Si lavora di più, ma si vive peggio
Nel quale si dimostra che non basta
avere un lavoro per uscire dalla povertà,
e che dietro ai trionfi annunciati si cela
una realtà più amara
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Ogni mese ci raccontano che l’occupazione cresce. E infatti è vero: a gennaio 2025, secondo l’ISTAT, gli occupati sono aumentati di 41mila rispetto a dicembre, e di 362mila rispetto a un anno fa. Il tasso di occupazione è salito al 62%
(ISTAT, Occupati e disoccupati – Gennaio 2025).
Ma allora perché aumenta anche la disoccupazione? Perché, sempre a gennaio, i disoccupati sono cresciuti di 38mila unità? E perché cresce anche il numero di persone in cerca di lavoro (+1,9%)?
La risposta è che più persone entrano nel mercato del lavoro, ma non trovano tutte un’occupazione dignitosa o stabile. Il lavoro, insomma, c’è — ma non per tutti, non sempre, e non abbastanza.
Nel frattempo, cresce anche il numero di italiani a rischio di povertà o esclusione sociale: 23,1% nel 2024, pari a 13,5 milioni di persone. Era il 22,8% l’anno prima. Sono numeri drammatici, ma silenziosi
(ISTAT, Reddito e condizioni di vita – Anno 2024).
E non è tutto.
Il reddito medio familiare, nel 2023, è cresciuto del 4,2% in valore nominale, ma è sceso dell’1,6% in termini reali. Colpa dell’inflazione. Le famiglie guadagnano un po’ di più, ma ci comprano meno. Si chiama perdita di potere d’acquisto. E non è un dettaglio.
Il dato più amaro però è questo: un lavoratore su cinque (21%) ha un reddito da lavoro così basso da non superare il 60% della mediana. Tra i contratti a termine, siamo al 46,6%. E persino chi lavora a tempo pieno e tutto l’anno, può ritrovarsi povero: uno su dieci (10,3%) è a rischio di povertà lavorativa, cioè lavora più di sei mesi l’anno ma vive in una famiglia povera.
Morale: non basta lavorare per stare bene.
Il lavoro non è più garanzia di uscita dalla povertà. Soprattutto se è precario, part-time involontario, sottopagato, frammentato. Soprattutto se sei giovane, straniero, donna, genitore single o vivi al Sud.
E così, mentre il governo celebra il record occupazionale, la realtà racconta un’altra storia:
si lavora di più, ma non si vive meglio.
Anzi.

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