Non è una legge: è un’ideologia. E va rovesciata.

Nel quale si mostra come anche le norme giuridiche
abbiano un’anima, e come chi non la vede
spesso sia già parte del problema.
Dove si narra di leggi scritte per chi comanda,
e si chiama a raccolta
chi non vuole più obbedire in silenzio

***

Le leggi non cadono dal cielo

Ogni norma è il prodotto di una scelta. Ogni scelta, di una visione del mondo.
Chi pensa che il diritto del lavoro sia una materia tecnica, neutra, da lasciare agli specialisti, è fuori strada.
Le leggi che regolano i rapporti tra chi comanda e chi lavora non sono naturali: sono l’esito di un equilibrio di potere. E da decenni, quell’equilibrio spinge in una sola direzione: verso il basso.

Il diritto del lavoro italiano nasce per proteggere la parte debole. Ma è da oltre quarant’anni che questa idea viene progressivamente smantellata.

Non si tratta di un processo naturale o inevitabile, ma di una trasformazione culturale prima ancora che normativa.

L’inizio della ritirata: Lama, il salario e l’erosione degli obiettivi

Una delle svolte decisive avviene nel 1978, durante l’assemblea dell’EUR. Luciano Lama, allora segretario generale della CGIL, propone ai lavoratori di abbandonare l’idea del salario come variabile indipendente. L’intento è chiaro: contenere l’inflazione, stabilizzare l’economia, salvare l’occupazione. “Prima salviamo la barca, poi discutiamo chi la guida”, fu in sintesi la posizione.

È una scelta comprensibile nel contesto di allora. Ma nei sistemi complessi, le soluzioni d’emergenza tendono a diventare permanenti se non si ristabilisce un obiettivo alto. È qui che si manifesta uno degli archetipi più insidiosi descritti dalla teoria dei sistemi: l’erosione degli obiettivi.

Accade questo: si abbassa temporaneamente il proprio standard, in nome del realismo. Ma poi quello standard ridotto diventa la nuova normalità. E quando la situazione peggiora di nuovo, si abbassa ancora. Si entra così in un circolo vizioso, in cui l’obiettivo originario si restringe progressivamente, fino a scomparire del tutto.

Quello che doveva essere un arretramento tattico diventa una postura strutturale.
Quella che era una mediazione per guadagnare tempo diventa la cifra permanente della moderazione.
E, lentamente, si smette di parlare di emancipazione e si comincia a parlare solo di compatibilità.

Col senno di poi, aveva ragione chi allora sembrava solo estremista.
“Mai un passo indietro, neppure per prendere la rincorsa”, dicevano da Radio Alice.
All’epoca pareva follia. Oggi è il promemoria di ciò che accade quando l’adattamento sostituisce la visione.

Dalla concertazione al disarmo culturale

Negli anni Ottanta e Novanta si prova a governare la transizione. Nasce l’idea della concertazione: istituzioni, sindacati e imprese discutono insieme le riforme. Ma il contesto è cambiato. E quando cambia il contesto, anche il significato delle parole cambia.

Nel 1979 vince Margaret Thatcher. Nel 1980, Ronald Reagan.
Nel 1989 cade il Muro di Berlino. Nel 1991 crolla l’URSS.
È la fine dell’equilibrio bipolare e l’inizio del dominio neoliberista globale, in cui l’economia di mercato non è solo l’unico modello praticabile, ma anche l’unico immaginabile.

Dentro questo nuovo scenario, la concertazione italiana non è più mediazione: è gestione del disarmo.
Si firma per salvare l’occupazione, ma si accetta il ricatto del mercato.
Si difende il lavoro, ma senza più metterne in discussione le condizioni.
Si perde potere e si smette di chiamarlo conflitto: si chiama dialogo.

La demolizione normativa

Il Jobs Act di Renzi è solo l’ultimo atto.
Prima di lui:
Treu, che apre ai contratti a termine,
Biagi, che moltiplica le forme di lavoro atipico,
– i governi di centrosinistra, che adottano la narrazione secondo cui i diritti sarebbero rigidità, le tutele un ostacolo, il lavoratore un costo da contenere.

Ogni riforma è presentata come tecnica. Ma è ideologica.
Dietro ogni comma c’è una visione del mondo: quella in cui l’impresa è razionale, e il lavoro un problema da gestire.

L’analfabetismo egemone

Oggi c’è chi dice che l’articolo 18 è superato, che i referendum sono velleitari, che il mondo è cambiato.
E spesso è vero: il mondo è cambiato. Ma non da solo, e non in meglio.

Chi ripete questi discorsi, spesso non sa leggere le norme, e non sa leggere il potere.
Ha interiorizzato l’egemonia culturale del mercato e la scambia per buonsenso.
Chiama tecnica ciò che è ideologia.
Chiama responsabilità ciò che è adattamento.

Il referendum come strappo

Non si tratta di tornare indietro. Si tratta di smettere di arretrare.

Il referendum è un’occasione rara per rimettere tutto in discussione:
non solo le leggi, ma l’idea di lavoro che quelle leggi rappresentano.

Per dire che:
la flessibilità senza dignità è solo ricatto,
la libertà d’impresa non può pesare più della libertà dal bisogno,
i diritti non impediscono le assunzioni, le impedisce l’avidità.

È anche un’occasione per chi è cresciuto nel precariato come fosse normalità.
Per chi ha sempre lavorato senza mai sentirsi protetto.
Per chi crede che il futuro non possa essere solo una versione più lucida dell’adattamento.

Una linea rossa

C’è una linea rossa che unisce tante storie:
– Chi è stato licenziato il giorno del funerale del figlio.
– Chi lavora in nero e si ammala.
– Chi deve restituire allo stesso datore parte dello stipendio.
– Chi scioperava per un collega e oggi sarebbe cacciato via.

Chi queste cose le ha viste, non si fa più illusioni.
Sa che questa non è una battaglia per il passato, ma sulla soglia del presente.

Ed è lì che si decide se il lavoro sarà ancora un luogo di dignità, o solo di obbedienza.

Cinque Sì. Non per tornare indietro, ma per ricominciare a scegliere.

L'8 e il 9 giugno non si vota la nostalgia.
Si vota la possibilità di riaprire un varco.

Non si tratta di risolvere tutto.
Ma di dire che non si accetta più tutto così com’è.

Cinque Sì, per chi lavora e non conta.
Per chi è cittadino ma resta invisibile.
Per chi ha sempre obbedito, ma non ci crede più.

Cinque Sì, non per tornare al passato,
ma per rimettere in discussione il presente.

Cinque Sì, perché chi non sceglie lascia scegliere gli altri.
E il silenzio, in politica, non è mai neutro.

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