Il ritorno del re (o della regina)
Dove si racconta di re e regine senza corona
ma con l’immunità del consenso, e di come il popolo,
talvolta, venga invocato non per essere liberato
ma per giustificare il potere di chi lo opprime.
***
Sta tornando – travestita da buon senso – un’idea che pensavamo superata: chi ha il consenso non deve rispondere a nessuno. Se è stato eletto, allora ha già ragione. Se è popolare, allora processarlo è antidemocratico.
È la logica di Trump, Berlusconi, Le Pen. Ma sempre più spesso, anche a sinistra, si insinua la stessa idea: che la volontà popolare giustifichi tutto. Anche l’impunità.
Ma la democrazia non è solo il diritto di voto. È molto di più. È un insieme di garanzie senza le quali il potere smette di essere pubblico e torna personale. È la difesa di regole che valgono per tutti, anche per chi vince.
Tra queste:
– L’uguaglianza davanti alla legge;
– La separazione dei poteri;
– Il controllo sull’esercizio del potere;
– La tutela dei diritti fondamentali, anche delle minoranze.
E chi legge quello che scrivo lo sa: odio i doppi standard.
Qui non stiamo parlando di chi ruba nei supermercati per sopravvivere.
Qui stiamo parlando, semmai, di chi i supermercati li ha costruiti rubando.
Non è la repressione dei poveri, è la pretesa d’impunità dei potenti che va smascherata.
E sì, può esistere – e deve esistere – una democrazia socialista: dove la proprietà è collettiva, ma i diritti sono garantiti, i poteri divisi, la legge uguale per tutti. Perché senza queste basi, anche il socialismo si trasforma in dominio. E questo l'abbiamo visto.
Il vero pericolo oggi non è solo il ritorno della destra estrema. È la contaminazione tra il populismo autoritario dell’alt-right e certe scorciatoie della sinistra, che rendono l'egemonia culturale della destra cemento armato.
Alcuni esempi?
– Il culto del leader come salvatore;
– La delegittimazione dei giudici come “casta”;
– L’idea che chi ha consenso può riscrivere tutto, anche le regole comuni.
No. La vera democrazia non è l’adorazione del capo.
È la fatica delle regole. È la protezione di chi non ha voce.
È la certezza che nessuno, mai, può mettersi sopra la legge.
Per questa ragione sono più propenso prima a vedere le carte, poi a gridare alla democrazia in pericolo: perché di "toghe rosse", "giustizia a orologeria" e "uso politico della giustizia" sinceramente ne ho abbastanza, chiunque lo dica.

Commenti
Posta un commento