Israele al bivio della storia: tra apartheid, collasso e rifondazione
possa diventare prigioniera del proprio mito fondativo,
e di come la storia, se non la si ascolta,
non insegni proprio niente.
C’era una volta un popolo che, sopravvissuto all’indicibile, giurò che “mai più”. Mai più l’umiliazione, mai più l’esilio, mai più la morte inflitta perché si è nati da un nome, un sangue, una lingua, una memoria. Era un giuramento sacro, perché veniva dal fondo dell’orrore. Eppure, ottant’anni dopo, quello stesso popolo rischia di diventare ciò che aveva giurato di non essere: un potere cieco, armato fino ai denti, che costruisce muri, espropria terre, affama interi popoli, e chiama tutto questo “difesa”.
Proviamo allora, con freddezza e lucidità, a immaginare tre scenari: a 5, 10 e 15 anni. Non per predire il futuro, ma per leggerne le possibilità.
2030: Israele come Stato d’apartheid riconosciuto
Tra cinque anni, lo scenario più probabile è la normalizzazione dell’eccezione. L’occupazione permanente diventa lo status quo. Gaza — devastata, isolata, affamata — è ridotta a campo profughi a cielo aperto, sotto amministrazione israeliana de facto. In Cisgiordania gli insediamenti si moltiplicano, cancellando la prospettiva di uno Stato palestinese.
Nel frattempo, l’opinione pubblica israeliana è anestetizzata. Lo dicono i sondaggi: secondo un’indagine della Pennsylvania State University pubblicata da Haaretz (22 maggio 2025), il 68% degli ebrei israeliani è favorevole al blocco totale degli aiuti a Gaza, anche a costo della morte di civili innocenti. Il 44% accetta l’uccisione di civili come danno collaterale necessario.
Questa non è una deriva. È una trasformazione. Un sistema che perde il senso della misura perché crede di avere il diritto storico di non averne. Un popolo che, memore della propria sofferenza, ha deciso che la sofferenza altrui è un dettaglio trascurabile.
Intanto, cresce l’isolamento internazionale. Università, artisti, sindacati, partiti della sinistra europea e americana iniziano a rompere il silenzio. Il movimento BDS, che fino a poco tempo fa era minoritario, comincia a radicarsi. Israele è ancora forte, ma la sua legittimità etica è sotto processo. Il “popolo eletto” comincia a fare i conti con l’opinione pubblica mondiale che non crede più al mito dell’unica democrazia del Medio Oriente.
2035: Crisi interna, isolamento globale
Dieci anni da oggi, se le tendenze non cambiano, Israele rischia una crisi sistemica. La sua forza militare è intatta, la sua tecnologia all’avanguardia, ma il suo tessuto sociale si sfalda.
La società israeliana è spaccata in tre:
- una destra messianica, che vuole annettere tutto ebraicizzando anche l’ultima pietra di Hebron;
- una minoranza laica e liberale, sempre più delusa, che guarda con nostalgia ai tempi del sionismo laburista;
- e un’ampia popolazione palestinese — sia nei Territori che dentro Israele — sempre più giovane, più numerosa, più arrabbiata.
La crisi non è solo politica: è antropologica. Come convivono, nello stesso Stato, una democrazia parlamentare, un’occupazione permanente e una società religiosa che vuole trasformare la Torah in Costituzione?
Storicamente, le società che non riescono a tenere insieme pluralismo, giustizia e coesione sono destinate al declino. L’apartheid sudafricano reggeva finché i bianchi avevano il controllo totale dell’economia e dell’informazione. Poi, a un certo punto, ha ceduto di schianto. Israele, oggi, non è lontano da quella soglia.
Nel frattempo, il legame con gli Stati Uniti si logora. Le nuove generazioni di ebrei americani sono meno legate a Israele, meno propense a giustificare tutto in nome della Shoah. Le università americane diventano il cuore della protesta antisionista. E quando anche il soft power inizia a scricchiolare, le alleanze non bastano più.
2040: Collasso o rifondazione
A quindici anni da oggi, Israele si troverà davanti a un bivio storico: implodere o rinascere.
Nel primo scenario — quello del collasso — il paese è paralizzato. Non c’è più coesione sociale. Gli ebrei progressisti se ne vanno. I religiosi chiedono la teocrazia. I palestinesi chiedono il diritto al ritorno, o almeno la piena cittadinanza. I laici non credono più in niente. Le forze armate controllano le piazze, ma non la narrativa. Il mondo osserva, sempre più distante, sempre più disgustato.
Israele è diventato un regime etnico armato, senza più morale né progetto. L’identità si è corrotta. La paura ha vinto sulla memoria. Non serve che venga sconfitto in guerra: si sbriciola da solo, sotto il peso delle sue contraddizioni.
Nel secondo scenario — quello della rifondazione — una nuova generazione prende il coraggio di rompere con la religione della forza. Si apre un processo costituente. Si immagina uno Stato binazionale, o una federazione, o una confederazione con la Palestina. Si rinuncia al mito dell’elezione etnica per abbracciare una cittadinanza universale.
Sarebbe un processo doloroso, pieno di ostacoli. Ma anche l’unica via per restituire senso a un progetto nato per garantire libertà, e diventato simbolo d’oppressione.
Conclusione: quando il futuro è una scelta morale
Nel libro Collasso, Jared Diamond spiega che le civiltà non muoiono solo per cause esterne, ma soprattutto quando perdono la capacità di mettere in discussione se stesse. Israele, oggi, è una civiltà in bilico. Ha forze immense: intelligenza, creatività, memoria. Ma ha anche una ferita aperta che sta diventando veleno. Il trauma della Shoah è stato trasformato in dottrina della forza. La legittimità della sopravvivenza in pretesa di impunità.
Nessuno può sapere quale sarà il finale. Ma una cosa è certa: non si può costruire la pace negando l’esistenza dell’altro. E non si può durare a lungo se il mondo ti guarda come guardava il Sudafrica prima del crollo.
Il tempo per cambiare rotta non è finito. Ma sta per finire.

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