Vuoti a perdere. Fascisti, gang, incel, jihadisti: la generazione senza nome e la società senza risposte

Siamo cresciuti tra slogan sbiaditi,
affetti intermittenti e orizzonti in saldo.
Qualcuno ha imparato a odiare, altri a sparire.
Ma sotto ogni ferita, la stessa domanda:
chi si prende cura di chi non crede più in niente?

***

Io mi dichiaro comunista. Atipico, certo. Ecosocialista, sinarchico. Uno che crede nella libertà di tutti e non nel potere di pochi. Che non ha nostalgia del passato, ma fame di futuro. La mia condanna al fascismo è totale, radicale, non negoziabile. E proprio per questo mi rifiuto di combatterlo con l’inerzia della retorica o l’ipocrisia della repressione.

Perché il fascismo di oggi non marcia in camicia nera. Salta fuori dai buchi neri lasciati da una società che non sa più rispondere.

Non sono mostri. Sono sintomi. Sono lo specchio.

I giovani fascisti non leggono Evola. Non cantano Faccetta nera per fede ideologica. Lo fanno per rabbia, per noia, per bisogno di identità. Il loro odio è lo specchio deformato della nostra indifferenza. Non sono nostalgici del Ventennio. Sono orfani di senso.

Come ha spiegato Emmanuel Todd, viviamo in società che non trasmettono più valori condivisi. La scuola seleziona, non forma. Il lavoro sfrutta, non emancipa. La famiglia crolla sotto il peso della precarietà affettiva ed economica. In questo vuoto, il fascismo non ritorna come ideologia, ma come estetica del dominio. Come scorciatoia identitaria. Come branco che ti fa sentire forte almeno per un attimo.

Incel: l’odio che nasce dalla solitudine

Nel sottosuolo digitale della rete, gli incel – celibi involontari – trasformano la frustrazione in rancore, e la misoginia in dottrina. Ma anche qui, sotto la scorza reazionaria, pulsa un vuoto profondo: incapacità di relazione, ansia di prestazione, identità maschile fragile che cerca rifugio nel dominio.

Non è solo una questione psicologica: è politica. L’incelismo è spesso il primo gradino verso l’adesione a ideologie ultra-reazionarie, suprematiste, criptofasciste. Perché offrono una risposta semplice a un dolore complesso: la colpa è delle donne, dei diritti, dell’uguaglianza.

Siamo davanti a una generazione che non ha smarrito la fede. Semplicemente, non l’ha mai ricevuta. Né nella democrazia, né nella comunità, né nel corpo. E allora aggredisce ciò che non capisce: il cambiamento, la differenza, la libertà altrui.

Gang, jihadisti, blocchi: simboli diversi, stessa fame

Allarghiamo lo sguardo. Le gang giovanili, spesso formate da figli di immigrati nati qui, rispondono allo stesso bisogno di appartenenza. Il branco è famiglia. Il quartiere è patria. La violenza è potere simbolico in una vita senza potere reale.

Anche nella radicalizzazione jihadista troviamo lo stesso schema. Non è l’Islam a produrre il terrorismo, ma il vuoto. Lo spiegano Olivier Roy e Farhad Khosrokhavar: molti foreign fighters non sono cresciuti nella fede, ma nel disincanto. Convertiti in carcere, nelle periferie, nel vuoto. La religione diventa allora sacralizzazione della rabbia. Una liturgia identitaria che dà forma e scopo al dolore.

Cambia il linguaggio, cambia la bandiera. Ma il buco al centro resta lo stesso: assenza di senso, di legame, di futuro.

Punire o trasformare? La posta in gioco è il legame sociale

Cosa fare, allora? Sciogliere i gruppi? Reprimere, censurare, blindare? Può servire, a volte. Ma non basta mai. Reprimere senza trasformare è solo spostare l’epidemia da un quartiere a un altro, da un corpo a un altro.

Serve una strategia sistemica, rigenerativa:

  • Una scuola che non addestri al merito, ma accompagni alla scoperta di sé.

  • Una politica che non comandi, ma ascolti e coinvolga.

  • Una comunità che non isoli, ma accolga senza giudicare.

  • Una pedagogia della fragilità, non del castigo.

E laddove necessario, percorsi educativi protetti, intensivi, comunitari. Che offrano alternative reali. Non prediche, ma esperienze. Non discorsi, ma legami.

Non basta il “mai più”. Serve il “adesso sì”.

Ogni ragazzo radicalizzato – che sia fascista, incel, gangsta o jihadista – è una domanda a cui non abbiamo saputo rispondere. È il termometro di una febbre che ci riguarda tutti. È lo specchio incrinato del nostro fallimento collettivo.

E lo specchio non si rompe. Si attraversa.

Attraversarlo vuol dire restituire possibilità. Riconoscere il bisogno d’amore che si nasconde sotto la maschera dell’odio. Vuol dire generare un nuovo senso comune, fatto di cura, giustizia, autenticità.

Perché la storia non si ferma con un decreto. E se vogliamo essere antifascisti fino in fondo, dobbiamo riempire quei vuoti prima che lo faccia qualcun altro.

Con la lotta, la cura, la poesia.
Con quella rivoluzione gentile, concreta e intransigente che ancora chiamiamo giustizia.

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