Israele, o del colonialismo che non osa dire il suo nome

In cui si racconta di un giornalista
che scrive da dentro la bestia,
e di come il colonialismo sia sopravvissuto
cambiando pelle ma non i suoi appetiti

***

Ogni tanto, da qualche fenditura del sistema, si leva una voce che rompe l’incantesimo. Una voce che non viene da fuori, ma da dentro. Non da Gaza, ma da Tel Aviv. Non da un attivista solidale, ma da un giornalista israeliano. Si chiama Gideon Levy, e nell’articolo pubblicato su Internazionale il 1° maggio 2025 ci dice, con una calma spaventata, che i giornali del suo paese stanno incitando al genocidio.

Lo dice con esempi concreti. Con nomi, cognomi, citazioni testuali. Con la puntualità dell’uomo che non può più tacere, ma nemmeno più sperare. E mentre lo leggo, mi torna in mente una vecchia verità che abbiamo imparato a rimuovere: non c’è bisogno di essere nazisti per fare orrore. Basta essere coloniali.

Sì, perché il punto non è che “gli israeliani sono come i nazisti”, come purtroppo qualcuno, in buona o cattiva fede, talvolta urla. Il punto è che non serve scomodare Hitler: basta rileggere la storia del colonialismo occidentale. Quello che Israele sta facendo oggi – l’occupazione, la segregazione, la disumanizzazione sistematica – è lo stesso che hanno fatto le potenze europee in Africa e in Asia. È lo stesso che hanno fatto gli Stati Uniti nelle Filippine, in Vietnam, in Iraq. È lo stesso razzismo travestito da civiltà, la stessa violenza eretta a diritto, la stessa gerarchia morale che distingue gli umani veri dagli altri.

Israele, in questo schema, non è l’eccezione. È la regola. È la prosecuzione del colonialismo europeo con altri mezzi, protetta e finanziata dall’Occidente democratico, che si vede come il dottor Jekyll del mondo – illuminato, razionale, progressista – e invece continua a produrre, ovunque serva, il suo mostro funzionale: il signor Hyde in uniforme, col mitra puntato e l’apartheid giuridico.

Chi legge Levy e si scandalizza dovrebbe avere il coraggio di guardarsi allo specchio. Perché se Israele può agire così, è anche perché il nostro sistema mondiale glielo consente, lo incoraggia, lo protegge. Perché è funzionale, utile, strategico. Perché è un laboratorio avanzato di tecnologie di controllo, di pratiche securitarie, di propaganda bellica.

E allora sì, diciamolo chiaramente: Israele è oggi un’enclave coloniale euroamericana nel Medio Oriente. Un avamposto dell’Occidente bianco e armato, che si racconta come fortezza assediata ma si comporta da impero. Che si dice minacciato ma bombarda. Che si proclama democratico ma opprime. Non serve l’evocazione del nazismo per riconoscere l’orrore. Basta conoscere la storia. Basta saper leggere. Basta voler vedere.

E basta, ogni tanto, anche solo ascoltare chi ha il coraggio di parlare da dentro. Come Gideon Levy.

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