Il giorno in cui l’Occidente ha smesso di credere in sé stesso (e il resto del mondo ha fatto altrettanto)

In cui si narra di un abisso concesso,
di un Occidente smascherato,
e di un popolo che cammina verso
il precipizio senza voltarsi indietro

***

C’è stato un tempo in cui l’Occidente si presentava come faro morale del mondo. Portatore di democrazia, diritti umani, libertà. Lo faceva anche bombardando, saccheggiando, destabilizzando governi. Ma almeno si dava una giustificazione etica: il Male da combattere, il Progresso da portare, il Mondo da salvare.

Quel tempo è finito. O meglio: è stato smascherato.

Gaza è la cartina di tornasole. È il luogo in cui l’Occidente ha perso la maschera. Mentre Israele rade al suolo ospedali, scuole, campi profughi. Mentre uccide giornalisti, medici, anziani, bambini. Mentre colpisce convogli umanitari e operatori ONU. L’Occidente non solo non interviene: protegge, giustifica, normalizza. Nessun boicottaggio. Nessuna sanzione. Nessuna espulsione. Israele resta dov’è. All’Eurovision. Ai vertici dell’industria militare. Ai tavoli della diplomazia. Ai giochi olimpici.

Putin ha invaso un paese armato, sostenuto da tutto l’Occidente? È stato ostracizzato, criminalizzato, sanzionato.
Israele bombarda civili indifesi, sotto occupazione da decenni? Nulla. Silenzio. Doppia morale.

Da qui nasce qualcosa di nuovo. Non l’antisemitismo classico, quello da rigettare sempre e comunque. Ma una paura più opaca, più ambigua, più insidiosa: una “ebreofobia” che non si riconosce come tale. Che non odia gli ebrei, ma ha smesso di distinguere. Che non nega la Shoah, ma non la sente più come fondamento etico.

Una fobia che nasce dalla percezione — fondata o meno — che una parte consistente della popolazione israeliana non solo non si opponga, ma legittimi ciò che sta accadendo. E questo, lentamente, corrode le difese cognitive di chi osserva.

Il fobico non si sente antisemita. Non odia. Ma diffida.
E se nessuno lo aiuta a distinguere tra Stato, popolo, governo e religione, quella diffidenza rischia di diventare giudizio etnico. Perché la ripetizione dell’orrore, se impunita, spezza anche il linguaggio con cui lo si nomina.

Ma questa frattura non è solo morale. È geopolitica.

Gran parte del mondo non si è schierata contro la Russia. Non per simpatia verso Putin, ma per sfiducia nell’Occidente. Lo scrive Todd: agli occhi del Sud globale, l’Occidente non è più un riferimento, ma un problema.
Dice una cosa e ne fa un’altra. Difende la sovranità dell’Ucraina e nega quella dei palestinesi. Parla di libertà mentre arma dittature. Chiede rispetto dei diritti solo quando le conviene.

Nel frattempo, Russia e Cina non si presentano come modelli morali, ma come partner pragmatici. Non fanno sermoni. Non pongono condizioni ideologiche. Fanno affari, sì. Ma senza esportare “valori” a pacchetto.
E il mondo — o almeno gran parte di esso — preferisce questo approccio all’ipocrisia coloniale mascherata da civiltà.

Anche l’accusa di neocolonialismo cinese spesso serve più a rassicurare le élite occidentali che a descrivere i rapporti reali di potere. I cinesi fanno affari, non guerre. Investono in infrastrutture, non in basi militari. Non pretendono di insegnare a vivere. Non umiliano.
Non sono “buoni”, ma sono meno rapaci, meno invasivi, meno arroganti. E oggi, questo basta per essere preferiti.

E poi c’è Israele. Che non è solo in guerra. È in corsa verso il baratro.
Lo ha scritto Anna Foa: lo Stato nato per garantire sicurezza agli ebrei sta diventando la principale fonte della loro insicurezza.
E Todd ha aggiunto: l’epoca del sovradimensionamento della presenza ebraica nei vertici americani è finita.
Senza quell’ancora politica e culturale, Israele rischia di ritrovarsi isolato, senza più scudi morali o strategici.

Gli Stati Uniti hanno già spostato lo sguardo. Dal Mediterraneo al Pacifico. Da Gaza a Taiwan. Quando Israele non sarà più utile, sarà lasciato solo.
E chi oggi applaude, domani dirà di non sapere. Come sempre.

Infine, l’ultimo paradosso: i paesi più restii a condannare Israele sono proprio Germania e Italia.
Il paese della Soluzione Finale e quello delle leggi razziali.
La Germania, prigioniera di un senso di colpa congelato, ha trasformato la memoria in dogma e Israele in totem.
L’Italia, incapace di fare davvero i conti con il proprio passato, si rifugia nella retorica e nell’inerzia.

E così, la memoria si trasforma in giustificazione. Il trauma in tabù.
Il “mai più” in “non adesso”.
E la democrazia, quando serve a coprire l’impunità, cessa di essere principio e diventa pretesto.

E allora tocca a noi.
Non per salvarci l’anima, ma per assumerci il peso di ciò che siamo.
Siamo occidentali. E questo ci rende parte in causa.

Non possiamo essere con Putin, perché autoritarismo e dominio non sono un’alternativa.
Non possiamo essere con Israele, perché nessuna memoria giustifica la distruzione sistematica di un popolo.
E non possiamo nemmeno continuare a identificarci con questo Occidente: selettivo nei valori, ipocrita nella pratica, cieco davanti all’abisso che ha contribuito a creare.

Non cerchiamo una terza via, ma una via altra. Che parta da qui, da chi siamo, da ciò che possiamo ancora disimparare.
Non per tornare a un passato idealizzato, ma per costruire una civiltà decente.
Una che non si fondi sulla paura, sul profitto e sull’impunità.
Una che non chiami pace ciò che è dominio, né libertà ciò che è privilegio.

Nessuna neutralità. Nessuna estraneità.
Solo una domanda chiara, radicale, inevitabile:
da che parte della storia vogliamo stare, adesso?


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