crede nell’esistenza di un moderno “Amalek” e che il 93% di questi ne giustifica l’annientamento (fonti: Genocide Watch, B’Tselem, Al Jazeera). Qui non è più propaganda: è sociologia, è cronaca nuda.

Non si tratta più di propaganda. È normalizzazione del linguaggio genocida: non solo tra fanatici da tastiera, ma nel discorso pubblico, nelle scelte militari, nei commenti televisivi. L’estrema destra non è più ai margini: è la temperatura ambiente. E chi solleva il dito, chi prova a contestare, sa già che rischia l’accusa di antisemitismo. Funziona così: accusa preventiva e game over.

La zona grigia non esiste: o con me, o antisemita

Quando il linguaggio dell’estrema destra si fa mainstream, accade l’inverosimile: frasi come “non ci sono innocenti a Gaza” smettono di essere bestemmie da social e diventano la linea guida. La "guerra totale" non è più la distopia da romanzo: è la direttiva ufficiale.

Chi si azzarda a deviare? Silenzio, bavaglio, lista nera. La paura di essere accusati di antisemitismo paralizza tutto: università, stampa, diplomazia, cultura. Ecco l’effetto raggelante: autocensura, vigliaccheria elevata a virtù.

Il capolavoro della neolingua è la definizione IHRA: presa alla lettera, ogni critica a Israele è razzismo. Niente sfumature, niente domande. Ci sono studiosi ebrei che gridano allo scandalo. C’è persino uno dei padri della definizione che accusa i suoi stessi sodali di averne fatto una clava contro il pensiero critico.

E poi c’è la politica, che in Italia si muove secondo uno spartito già scritto: premio a Salvini per la sua amicizia senza condizioni con Israele, governo Meloni impegnato in equilibrismi diplomatici, Tajani che condanna ma si guarda bene dal rompere gli equilibri internazionali. Tutti pronti a sventolare la parola “antisemitismo” per zittire qualsiasi voce fuori dal coro. Un rito bipartisan, in cui anche le opposizioni oscillano tra timidi distinguo e prudenti “cessate il fuoco umanitari” — quando non si limitano a votare per la forma e tacere sulla sostanza.

Diciamolo: non si tratta solo di paura di essere additati come complici del nuovo antisemitismo, e nemmeno solo di sensi di colpa storici (Germania, Italia, Europa). C’è una questione di convenienza: economica, geopolitica, diplomatica. Israele resta l’avamposto degli interessi occidentali in Medio Oriente, il poliziotto a cui delegare il “lavoro sporco” — come ha confessato senza giri di parole il premier tedesco dopo i bombardamenti sull'Iran. Ma dietro la retorica, l’allineamento è anche un atto di vassallaggio nei confronti degli Stati Uniti, la vera regia di questo copione. I governi italiani — e non solo — preferiscono restare a rimorchio, per convenienza più che per convinzione.

Intanto, l’opinione pubblica va da un’altra parte. Secondo un recente sondaggio SWG, oltre il 60% degli italiani giudica sproporzionata la reazione militare israeliana a Gaza, quasi la metà esprime simpatia o solidarietà verso i palestinesi. La frattura tra i palazzi e le piazze si allarga: i governi recitano il copione, la gente sempre meno.

Il paradosso semantico: proteggi una parola e la svuoti

Qui nessuno nega la gravità dell’antisemitismo, anzi. Ma questa caccia alle streghe protegge davvero qualcuno? O rischia di produrre — per stanchezza, per rancore — proprio quell’odio che si vorrebbe eliminare?

Oggi la scena è questa: chi critica Israele rischia l’etichetta infamante. Professore, giornalista, artista, attivista: fila, paga e taci. Il risultato? Si diffonde il risentimento, si accumula rancore vero. Lo dicono in tanti, anche tra gli ebrei progressisti. Lo spazio della critica si restringe. E fuori dal recinto comincia la rabbia.

E qui si arriva al nodo. “Antisemitismo”, in teoria, dovrebbe coprire ogni odio contro i popoli semiti: ebrei, arabi, palestinesi. Ma nella pratica il termine è proprietà privata. Una specie di apartheid lessicale: chi detiene la parola ha il monopolio della sofferenza, gli altri restano muti.

L’inerzia diplomatica e l’autocensura: chi parla si cancella da solo

In Occidente, il trend è scolpito nella pietra: chi si espone, chi osa, viene cancellato. La diplomazia sta ferma, la politica balbetta, la stampa si auto-mutila. Il prezzo della parola è diventato troppo alto. Chi non ha santi in paradiso si arrende, gli altri girano la testa dall’altra parte.

Intanto, l’opinione pubblica si sgonfia: solo una minoranza negli USA sostiene la guerra a Gaza, tra i democratici siamo alle percentuali da cabala. Il consenso di superficie è sempre più fragile, ma intanto il dibattito si è ghiacciato. Nessuno chiama più le cose col loro nome.

Nelle università americane si fa la conta: professori sospesi, studenti espulsi, eventi cancellati. L’accusa? Sempre la stessa: antisemitismo. Ma spesso il “reato” è chiedere giustizia, o semplicemente esprimere solidarietà. Troppo.

Come si fabbrica un nemico: la lezione israeliana

La propaganda ha una regola sola: a forza di ripetere che il nemico è ovunque, il nemico diventa chiunque. In Israele, ormai, la retorica della sicurezza ha lasciato il posto a quella dell’annientamento. Il nemico? Ogni palestinese, nessuno escluso. Tutti "Amalek", tutti sterminabili.

Il salto è compiuto: la desumanizzazione non è più un tic da ultrà, è lingua ufficiale. Nei media, nell’esercito, nei ministeri. “A Gaza non ci sono innocenti”, ripetono. “Serve la soluzione finale”, insinuano. E chi obietta, rischia grosso.

Il silenzio delle istituzioni internazionali è assordante: la paura dell’accusa di antisemitismo pesa più di ogni obbligo morale o giuridico. E intanto il dibattito pubblico si svuota, le voci scomode vengono spente, i concetti svuotati.

Chi perde quando le parole diventano armi?

Semplice: perdiamo tutti. Perde chi subisce — i palestinesi — e perde chi dovrebbe essere protetto: gli ebrei progressisti, ormai privati della parola. Perdono le democrazie che svendono la libertà di discussione per paura. Perdono anche i burattinai della guerra semantica: ogni abuso, ogni manipolazione, rende il discorso più povero e meno credibile.

Restituire senso alle parole: una rivoluzione semantica

Forse serve una rivoluzione vera: antisemitismo dovrebbe significare odio e persecuzione contro ogni popolo semitico. Non per provocazione, ma per giustizia. Se non cambiamo il quadro, la parola resta un manganello per chi ha già il potere. La protezione riservata a pochi è un altro modo per discriminare.

Il rischio della memoria svuotata

Le parole nate per difendere gli oppressi diventano strumenti per spegnere il dissenso. “Antisemitismo” era un allarme, ora è l’interruttore che spegne tutto. La memoria, se diventa solo uno strumento del potere, è una commemorazione vuota. Serve il coraggio di restituire alle parole il loro senso e alle vittime — tutte — il diritto di nominare la propria oppressione.

Altrimenti, come diceva Orwell, chi controlla le parole controlla la realtà. Chi resta fuori dalle parole, semplicemente, sparisce.

***

Nota a margine, per chi vuole ancora vedere. Se vi sembra troppo, tranquilli: in TV nessuno ne parlerà. Troppo scomodo, troppo poco spendibile. Si va avanti con gli “esperti”, gli slogan, le accuse a comando. La guerra del linguaggio, intanto, macina vittime silenziose.

E, come sempre, a pagare saranno quelli che non hanno né potere né parola.


Fonti sondaggi e dati:

  • Geocartography Knowledge Group/Penn State University, 2025

  • Genocide Watch, B’Tselem, Al Jazeera

  • SWG Italia, giugno 2024

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