Perché l’Italia non ci crede (più)

Dove si racconta di come l’intero apparato mediatico
parli all’unisono, ma il popolo non risponda in coro,
e di come la guerra spinta dai salotti
trovi poco posto nelle cucine

***

Come si fa a parlare tutti i giorni di guerra e non convincere quasi nessuno?

Quasi tutta l’informazione italiana, pubblica e privata, ha sposato con disciplina la linea atlantista: la Russia è l’aggressore, l’Ucraina la vittima, la NATO il baluardo della libertà, l’invio di armi un dovere morale.
Una voce sola, amplificata in TV, ribadita nei talk show, scolpita negli editoriali. Un coro.

Eppure l’opinione pubblica non canta. Non segue. Non si mobilita.

Da due anni, la maggioranza degli italiani resta scettica sull’invio di armi e sull’allineamento automatico con Washington e Bruxelles. Condanna l’invasione russa, ma non accetta che l’Italia debba restare coinvolta in una guerra senza fine.

Un dissenso pacato, poco spettacolare, ma tenace.
Come si spiega questa frattura tra chi parla nei microfoni e chi ascolta nei bar?

Proviamo a capire cosa sta succedendo. Senza slogan, senza tifoserie. Solo guardando bene la realtà.

Esiste un mainstream atlantista. Non è un’opinione, è un dato.

I principali quotidiani (Repubblica, Corriere, La Stampa, Domani, Il Foglio), i telegiornali, i talk show da Rai3 a La7, propongono da due anni una narrazione compatta:
per fermare Putin bisogna armare l’Ucraina, e chi propone tregue, negoziati o limiti al coinvolgimento occidentale viene bollato come equidistante, ambiguo, o peggio.

Le voci dissonanti ci sono, ma non fanno sistema: Travaglio ridicolizzato, Orsini demonizzato, Cacciari sopportato come zio burbero, Fini ignorato. Sono tollerati, ma non riconosciuti. Invitati, ma mai integrati davvero nel discorso pubblico.

Ma l’opinione pubblica non segue. E non per simpatia verso Putin.

L’italiano medio – quello che guarda il Tg1, non Sputnik – non vuole la guerra.
Non crede che mandare carri armati sia la strada per la pace.
Non pensa che la NATO sia infallibile.
Non vuole sacrifici per una guerra lontana, in cui vede molti interessi e pochi ideali.

E i sondaggi lo confermano, con coerenza:

  • Marzo 2025, Euromedia per La Stampa: 49,9% contrari all’invio di armi, solo 38,5% favorevoli.

  • Marzo 2025, YouTrend per Sky TG24: 38% contrari all’invio di truppe, 41% favorevoli solo nel caso di una missione ONU.

  • Gennaio 2024, LaPolis-Università di Urbino: il favore all’invio di armi crolla al 42%, il livello più basso da inizio conflitto.

  • Settembre 2024, SWG per TG La7: 48% favorevoli, 34% contrari, 18% incerti.

  • Marzo 2023, Ipsos: solo il 32% favorevole, il 50% contrario.

La tendenza è chiara: nonostante due anni di racconto compatto, l’appoggio all’invio di armi non ha mai sfondato davvero.
Non è una rivolta. Non è una piazza. Ma è una corrente sotterranea che non si lascia spingere.

Non è la propaganda russa. È la memoria, la realtà, la vita.

La spiegazione non sta nel “soft power del Cremlino”. Sta nella nostra storia. Nella nostra pelle.
Tre cose tengono in piedi questo dissenso popolare:

La memoria.
L’Italia ha conosciuto la guerra. L’ha vista da vicino, l’ha pagata cara.
E ne ha paura. Non quella spettacolarizzata dalle bombe intelligenti, ma quella vera: sporca, inutile, disumana.

La realtà.
La gente vive dentro un’altra emergenza: bollette, sanità che non funziona, scuola che cade a pezzi, futuro incerto.
E si chiede: perché dobbiamo spendere miliardi per prolungare una guerra? Per chi? A vantaggio di chi?

La distanza.
Il popolo italiano ha imparato a non fidarsi troppo della voce ufficiale.
Lo ha fatto con la pandemia, con la crisi, con la politica. Non è complottismo: è esperienza.
Per questo, quando sente il telegiornale, ascolta ma non aderisce.

Giorgia Meloni lo ha capito. E ci gioca.

Giorgia Meloni ha mantenuto la linea atlantista, ma ha evitato l’enfasi.
Non ha fatto della guerra una bandiera. Non ha evocato l’eroismo, né chiesto sacrifici.
Obbedisce, ma non ci crede troppo.
Come tanti italiani.

E allora il problema dov’è? In chi non ci crede, o in chi pensa che non capisca?

Qui si apre la questione più spinosa: la lettura classista del dissenso.
Si sente spesso dire che “gli italiani non capiscono”, che sono “analfabeti funzionali”, che “subiscono la propaganda” perché non hanno gli strumenti.

È un giudizio velenoso. E spesso parte dalla piccola borghesia progressista, quella che ha bisogno di sentirsi più lucida, più consapevole, più razionale.

Ma la verità potrebbe essere più semplice. E più scomoda:
che le persone, quando non hanno paura, vedono meglio.
Che non avendo interessi da difendere, si pongono domande più oneste.
Che il popolo – quando non è sotto ricatto – è meno manipolabile di quanto si creda.

Non è romanticismo.
È che tra tutte le forme di propaganda, quella dell’élite che disprezza il buon senso popolare è la più sottile. E la più antica.

Ed è proprio questa diffidenza verso il popolo che spiega perché oggi, in tutta Europa, si stia forzando sul riarmo senza alcun coinvolgimento democratico.
Nessun dibattito, nessun referendum, nessuna consultazione reale.
Solo piani miliardari calati dall’alto, come se fossero inevitabili.
Perché chi comanda ha capito che, se la gente potesse decidere, forse sceglierebbe un’altra strada.

***

L’informazione spinge, ma il Paese frena.
La propaganda c’è, ma non basta.
La gente osserva, ricorda, tira le somme. E decide:

“Non voglio stare con Putin. Ma nemmeno voglio stare in guerra.”

Non è una posizione ideologica.
È una posizione umana.
E forse anche qualcosa di più:

È una forma di intelligenza che non ha bisogno di palcoscenici.

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