Fanatopoli: come si costruisce il nemico interno nella società della sorveglianza morale

Nel quale si racconta di un post livoroso,
di uno storico messo alla gogna,
e dei pericoli che minacciano la libertà
quando a parlare sono i fanatici.

***

Io credo fermamente che i fanatici facciano solo danni, qualunque sia il loro credo, sotto qualunque bandiera agiscano, qualsiasi valore propugnino, fosse anche quello della democrazia, della libertà e dell’amore. E d’altra parte, l’acqua potabile è un elemento indispensabile per la nostra vita, senza bastano 3-4 giorni, massimo una settimana e poi si muore, eppure di troppa acqua si annega.


Ecco, il fanatismo è questo: una inondazione, un maremoto, qualcosa di talmente eccessivo da distruggere tutto quello che c’è attorno.

E di fanatismo allo stato puro in giro se ne vede, e spesso si manifesta nel nome di una pretesa esclusiva sulle parole "libertà, "democrazia", "diritto", perché solo di parole si tratta e non di valori. Perché se valori fossero dovrebbero essere riconosciuti a tutti.

I fanatici poi, di qualunque tipo, se la prendono in particolare con chi, avendo autorevolezza e competenza, sostiene tesi diverse dalle loro, e lo fanno con la violenza di cui i fanatici sono capaci.

Faccio un esempio concreto, un post che ho trovato su Facebook, che cercherò di analizzare in dettaglio. Non cito l’autore perché non è importante: non si tratta di qualcosa di personale, ma di ciò che viene detto, del modo in cui viene detto, e del clima che contribuisce ad alimentare.

Il post è dedicato allo storico Alessandro Barbero, che ha assunto posizioni differenti da quelle del cosiddetto “mainstream”.

Eccolo:

Barberopoli.

Quanto è caduto in basso un paese nell'avere intellettuali del genere?

Perché se è vero che l'Italia è permeabile alla propaganda russa anche in ragione dell'alto tasso di analfabeti funzionali, è altrettanto vero che pure quelli istruiti svolgono un ruolo di accompagnamento verso la rovina morale e culturale della società italiana.

Pensiamo a Barbero per esempio, che qualche giorno fa ha manifestato preoccupazione per il riarmo tedesco.

Può uno storico paragonare la democrazia tedesca del 2025 alla Germania hitleriana?

A nessuno storico serio al mondo verrebbe in mente un'idiozia simile, a Barbero si.

Sembra che il riarmo tedesco lo preoccupi più della Russia imperialista impegnata in una guerra contro un vicino, impegnata a destabilizzare tutti gli altri vicini orientali, e impegnata a creare sabotaggi in Europa, a spiare le nostre infrastrutture militari, a diffondere quintali di propaganda e disinformazione sui social, a corrompere giornalisti e politici europei di destra e sinistra radicali per espandere il proprio dominio.

E soprattutto a Barbero non preoccupa il fatto che un paese con una simile politica estera stia lavorando incessantemente per ricostruire il proprio esercito dopo le perdite subite in tre anni di guerra ucraina.

Ecco, quelli come Barbero sono soggetti insidiosi, subdoli e pericolosi per la nostra pubblica sicurezza, perché svolgono lo stesso identico lavoro della propaganda russa, ma con un'aura di credibilità maggiore agli occhi degli spettatori.

Vogliono farci credere che il riarmo di istituzioni democratiche sia più pericoloso del riarmo di chi la guerra l'ha già iniziata sul serio, come Mosca, la quale, seppur in maniera più blanda, ha già iniziato ad attaccare l'Europa.

***

Adesso esaminiamo questo scritto nel dettaglio:

"Barberopoli.”

Il titolo stesso è rivelatore: si insinua che Barbero sia al centro di uno scandalo, come se si trattasse di un caso giudiziario. È una forma di ridicolizzazione preventiva, una caricatura costruita per delegittimare a monte chi esprime un’opinione diversa. È una tecnica retorica ben nota: si ironizza prima di confutare, perché confutare davvero richiederebbe argomenti.

“Quanto è caduto in basso un paese nell’avere intellettuali del genere?”

Qui si passa dall'attacco al singolo all'insulto collettivo. Il ragionamento è chiaro: se un paese produce figure come Barbero, allora è un paese decaduto. È una fallacia che mescola l’appello all’indignazione con il discredito generalizzato. Un paese è “in basso” non perché pensa, ma perché pensa diversamente.

“Se è vero che l’Italia è permeabile alla propaganda russa anche in ragione dell’alto tasso di analfabeti funzionali, è altrettanto vero che pure quelli istruiti svolgono un ruolo di accompagnamento verso la rovina morale e culturale della società italiana.”

Qui si mescolano frammenti di realtà (il problema dell’analfabetismo funzionale) con una generalizzazione insostenibile: chi è istruito ma non aderisce alla narrazione dominante diventa sospetto. È un classico dispositivo inquisitorio: si individua una devianza, la si associa a una minaccia, e si colpisce chiunque non si allinei.

“Pensiamo a Barbero per esempio, che qualche giorno fa ha manifestato preoccupazione per il riarmo tedesco.”

È vero, Barbero ha espresso una preoccupazione storica e politica, fondata su una conoscenza profonda della storia europea. Ma il post trasforma questa riflessione in un’accusa. Non si confronta l’argomento, lo si stigmatizza.

“Può uno storico paragonare la democrazia tedesca del 2025 alla Germania hitleriana?”

Qui siamo nel pieno della fallacia dello spaventapasseri: Barbero non ha mai fatto un paragone diretto con il nazismo. Ha ricordato che la storia tedesca impone cautela nel processo di riarmo. Ma l’autore del post costruisce un’argomentazione che Barbero non ha pronunciato, per poi distruggerla. Un trucco retorico, non un’analisi.

“A nessuno storico serio al mondo verrebbe in mente un'idiozia simile, a Barbero sì.”

Qui l’attacco diventa personale. Si nega implicitamente a Barbero la qualifica di storico “serio”, senza portare alcuna contro-argomentazione. È una forma di delegittimazione che sostituisce la critica con il discredito.

“Sembra che il riarmo tedesco lo preoccupi più della Russia imperialista…”

Una supposizione arbitraria: il fatto che Barbero abbia parlato in quella sede del riarmo tedesco non significa che non sia preoccupato dalla Russia. Il pensiero critico viene interpretato come sospetto ideologico. È la logica binaria del fanatismo: chi non è con me, è contro di me.

“E soprattutto a Barbero non preoccupa il fatto che un paese con una simile politica estera stia lavorando incessantemente per ricostruire il proprio esercito…”

Qui si presume di sapere cosa preoccupa o non preoccupa Barbero. Ma un intellettuale non è tenuto a coprire tutti i fronti in ogni intervento. Questa è una forma subdola di censura: si stabilisce a priori cosa si dovrebbe dire, e si condanna chi esce dallo spartito.

“Quelli come Barbero sono soggetti insidiosi, subdoli e pericolosi per la nostra pubblica sicurezza…”

Parole gravissime. Non siamo più nel terreno del dissenso, ma in quello della criminalizzazione. Si insinua che chi esprime una posizione non conforme sia una minaccia alla sicurezza. È la deriva più inquietante: si costruisce l’idea del “nemico interno”.

“Svolgono lo stesso identico lavoro della propaganda russa, ma con un’aura di credibilità maggiore…”

Barbero diventa così, nella logica distorta del post, ancora più pericoloso di un agente russo: perché è ascoltato. La logica è quella del sospetto totale: la credibilità diventa una colpa. Un rovesciamento grottesco della razionalità democratica.

“Vogliono farci credere che il riarmo di istituzioni democratiche sia più pericoloso del riarmo di chi la guerra l’ha già iniziata…”

Ennesima semplificazione binaria. Nessuno — tantomeno Barbero — ha affermato questo. Si tratta di una falsificazione sistematica del pensiero altrui, costruita per creare indignazione e alimentare ostilità.

In conclusione

Questo post, come tanti altri, non è un’argomentazione: è un processo sommario. Non cerca il confronto, ma il bersaglio. Non interroga il dissenso, ma lo punisce. Non si misura con le idee altrui: le travisa, le semplifica, le equipara al nemico. Trasforma il dibattito in un tribunale e chi dissente in un colpevole per definizione.

Chi lo scrive non difende la democrazia: ne simula i valori per svuotarla di senso. Sventola le parole “libertà”, “Europa”, “resistenza all’imperialismo” come fossero brevetti esclusivi di appartenenza morale, ma al tempo stesso rifiuta il pluralismo, la complessità, il diritto al dubbio.

E allora bisogna dirlo chiaramente: non c’è nulla di democratico nell’invocare la sicurezza per criminalizzare il pensiero critico. Non c’è nulla di liberale nel chiedere obbedienza ideologica, nel pretendere che chi parla ripeta il mantra del giorno pena l’accusa di tradimento.

La vera minaccia alla democrazia non viene da chi problematizza, ma da chi nega il diritto di problematizzare. Perché una democrazia che non tollera il dissenso, che etichetta come “propaganda nemica” ogni voce fuori dal coro, è già qualcosa d’altro. È una forma di guerra culturale che prende in ostaggio la parola “libertà” per svuotarla della sua sostanza più vera: la possibilità di dire non sono d’accordo.

E quando questo modo di pensare ottiene spazio — nei media, nelle istituzioni, nella cultura politica — i danni diventano concreti. Perché il passo dalla delegittimazione simbolica all’esclusione reale è breve. Si comincia col dire che certe voci sono pericolose, e si finisce col togliere loro il microfono, l’autorevolezza, o persino il posto.

E no, non serve avere “il potere” in senso pieno per fare danni: basta avere un po’ di potere in un algoritmo, in una redazione, in un partito, in un consiglio comunale — per decidere chi può parlare e chi no, chi è "patriota" e chi è complice, chi merita la cittadinanza del dibattito e chi va espulso come “elemento tossico”.

E se c’è qualcosa che davvero minaccia la nostra “pubblica sicurezza”, non è lo storico che ci invita a pensare. È chi ci vuole impedire di farlo. Con tono saccente, con parole d’ordine, con l’autoritarismo mimetizzato da virtù. È chi riduce il pensiero a un rischio da contenere. È chi trasforma la memoria in un’arma, e la storia in una fedina penale.

È chi ha bisogno di nemici interni per sentirsi dalla parte giusta.

 

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