Due parole (in verità di più) sul referendum dell’8 e 9 giugno
In cui si narra come, cercando la verità
tra i rifiuti del dibattito pubblico,
l’autore inciampò in un referendum sepolto
sotto l’astensione e decise, contro ogni buon senso,
di dargli degna sepoltura e qualche parola di giustizia.
Anche se nessuno l’aveva chiesta.
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Prendiamola dalla fine: nel 1968, su un muro di un’università americana, comparve un graffito sarcastico: “Eat shit. One billion flies can’t be wrong”. Marcello Marchesi lo riportò in Il Malloppo (1971): “Mangiate merda, milioni di mosche non possono sbagliare”.
Il mancato raggiungimento del quorum non significa che non si avesse ragione. Significa solo che non si è raggiunto il quorum.
Esiste una famosa fallacia logica – l’argumentum ad populum – che ci ricorda: il consenso non garantisce né verità né giustizia.
E poi, visto che qualcuno ci tiene: le nostre radici cristiane – oggi così care a quella destra che canta vittoria per aver fatto fallire il referendum – insegneranno pure qualcosa, no?
Nel Vangelo secondo Matteo, quando Pilato propose un referendum al popolo, gli chiese: volete libero Gesù o Barabba?
E scelsero Barabba.
Il valore dei quesiti sul lavoro
I quattro referendum sul lavoro non andavano sostenuti solo per il loro contenuto tecnico, ma per il cambio di narrazione che rappresentavano.
Per la prima volta da anni si è provato a dire: il lavoro è un diritto, il lavoratore non è un problema.
Erano imperfetti? Sì.
Erano la soluzione totale? No.
Ma rompevano l’inerzia, riportando nel dibattito parole dimenticate: reintegro, dignità, stabilità.
Un cambio di narrazione (che forse sta iniziando)
Il fatto che li abbiano appoggiati – fosse pure per opportunismo – PD (autore del Jobs Act) e M5S (contenitore trasversale) fa ben sperare, perché qualcosa nel senso comune si sta muovendo.
Che duri, è un altro discorso.
Ma quando una narrazione cambia, lo fa quando arriva anche in bocche impensate.
Sì, anche i “compagni duri e puri” dovrebbero ripensarci
L’egemonia culturale non è la coerenza assoluta, ma la capacità di far cambiare idea anche a chi era all’opposto.
Chi rifiuta ogni deviazione – qualsiasi – rischia di cadere nel bimbominkismo rivoluzionario:
una forma di radicalismo sterile e narcisista, che rifiuta ogni mediazione e ogni compromesso, preferendo l’identità alla trasformazione, il giudizio alla costruzione, l’illusione della purezza alla fatica della pratica egemonica.
È il radicalismo dell’impotenza: meglio sentirsi superiori che provare a cambiare.
Ma chi resta solo, nella storia, non cambia nulla.
Il referendum abrogativo non funziona (così com’è)
Dal 1995 a oggi, solo nel 2011 un referendum abrogativo ha superato il quorum.
Chi vuole mantenere lo status quo non ha bisogno di argomentare: basta stare a casa.
Nel frattempo, anche le altre elezioni mostrano un calo progressivo della partecipazione:
Politiche 2022: affluenza al 63,9%, in calo di quasi 9 punti rispetto al 2018 (73%).
Europee 2024: affluenza al 49,7%, record negativo.
Regionali: affluenza mediamente sotto il 50%, con punte minime recenti come: 46,4% in Emilia-Romagna (novembre 2024), 45,97% in Liguria (ottobre 2024).
Nei referendum costituzionali, invece, senza quorum, l’affluenza è più alta.
Nel 2016, contro la riforma Renzi, votò il 65,47% degli aventi diritto.
Perché? Perché senza il quorum, chi vuole difendere una legge non può sottrarsi, deve votare, non può contare sull’astensione fisiologica altrui. In questo modo si è costretti al confronto e non si può “vincere facile”.
Quando il silenzio vince sulla democrazia
Nella manifestazione delle volontà, chi ha votato ha detto Sì, e con margini larghissimi.
Sul reintegro, 87–89% ha scelto il Sì.
E perfino il 24% degli elettori leghisti ha votato a favore.
Se non ci fosse stato il quorum, e se la destra fosse stata chiamata a votare, il risultato sarebbe stato diverso.
Serve una riforma: più firme per promuovere un referendum per evitare qualsiasi tentazione di abuso dello strumento, ma niente quorum.
Vince chi prende più voti. Punto.
Il quinto quesito: una ferita culturale
Il quesito sulla cittadinanza – portare da 10 a 5 anni la residenza per richiedere la cittadinanza, in linea con l’Europa – ha ottenuto meno consensi rispetto agli altri quattro quesiti sul lavoro, con una quota significativa di voti contrari anche tra elettori M5S (50%) e PD (15–20%).
Nonostante requisiti severi (reddito, lingua, assenza di reati), non pochi elettori dei partiti principali del "Campo largo" hanno votato No.
Qui non ha vinto l’astensione. Ha vinto il pregiudizio, anche dentro le famiglie che si definiscono "progressiste".
E mentre chi era interessato non poteva votare, la sconfitta diventa perfino antropologica.
È poi risibile l’argomento tirato fuori da taluni secondo cui si sarebbe trattato di una manovra per rafforzare l’“esercito industriale di riserva” – un uso distorto e strumentale del pensiero di Marx, spesso avanzato proprio da chi si dichiara marxista.
Intanto, i cittadini stranieri che avrebbero beneficiato di questa riforma sono già integrati: hanno un reddito, pagano le tasse, parlano italiano, sono incensurati. Altro che massa da sfruttare.
E poi, Marx non ha mai usato il concetto di esercito industriale di riserva contro i lavoratori: era uno strumento analitico per comprendere i meccanismi del capitale, non per legittimare l’esclusione di chi lavora, ma non ha i documenti.
Eppur si muove
Al netto di tutto, qualcosa si muove, e non solo da noi.
L’ordine unipolare post-Guerra fredda è in crisi.
Sta emergendo un ordine multipolare, caotico ma reale.
La globalizzazione neoliberista non tiene più, e questo apre spiragli.
Ritorna possibile una concorrenza tra modelli, anche valoriali.
E l’esistenza di un polo meno giudicante (i BRICS), contrapposto all’Occidente “esportatore di democrazia a corrente alternata”, garantisce oggi più spazi ai paesi poveri e più margini alle politiche alternative.
Non sarà la rivoluzione. Ma non è nemmeno l’eterno ritorno dell’identico.
Chi lavora per cambiare, oggi ha più spiragli. E chi non si rassegna, fa bene.

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