IA, potere e sistema. La scelta non è tecnica, è politica
Volendo narrare delle sorti future
dell’intelligenza e degli uomini
che pensano di governarla,
mi parve utile riportare non miracoli, ma sistemi;
non mostri, ma logiche; non utopie, ma scelte.
E che ciascuno, leggendo, decida se preferisce
un mondo abitato da algoritmi sovrani
o da esseri pensanti.
La narrazione dominante sull’intelligenza artificiale somiglia a quella che, negli anni ’90, accompagnò la globalizzazione: progresso inevitabile, benefici per tutti, vita migliore. Le critiche, se ci sono, restano confinate all’etica o alla regolazione degli algoritmi. Ma il punto è altrove: l’impatto dell’IA sui rapporti sociali, sul potere, sui modelli di convivenza. Se davvero l’IA promette di raddoppiare la produttività globale, la domanda non è quando, ma a vantaggio di chi?
Pino Arlacchi, sociologo, ex vicesegretario generale dell’ONU, nel suo articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano il 24 giugno, parte da qui. E individua la posta in gioco: la sfida non è tra tecnologie, ma tra sistemi. Da un lato, il capitalismo occidentale, fondato sulla proprietà privata dei mezzi digitali e sulla concorrenza. Dall’altro, il socialismo di mercato cinese, dove lo Stato conserva un ruolo centrale nella pianificazione e nella redistribuzione.
Secondo Arlacchi, l’IA avrà effetti divergenti. Negli Stati Uniti e in Europa, accelererà processi già in corso: automazione, perdita netta di posti di lavoro, stress sul welfare, disuguaglianze crescenti. Solo negli USA, si stima che 50 milioni di lavoratori dovranno cambiare mestiere entro il 2035. Il costo della riqualificazione supera il trilione di dollari. Ma in un sistema in cui ogni impresa agisce per conto proprio, chi dovrebbe pagare?
La logica del capitalismo occidentale – osserva Arlacchi – non è adatta a gestire le transizioni. Favorisce l’innovazione distruttiva, anche quando i danni sociali sono sistemici. Ogni azienda automatizza per aumentare i profitti, ignorando l’effetto complessivo. Il PIL cresce, ma con esso anche la precarietà, l’isolamento, l’instabilità.
E la Cina? Anche lì ci sono rischi e costi: la riallocazione di centinaia di milioni di lavoratori, la formazione, la transizione. Ma lo Stato ha definito l’IA come priorità strategica. Il piano nazionale prevede programmi pubblici per gestire la riconversione. Secondo McKinsey, entro il 2035 il 30% della forza lavoro cinese sarà ricollocata con investimenti statali. Il surplus dell’automazione viene catturato e redistribuito.
In Occidente no: il valore aggiunto resta nelle mani dei proprietari delle piattaforme, dei fondi tecnologici e dei giganti dell’IA. Arlacchi ipotizza due scenari. Il primo, meno probabile: una convergenza verso modelli più cooperativi, con pianificazione e ridistribuzione. Il secondo, più realistico: un’accelerazione verso l’oligarchia tecnocapitalista. L’IA produce ricchezza per pochi, e la maggioranza si adatta a vivere con sussidi minimi, lavori precari e dipendenza digitale.
La tesi è semplice: l’IA non è neutra. Le sue conseguenze dipendono da chi la controlla, da quali regole la orientano, da quali meccanismi ne gestiscono la redistribuzione. Se affidata al mercato, genererà nuove forme di apartheid tecnologico. Se inserita in una visione collettiva, può diventare uno strumento di emancipazione.
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Fin qui la sintesi. Ma per cogliere il nodo, occorre una prospettiva storica.
Negli anni ’50-’70, alcuni paesi europei e scandinavi riuscirono a costruire modelli di capitalismo temperato: welfare robusti, piena occupazione, fiscalità progressiva, servizi pubblici. Ma fu un equilibrio provvisorio, reso possibile da due fattori: la minaccia sistemica del blocco socialista (URSS, Jugoslavia, Cina) e una classe dirigente consapevole che se non si redistribuiva, si rischiava la rivolta.
Quel compromesso – chiamiamolo keynesiano – è finito con la crisi degli anni ’70 e l’offensiva neoliberale. Deregolamentazione, finanziarizzazione, privatizzazioni, smantellamento del pubblico. Il mercato è diventato principio unico. Oggi siamo in fondo a quella traiettoria.
L’IA arriva in questo vuoto: sindacati deboli, partiti popolari scomparsi, spazio pubblico colonizzato dal consumo. In questo contesto, non è uno strumento neutrale: è un moltiplicatore. Rafforza chi ha già potere, indebolisce chi non ha rappresentanza. E non redistribuisce: concentra.
Per questo parlare di “tecno-apartheid” non è allarmismo, è realismo. In assenza di politiche pubbliche, chi possiede l’IA possiede il lavoro, i dati, le decisioni. Gli altri vivono dentro un algoritmo: sussidiati, controllati, marginali. È un sistema che sostituisce il padrone con una dashboard, il caporeparto con una piattaforma, la libertà con un punteggio sociale.
A questo punto si apre una possibilità che i commentatori liberali tendono a evitare: il modello cinese potrebbe diventare attrattivo. Non per ideologia, ma per funzione. Chi ha poco o nulla potrebbe trovare più desiderabile un sistema che garantisce occupazione, formazione e sicurezza sociale rispetto a uno che garantisce solo la libertà di fallire.
Ovviamente il modello cinese ha limiti evidenti: autoritarismo, censura, verticalismo politico. Ma nella partita globale, la perfezione non è il metro. Conta la capacità di gestire il cambiamento, di trasformare una crisi in stabilità. Se l’Occidente continua a subire l’innovazione, mentre la Cina la pianifica, il confronto non sarà più tra libertà e controllo, ma tra inclusione e esclusione.
C’è infine un rischio sottile ma decisivo: la cancellazione dell’idea stessa di alternativa. L’ideologia dominante presenta il capitalismo digitale come inevitabile. Ma non lo è. Esistono strade diverse. In Europa, in America Latina, nel Sud globale. Alcune sono già in campo: reddito di base, orario ridotto, proprietà collettive, cooperative digitali. Ma senza una forza politica che le sostenga e un progetto condiviso, resteranno esperimenti marginali.
Nel frattempo, le élite discutono di etica dell’IA, di governance multilaterale, di intelligenza artificiale “responsabile”. Ma sul piano concreto, si consolida una polarizzazione: una minoranza con accesso pieno alle tecnologie, una maggioranza che ne subisce gli effetti. E una democrazia sempre più decorativa, che può decidere su poco e su tardi.
Non esistono terze vie tecnologiche. Ma esistono terze vie politiche. La questione vera non è cosa farà l’IA, ma cosa decideremo di fare noi con l’IA. Se la tratteremo come proprietà privata e strumento di profitto, costruiremo una società verticale, ineguale, chiusa. Se la considereremo un’infrastruttura pubblica, potremo disegnare un modello diverso. Né cinese né californiano: nostro.
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L’analisi di Arlacchi ha un merito preciso: ci costringe a tornare alla politica. L’IA non è un oracolo, è una leva. E ogni leva muove qualcosa. In questo caso, muove il potere. E lo sposta. Verso chi, dipende da noi. O da chi deciderà al posto nostro.

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