Salario minimo. Salario giusto. Salario e basta
Nel quale si scopre che il salario,
prima di essere giusto,
deve essere minimo,
e che non c’è dignità senza numeri
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«A noi non convince il salario minimo perché ci convince un salario giusto».
Così parlò l’onorevole Bignami, evocando un’idea antica e insieme pericolosamente elusiva: quella del “giusto” come misura invisibile, intangibile, non negoziabile.
Ora, al netto dell’ironia — che resta una sana forma di igiene civile —, c’è qualcosa di serio da dire: sul salario si è già espressa la Costituzione. Non una dichiarazione d’intenti, ma un articolo preciso, il 36, che vincola la Repubblica a garantire una retribuzione «proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto» e, soprattutto, «sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa».
Una soglia materiale, non metafisica. Una dignità incarnata in numeri, non in formule etiche. Un parametro oggettivo.
Ma allora: qual è oggi, in Italia, il salario che consente a un singolo lavoratore di non essere povero?
La risposta non viene dal moralismo, ma dall’ISTAT: nel 2023, la soglia di povertà relativa per una persona singola è stata di circa 1.030 euro netti al mese.
È questo il limite minimo sotto il quale la Repubblica fallisce. Ogni salario inferiore a quella cifra è, per legge e per etica costituzionale, una forma di esclusione. Chi lavora non deve sopravvivere. Deve vivere. Libero e dignitoso.
Eppure, questo è il problema: in Italia, oggi, non esiste un salario minimo legale. Esiste solo una giungla di contratti collettivi — alcuni tutelanti, altri no — e una prateria di lavoro povero che cresce a ogni precarizzazione, a ogni appalto, a ogni finta partita IVA.
In Francia e Germania, il salario minimo esiste e funziona. Non è simbolico, ma strutturale: garantisce un reddito netto superiore di almeno 250-300 euro alla soglia di povertà. In Italia, nulla di tutto questo. Solo una discussione sospesa tra ideologia e convenienza.
Ma attenzione: non basta introdurre un salario minimo. Bisogna introdurre quello giusto.
Per essere degno di questo nome, il salario minimo italiano dovrebbe attestarsi almeno tra i 1.280 e i 1.330 euro netti al mese. Perché è lì che sta la soglia della dignità comparabile agli altri paesi europei avanzati.
Non basta sfiorare la povertà. Bisogna superarla di slancio.
E tradotto in termini lordi, vuol dire tra i 2.400 e i 2.500 euro al mese, circa 15 euro lordi l’ora.
Meno di così è una beffa. Una foglia di fico. Un finto argine che rischia di diventare un’aspirazione massima per chi oggi guadagna di più.
Già, perché c’è un paradosso di cui parlare: se il salario minimo viene fissato troppo in basso, in un contesto di contrattazione fragile e disparità crescenti, rischia di agire da calamita verso il basso. Le imprese potrebbero usarlo per abbassare le retribuzioni oggi più alte ma non protette da contratti forti. È il rischio dell’appiattimento: il minimo diventa il nuovo massimo. E il “giusto” evapora.
Questo vale soprattutto per i settori più esposti: ristorazione, agricoltura, logistica, servizi, commercio al dettaglio, edilizia. Settori dove i salari medi oggi si aggirano tra i 1.500 e i 1.700 euro netti, ma che nascondono al loro interno una massa grigia di lavoratori precari, intermittenti, stagionali o irregolari che vivono molto più sotto. Dove il salario non è nemmeno mensile, ma settimanale, giornaliero, talvolta orario — e in nero.
Allora sì: il salario minimo serve. Serve come scudo per chi è vulnerabile. Serve come argine contro la vergogna. Serve come deterrente per il dumping contrattuale. Ma deve essere alto abbastanza da essere credibile, e coordinato con la contrattazione collettiva, non in competizione.
Chi lo osteggia, spesso, o non conosce i numeri o ne teme gli effetti redistributivi. Ma non si può invocare la “giustezza” come scusa per non fare i conti con la realtà. Un Paese in cui si lavora e si resta poveri è un Paese che ha rotto il patto di cittadinanza. Un Paese in cui chi lavora non è libero, ma ricattabile.
E la dignità non può restare una parola vuota, stampata su un vecchio articolo costituzionale. Va retribuita. E difesa. Con una soglia sotto la quale non si scende.
Perché sotto quella soglia c’è il baratro.

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