Eymerich a Bruxelles: dalla distopia inquisitoriale al riarmo europeo. Ovvero: come nasce una cittadella fortificata
Nel quale si racconta di come un inquisitore medievale fu visto
aggirarsi tra i corridoi del Parlamento europeo,
e di come la cittadella della pace si trasformò in fortezza armata,
mentre i giovani venivano addestrati a proteggere l’ordine
prima ancora di imparare a metterlo in discussione
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In principio fu Nicolas Eymerich. Inquisitore generale del regno d’Aragona: figura storica, ma anche — molti secoli dopo — protagonista letterario, reinventato da Valerio Evangelisti. E da lì cominciò un viaggio: tra roghi medievali e futuri distopici, tra eretici torturati e Stati ipertecnologici, tra verità assolute e guerre eterne.
Una saga – iniziata con Nicolas Eymerich, inquisitore e proseguita con Cherudek, Il corpo e il sangue di Eymerich, Picatrix, Rex tremendae maiestatis – che sembrava fantascienza. E invece era premonizione.
Evangelisti immaginava un mondo in cui il potere non ha più bisogno di gridare, perché ha già tutto: le armi, le menti, i dati. Dove la guerra è permanente, ma ben confezionata. Dove l’ordine si difende con la scienza, il culto e magari anche un Erasmus militare. Dove si sorveglia, si educa, si plasma il cittadino pronto, leale, obbediente.
E ora, eccoci qui: aprile 2025, Parlamento europeo, Relazione sull'attuazione della politica di sicurezza e difesa comune (PSDC). Un documento serissimo, solenne, pieno di acronimi brillanti e buone intenzioni strategiche. Ma se lo leggi con attenzione, ti accorgi che se Evangelisti fosse ancora tra noi, potrebbe averlo scritto lui. Magari sotto pseudonimo, per prudenza.
La guerra non è una sciagura. È un investimento.
La risoluzione approva tutto: il piano industriale della difesa (EDIP), la strategia industriale europea (EDIS), la nuova iniziativa SAFE.
Siamo pronti, dice l’Europa. Pronti a produrre munizioni, droni, sistemi di attacco e difesa. Pronti a collaborare con la NATO, ma anche a diventare grandi da soli.
“Invita a istituire una base industriale europea di difesa sostenibile, solida e competitiva”.
Sostenibile e solida, come fosse un orto sinergico. Solo che invece delle zucchine, ci crescono bombe intelligenti e sistemi d’arma di ultima generazione.
Ma non basta fabbricare armi. Bisogna anche insegnare ad amarle.
O almeno a considerarle necessarie, normali, civiche.
È qui che entra in scena la parte più interessante del documento: quella sull’educazione alla difesa.
Armi nella testa, prima che in mano
La risoluzione invita gli Stati membri a “sensibilizzare i giovani” alla politica di sicurezza.
Che non vuol dire spiegare la Costituzione o Kant, ma organizzare giochi di ruolo, simulazioni, corsi comuni tra civili e militari.
"Propone di coinvolgere studenti civili in esercitazioni e simulazioni sulla sicurezza e la difesa”.
In pratica: l’educazione civica del futuro si farà con la mimetica.
Forse anche con qualche badge motivazionale: “Bravo, hai difeso l’oleodotto!”
E poi c’è EMILYO, l’Erasmus militare. Una bellissima idea, in fondo. Giovani ufficiali europei che si scambiano accademie, corsi, addestramenti.
Perché creare un’identità europea comune è importante.
Basta che abbia il fucile in dotazione.
"Contribuisce alla creazione di un’identità europea comune nel settore della difesa”.
La cittadinanza europea si conquista ormai a colpi di manovre. Il futuro è un campo d’addestramento.
Potremmo aspettarci a breve un'estensione del programma: una “Garanzia Giovani Difesa”. Colloqui motivazionali, orientamento bellico, e magari qualche credito formativo per chi dimostra entusiasmo.
E la pace? Ah già, la pace…
La pace, questa sconosciuta
Nella risoluzione, la parola “pace” fa una comparsata timida, come un invitato di troppo.
Quando c’è, è legata alla deterrenza, al rafforzamento, alla preparazione.
La pace non è più un obiettivo. È un effetto collaterale della forza.
La logica è semplice: se ti armi bene, nessuno ti attacca. Quindi stai in pace.
Logica impeccabile, se la applichi a una rissa da bar.
Un po’ meno se stai progettando l’identità di un continente.
E intanto, la Palestina scompare.
Compare tre volte, di sfuggita, come entità da gestire o organizzazione da bandire.
Non un solo accenno alla sofferenza, all’occupazione, ai bambini uccisi.
“Riafferma l’impegno per una soluzione a due Stati”.
Certo. Peccato che nel frattempo uno dei due Stati venga bombardato, disintegrato, privato di tutto.
Ma su questo, silenzio. E il silenzio, come sempre, fa il suo lavoro meglio di mille discorsi.
Se non la nomini, la Palestina non esiste. E se non esiste, non dà fastidio.
L’Europa nuova, ma con le mura antiche
L’Europa descritta in questo documento non è quella dei popoli, dei diritti, della solidarietà.
È una cittadella fortificata. Tecnologica, ordinata, armata fino ai denti.
Una cittadella dove i giovani imparano a combattere prima ancora di imparare a dissentire.
Dove la sicurezza vale più della giustizia.
Dove i documenti sembrano partoriti in un romanzo distopico, ma in realtà sono scritti in commissione, votati in aula, e festeggiati da chi si sente finalmente al sicuro.
Chissà quanti, tra quelli che il 15 marzo scesero in piazza nel nome di una nuova Europa, oggi plaudono o tacciono, mentre l’Europa che sognavano si trasforma in una fortezza.
Chissà se si accorgono che ci stiamo riportando indietro di secoli, con l’applauso del presente e il trucco della modernità.
Evangelisti ci aveva avvertiti
Ma era solo fantascienza, no?
Solo un romanzo?
Solo un inquisitore immaginario?
Solo un futuro distopico partorito dalla fantasia?

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