La fattoria degli umani” e il nuovo Anticristo digitale

Nel quale si racconta di come
il recinto sia già attivo,
il letame ben sparso,
e il silenzio degli animali
sorprendentemente assordante

***

Durante una chiacchierata intensa e affettuosa con Gianfranco Bottazzi — amico, Maestro, Mentore — mi sono imbattuto per la prima volta nel libro di Enrico Pedemonte, La fattoria degli umani. Come le piattaforme digitali stanno riprogettando la nostra vita (Treccani, 2024). 

È stato lui a suggerirmelo e quando ho sentito quel titolo, qualcosa ha cominciato a ronzare nella mia testa.

Quando ho letto il libro, qualcosa ha preso forma. È stato come se la metafora della “fattoria” aprisse improvvisamente un varco: un’immagine potente, disturbante, precisa. In quella figura non ho tanto sentito echeggiare Orwell — riferimento quasi inevitabile ma in fondo solo tangenziale — quanto le atmosfere di Matrix, le derive biopolitiche di Battlestar Galactica, e le suggestioni mitologiche di American Gods

È lì che si è acceso il cortocircuito, è da lì che sono partiti i collegamenti. Così è nato Nel ventre della bestia, un mio scritto che è una semplice riflessione sulle suggestioni di Pedemonte con altre narrazioni mitiche e distopiche. Se il titolo non vi suona nuovo è perché è lo stesso di un libro di Jack Henry Abbott, un carcerato statunitense morto suicida in carcere, famoso negli anni primi anni '80 (io lo lessi da liceale). Abbot parlava della sua esperienza carcere e in fondo di prigioni si parla.

Il libro di Pedemonte è molto più di un trattato tecnico sul digitale. È un esorcismo laico. Una chiamata alle armi della coscienza. Una diagnosi filosofica mascherata da pamphlet. E soprattutto è una mappa dettagliata del recinto in cui ci troviamo: recinzione non fatta di filo spinato, ma di design persuasivo, comfort algoritmico e dopamina da notifica.

Pedemonte non ci dice semplicemente che siamo spiati. Ce lo dicono già gli spot della privacy di Apple, in una raffinata coreografia ipocrita. Pedemonte ci dice che siamo allevati. Che non siamo più cittadini né consumatori, ma stock cognitivo da coltivare, nutrire, profilare e infine vendere. Il capitalismo cognitivo — quello delle piattaforme — non ha bisogno di catene: ha interfacce. Non impone, seduce. Non comanda, prevede. È il nuovo padrone che ci ama, purché restiamo produttivi. E prevedibili.

Come Matrix, ma senza cavi nella nuca. Come i Cylon, ma con feed Instagram al posto della gestazione forzata. La distopia, insomma, non è rimandata a un futuro post-apocalittico: è personalizzata, consegnata in tempo reale, accompagnata da un pop-up che chiede il consenso.

Nel ventre della bestia accosta tre metafore della cattura — Matrix, Battlestar Galactica e Pedemonte — mostrando come la nostra epoca abbia eletto la sorveglianza emozionale a nuova forma di dominio. Non ci si limita più a sapere dove sei: si vuole sapere chi sei quando ci clicchi sopra, quanto sei triste alle 19:00, quale emoji scegli per reagire all’ennesimo disastro climatico.

Ma il cuore pulsante della critica non è solo politico, è anche "teologico". Per me, la fattoria digitale è il regno del “nuovo Anticristo”: una potenza senza volto né incarnazione, che simula la salvezza e offre solo ottimizzazione. Il Cristo si faceva carne. L’algoritmo si fa dashboard. Uno prometteva la redenzione attraverso il dolore e la comunità; l’altro l’efficienza attraverso la solitudine e il numero.

Eppure, nella logica apocalittica, l’Anticristo contiene sempre il seme della propria sconfitta. La bestia è fragile. Dipende dalla nostra docilità, dalla nostra connessione costante, dalla nostra disponibilità a vendere la nostra attenzione per uno sconto del 15%. Il recentissimo blackout iberico lo ha dimostrato: basta staccare la spina per ricordarsi che Alexa non cucina e Google Maps non sa dov’è casa se la rete è giù.

Così la disconnessione non è fuga: è eresia. Lentezza non è inefficienza: è resistenza. Uscire dalla fattoria, scrive il documento, significa riscoprire la comunità, l’insegnamento, il limite. Non rifiutare la tecnica, ma strapparla al mercato. Fare delle tecnologie strumenti e non fedi. Rieducare l’umano alla profondità, alla gratuità, alla parola non tracciabile.

Ci vuole una contronarrazione. Una nuova mitologia. Una grammatica del sacro non computabile. Perché se ogni app è un’uovo fatale (Bulgakov), e ogni algoritmo un’uovo di serpente (Bergman), allora sta a noi rompere le uova prima che schiudano.

E noi ... siamo già nella fattoria!

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