Quando la sinistra parla con la voce della destra (e non se ne accorge)

Dove si racconta di un ronin che non ha disertato,
di una sinistra che si è smarrita nei riflessi della destra,
e della libertà che chiede legami per diventare giustizia

***

C’è una cosa che brucia e va detta, anche se dà fastidio:
una parte della sinistra alternativa, quella che si definisce “antisistema”, “antitutto”, finisce spesso per ragionare come la destra. Non quella moderata, ma la destra radicale, cinica, libertaria in senso americano, quella del “ognuno per sé”.

E non succede per caso.

Succede perché si è perso il filo.
Si confonde la libertà con la fuga, la coerenza con il disimpegno, l’autonomia con l’egoismo.
Si pensa che ogni vincolo sia oppressione, ogni regola sia un ricatto, ogni proposta collettiva sia un trabocchetto.

È la stessa logica dell’alt-right, solo con bandiere diverse.
La libertà individuale viene messa su un altare, come se potesse esistere da sola, senza corpi, senza legami, senza conflitti condivisi.
Ma così non è libertà. È isolamento. È diserzione.

Giorgio Gaber, che qualcosa lo intuiva, ce lo aveva già detto decenni fa:
“La libertà è partecipazione.”
Lo diceva con leggerezza, ma era una bomba.
Perché oggi quella parola — partecipazione — sembra far paura.
O peggio: sembra noiosa, sospetta, inadeguata, obsoleta.

Ma partecipare significa anche costruire ponti, relazioni, reti.
Significa capire cosa si ha in comune.

Significa puntare alla meta, ma sapere con chi fare pezzi di strada.

Pezzi di strada che alla nostra meta — quella di un mondo più giusto, libero, democratico e solidale — ci devono avvicinare, non allontanare, come è successo troppo spesso fino a ora.
Quindi non con tutti, ma con quelli che vanno nella nostra stessa direzione, anche se vogliono fermarsi prima.

E questa volontà va verificata, va misurata.

Perché si può scegliere un’altra strada, anche più lunga, anche più faticosa, ma deve essere nella direzione giusta.
I passi possono essere lenti o veloci, ma devono portarci avanti.
Non indietro.

Non come è successo — e succede ancora — quando si è sostenuta la precarizzazione del lavoro.
Quando si è votato il pareggio di bilancio in Costituzione.
Quella non fu una mediazione, fu la costituzionalizzazione di una scuola economica ben precisa.
Fu rendere legge un’ideologia.
Altro che passo avanti.

Una volta, la sinistra parlava di emancipazione, di giustizia, di comunità.
Non era perfetta, ma almeno provava a costruire un “noi”.
Oggi, in troppi si rifugiano dietro un “non mi rappresenta nessuno”, come se bastasse alzare un dito medio al mondo per sentirsi liberi.
Ma cos’è questa libertà che non sa farsi compagna, che non vuole responsabilità, che si vanta di non appartenere a niente?
Se non stai con nessuno, quando cadi chi ti raccoglie?

Lo dico anche da ronin della politica: da militante senza partito.
Ma senza nostalgia del partito, senza illusioni salvifiche, credo nella necessità di un movimento organizzato, capace di unire energie diverse, singoli e collettivi, che oggi sono sparsi, frammentati, spesso sfiduciati.

Un movimento che è esistito. Che è stato schiacciato nel sangue e nel silenzio nei giorni della macelleria messicana di Genova.

Da allora, molti sono rimasti soli. Ma non per scelta strategica: per trauma, per delusione, per stanchezza.
E oggi, quella solitudine rischia di diventare una prigione.

E allora diciamolo:

questa non è la voce degli oppressi.

È l’individualismo di ritorno, travestito da ribellione.
È la voce di chi dice “non mi interessa se crolla tutto, basta che non mi sporco le mani”.
È la voce della solitudine mascherata da coerenza.

Ma la libertà vera nasce quando ci leghiamo, non quando scappiamo.

Non c’è liberazione senza comunità.
Non c’è giustizia senza alleanze.
Non c’è alternativa senza legami.

E no: non è un appello all’obbedienza.
È un invito a riscoprire che la vera rottura con questo sistema nasce quando ci leghiamo per cambiare tutto,
non quando ci isoliamo per sentirci più puri.

Intanto, mentre ci perdiamo in queste pose da puri, la destra occupa il campo culturale a colpi di egemonia.
Gramsci, che l’egemonia culturale l’ha pensata e scritta, parlava da comunista.
Ma a capirlo davvero, paradossalmente, è stata la destra.
Che ha costruito immaginari, parole, narrazioni.
Che ha occupato le menti, prima ancora dei parlamenti.

E allora qualcuno dirà che questo discorso liscia il pelo al mainstream.
Che è troppo critico verso “i nostri”.
Che in fondo è comodo, magari moderato.

E sti cazzi.

Perché se una parte della sinistra si comporta come la caricatura della libertà neoliberale,
va detto.
Va gridato.

Perché non c’è niente di radicale nel disertare ogni responsabilità.
Non c’è niente di rivoluzionario nell’egoismo con le parole giuste.
E non c’è giustizia senza una comunità che la regga, che la curi, che la tenga in piedi quando tutto trema.

Io la penso così perché sono "sinarchico".

Essere sinarchico significa credere che la libertà individuale ha senso solo dentro una comunità che si organizza, si aiuta e si dà delle regole per liberarsi insieme.

La parola “sinarchia” nasce dall’unione di syn- (insieme) e arché (principio, fondamento).

Significa “governare insieme”, ma per noi non è il potere di pochi, è la responsabilità condivisa di costruire un mondo più giusto.

Non un capo, ma un cerchio.
Non una gerarchia, ma un’alleanza.


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