Un Francesco II? No, un Francesco al quadrato. Elogio di un papa incompiuto e invocazione di un papa santo

Dove si racconta del pontificato d’un uomo
venuto dalla fine del mondo; del bene ch’egli fece
e del meglio di cui avremmo bisogno.
E d’un certo fuoco che attende ancora
di divampare nella Chiesa e nel mondo

***

Francesco è stato un buon Papa.
Un ottimo Papa.
Probabilmente uno dei migliori, se non il migliore dell’epoca moderna.

Era un Papa e faceva il Papa, con i limiti di chi deve governare una delle organizzazioni più antiche e più potenti della Storia. Eppure, anche dentro questi limiti, è stato capace di segnare un cambiamento profondo: non una rottura, ma un’invocazione.

Non una rivoluzione, ma il sintomo che la rivoluzione è necessaria.


Il primo papa dalle Americhe, il primo non europeo da oltre dodici secoli, dopo che nei primi secoli del cristianesimo si erano avuti pontefici d’origine africana e mediorientale, da Pietro in poi.

Francesco è arrivato da una contrada lontana, da quella Buenos Aires battezzata col nome della Madonna di Bonaria, da una Chiesa latinoamericana più vicina ai poveri che ai palazzi.

Non era Ratzinger il teologo, né Wojtyła, il performer geopolitico.
Era un altro mondo. E lo ha mostrato.

Non si inginocchiava davanti agli imperatori del mondo, ma si è chinato a lavare i piedi dei carcerati.

Non si è fatto Pop Star, ma è stato popolare.

Non ha presenziato agli eventi patinati dei Papa Boys, spariti come un sogno da oratorio, ma si è fatto pellegrino nel cuore dell’Amazzonia, accanto ai popoli minacciati e alle foreste martoriate.

Ha riconosciuto lo Stato palestinese, ha parlato con chiarezza di “diritto al rispetto” per ogni essere umano, comprese le persone omosessuali.
Ha portato le donne oltre il ruolo di perpetue, ha sfidato la Chiesa a uscire dalla sacrestia per entrare nella storia.

Ha parlato di ambiente, di lavoro, di pace.

Ha chiamato la guerra per nome, ha invocato la fraternità, ha detto “idolatria del denaro” mentre Draghi ne faceva il nuovo vitello d’oro, l’elogio a Mammona con l’imprimatur della BCE.

Ha aperto crepe.

Ha camminato in direzione ostinata.

Ma non ha "cacciato i mercanti dal tempio".

Non ha aperto davvero le porte alle donne.

Non ha spezzato il silenzio sugli abusi.

Non ha rovesciato la banca che tiene in ostaggio la Chiesa.

Ha fatto quel che poteva, forse anche di più.

Ma in questi tempi — che non sono postmoderni, sono postumani — non basta fare il possibile.

Serve l’impossibile.

Non basta più il coraggio delle parole.
Servono gesti che siano fendenti, profezie che siano atti.

Perché se la guerra si fa spettacolo e la pace diventa complicità, allora la Chiesa deve scegliere se essere una vestale del potere o un roveto ardente.

Non ci servono grandi papi. Ce ne sono già stati.
Ci servono papi eroi.
Santi di fuoco.

Che non si affaccino ai balconi con i dittatori.
Che non stringano mani insanguinate “per amor di pace”.
Che non dicano “ambiguità” quando devono dire “genocidio”.
Che non blocchino la Chiesa vicino agli oppressi per non dispiacere ai padroni.

Una Chiesa che si perde in teologismi mentre il mondo brucia è una Chiesa muta.

E la mitezza senza coraggio è solo complicità.

Lo sapeva bene Gesù, che scacciava i mercanti, non firmava protocolli.
Che distingueva Cesare da Dio per liberare l’uomo, non per salvare l’ordine.

E allora sì: Francesco è stato il primo passo.
Ma ora serve Francesco al quadrato.

Un papa che non solo venga dalla periferia, ma ci resti.
Che non solo parli dei poveri, ma viva come loro.
Che sia scomodo, radicale, indifendibile dai moderati.
Un papa che non rappresenti l’equilibrio, ma l’utopia incarnata.

Non “il meno peggio”, ma la vertigine del meglio possibile.

Servono santi, oggi.
Eroi veri.

Che non spieghino il Vangelo, lo attraversino come una selva in fiamme.
Che non cerchino consensi, ma conversioni.
Che non facciano della fede una liturgia istituzionale, ma una rivolta dell’anima contro il dominio del denaro, della menzogna e della guerra.

Ci servono papi che rompano il silenzio.
Che rifiutino l’onore delle cronache per scegliere l’infamia dei crocifissi.
Che non si inginocchino davanti ai padroni del mondo, ma si stendano per terra, con i migranti, con le vittime dei raid, con le donne bruciate vive nelle cattedrali del potere.

Ci servono profeti che non costruiscano cattedrali, ma spalanchino le tombe. 
Che dicano ai morti: alzatevi!
E ai vivi addormentati: svegliatevi, ché il Regno non aspetta.

Se non avranno il trono, cammineranno scalzi.
Se non porteranno anelli, porteranno ferite.
Ma saranno fuoco.
E bruceranno quel che c’è da bruciare.

Io credo fermamente che solo l’azione collettiva possa davvero cambiare le cose.
Il movimento del popolo consapevole di essere popolo.

Ma servono micce, inneschi, detonatori.

E santi che non vogliano salvarci, ma accendere in noi il desiderio di salvarci da soli.

Insieme.


Commenti

Post popolari in questo blog

Ecopatologia, guerra e transizione verde: una prospettiva dalla Sardegna

Intellettuali, cortigiani e potere

Si Deus cheret e sos Carabineris lu permittini / Se Dio vuole e i carabinieri lo permettono: una “tarecensione”