Le chitarre che ho suonato – storia di una canzone

Nel quale l’autore, stanco di scrutare abissi,
racconta la nascita di una canzone e di un ricordo
che nessun regime potrà mai cancellare

***

Questo è un post un po’ diverso da quelli che scrivo di solito.
Non parla di guerra, propaganda, sinistra o futuro.
Parla di musica. E di memoria.
Ma anche stavolta, nel fondo, si tratta di resistenza.

Viviamo in un periodo oscuro. E come diceva Fritz, il filosofo del superuomo:

Chi lotta con i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te. (Friedrich NietzscheAl di là del bene e del male, Aforisma 146).

Il rischio è quello di scegliersi una parte e diventare tifosi.

Non più persone pensanti, ma fan.
E il pensiero critico muore così: travolto dal tifo, anche quando la causa è giusta.

Essere capaci di onestà intellettuale, anche se ideologicamente radicati, è oggi un atto rivoluzionario.

Perché l’ideologia, nel senso più serio del termine, non è fanatismo, ma un insieme di valori da cui derivano idee e visioni del mondo.

E come “non si può non comunicare”, è impossibile anche non avere una propria di "ideologia" – che sia esplicita o subìta, consapevole o confusa. E se dici di non averne, semplicemente non lo sai.

In questo clima, una frase mi è apparsa una mattina, all’improvviso.
Di quelle che arrivano senza bussare, e si piantano lì, come un seme testardo.

Possono prendermi tutte le chitarre, impedirmi di suonarne ancora, ma nessuno potrà togliermi le chitarre che ho suonato.

Non era solo una frase, era già un mondo.
Rientrato a casa, mi sono seduto, ho cominciato a scrivere: quelle parole avevano già un’intonazione, un ritmo, una postura interiore.

E mentre scrivevo, quasi senza volerlo, mi è venuto in mente Victor Jara.
Non so se sono io ad aver pensato lui o se è stato lui a pensare me.

Victor Jara, cantautore e poeta cileno, torturato e assassinato durante il golpe di Pinochet. Gli spezzarono le mani, lo presero a calci davanti ai prigionieri dello stadio.

Ma le sue canzoni – quelle che aveva già cantato – non le hanno potute uccidere.
Quella frase iniziale, allora, ha cominciato a cambiare sapore.

Non era più solo una mia riflessione personale. Era diventata una voce collettiva. Una voce che resiste.

Avevo una progressione di accordi. Qualcosa che avevo suonato senza pensarci troppo, giusto per strimpellare un po', come succede mentre magari guardo la tv. L’ho caricata su SUNO, un software che permette di generare canzoni a partire da una base.
Ho preso il testo, l’ho adattato, e ho usato la funzione "cover" per trasformarlo in musica.

Poi ho fatto un altro passo. Ho deciso di tradurre il testo in spagnolo latinoamericano, con l’aiuto di ChatGPT. La lingua sembrava voler tornare a casa. Come se la canzone fosse nata in spagnolo, solo per sbaglio fosse passata prima dall’italiano.

L’ho intitolata: Las guitarras que ya cantaron (a Victor Jara).

E ho sentito, senza alcun dubbio, che era vera. Che funzionava. Che parlava.

Ma non era finita lì.

Sono tornato sul testo italiano. Perché non sono mai soddisfatto della prima versione.
E nemmeno della decima.

Ho canzoni scritte vent’anni fa che ancora oggi, ogni tanto, modifico.
Le parole si muovono. I ricordi si riscrivono. Le canzoni non finiscono mai.

Ho limato ogni verso, cercato il suono giusto, la pausa giusta, la rima non banale.
E il testo finale (per ora) è questo:

Le chitarre che ho suonato

Mi puoi mettere in manette
rinchiudermi in prigione 
rubarmi ogni accordo e 
chiamarmi traditore 

Tappare la mia bocca, 
e puntare il tuo fucile 
ma le canzoni che ho cantato 
non le puoi più cancellare 

Puoi spezzarmi anche le mani 
e uccidere il mio corpo 
ma le chitarre che ho suonato 
non le potrai sporcare 

Puoi vietarmi di parlare 
e raccontare un’altra storia 
ma resta il fuoco del mio cuore 
resta qui la mia memoria 

Puoi disfare il mio passato 
per riscriverlo di nuovo 
mi puoi imporre il tuo silenzio 
e ridurmi in questo stato 

Ma ogni nota che ho suonato 
c'è chi ormai l’ha già ascoltata 
e non puoi tenere in gabbia 
una colomba che è volata 

Puoi spezzarmi anche le mani 
e uccidere il mio corpo 
ma le chitarre che ho suonato 
non le potrai sporcare 

Puoi vietarmi di parlare 
e raccontare un’altra storia 
ma resta il fuoco del mio cuore 
resta qui la mia memoria 

E se il mondo chiude gli occhi 
e si piega al tuo terrore 
io sarò quell’eco nuova 
che rinasce dal dolore 

Puoi rubarmi le chitarre 
ma non quelle che ho suonato 
mi puoi spegnere la voce 
non le canzoni che ho cantato 

***

Così è nata questa canzone.
Una frase arrivata per caso.
Un pensiero che ha acceso una memoria.
Un giro di accordi nato da una distrazione.
E una certa ossessione, lo ammetto, per trovare la forma definitiva.

La tecnologia mi ha aiutato.

Non ha scritto per me. Ha restituito suono alle parole, ha permesso di sentire se la voce – anche sintetica – reggeva l’anima della canzone.
Mi ha fatto risparmiare tempo. E dato coraggio.

Io non sono mai stato un luddista.
Sono uno che ama le chitarre. Anche quelle che ha già suonato.

E che nessuno potrà più portargli via.

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