USA, Ucraina e la tregua: un capolavoro di diplomazia...o un'illusione?

Nel quale si racconta di una tregua annunciata
con squilli di tromba,
si analizzano i trucchi del mestiere negoziale,
si svelano le strategie mascherate da buone intenzioni,
e si conclude che una vera pace
non si ottiene con un microfono acceso,
ma con un tavolo spoglio
e il coraggio di parlare per davvero

***
Eccoci qua, ancora una volta, di fronte a un’annunciata svolta diplomatica che sa di déjà vu. USA e Ucraina propongono una tregua di 30 giorni alla Russia, con l’idea di aprire la strada a negoziati più ampi per la pace. Peccato che, a guardar bene i termini della proposta, più che una mano tesa sembra un guanto di sfida travestito da dialogo.





I termini della tregua proposta
1. Cessate il fuoco di 30 giorni: un mese di stop ai combattimenti, ma solo se la Russia accetta le condizioni imposte.
2. Ripresa degli aiuti americani: gli USA riprendono il supporto militare e l’intelligence per l’Ucraina, garantendo che torni a rafforzarsi.
3. Accordo sui minerali: un’intesa economica tra USA e Ucraina sulle risorse naturali, che sa tanto di geopolitica mascherata.
4. Coinvolgimento europeo: l’Europa entra nel processo, ma senza un chiaro ruolo negoziale.
5. Possibile negoziazione con la Russia: un “forse” condito da condizioni non proprio neutrali.
Fin qui, niente di nuovo sotto il sole. Ma la vera perla è la narrazione che accompagna l’annuncio: “Ora spetta alla Russia accettare le condizioni.” Davvero? Pensano sul serio che un negoziato funzioni così?

Negoziato o messinscena?
Se vogliamo parlare di vera negoziazione, allora usiamo qualche regola base, invece di fare propaganda. Secondo i testi di tre giganti della negoziazione – "Getting to Yes" di Roger Fisher e William Ury, "The New Negotiating Edge" di Gavin Kennedy e "L’Arte del Negoziato" di Giorgio Nardone e Stefano Bartoli – questa proposta ha lo stesso valore strategico di un bluff scoperto al primo giro di carte.
Vediamo perché
1. Separare le persone dal problema
Dire alla Russia “o accetti o sei il cattivo” è una strategia efficace solo se vuoi far saltare il tavolo. Se vuoi negoziare, invece, crei un ambiente neutrale, togli la pressione pubblica e permetti a entrambe le parti di salvare la faccia. Qui, invece, si sta solo mettendo Putin spalle al muro, sperando che ringrazi.
2. Focalizzarsi sugli interessi, non sulle posizioni
Cosa vuole davvero la Russia? Sicurezza, influenza, stabilità economica. E l’Ucraina? Indipendenza, garanzie, supporto occidentale. Dove si incrociano questi interessi? Nessuno lo sta nemmeno cercando, perché invece di esplorare convergenze si continua a parlare per slogan.
3. Generare opzioni per il guadagno reciproco
Una vera trattativa trova soluzioni in cui tutti vincono qualcosa. Qui invece la Russia dovrebbe accettare di fermarsi mentre gli USA riempiono i magazzini ucraini di armi e intelligence. E qualcuno si stupisce se non arriva il “sì” di Mosca?
4. Usare criteri oggettivi
I veri negoziati si basano su dati, numeri, garanzie verificabili. Qui invece si parla di possibili riduzioni di sanzioni, ipotetici sviluppi di pace. Troppo vago, troppo unilaterale. Sembra più un’operazione di marketing che un’offerta seria.
5. Applicare il comportamento “purple
Un negoziatore esperto non è né un toro che carica alla cieca (approccio “red”) né una pecora che si lascia portare al macello (approccio “blue”). Il vero negoziatore è “purple”: sa quando essere fermo e quando essere flessibile. Qui invece si sta usando solo la forza travestita da diplomazia.

La checklist del disastro negoziale

Diamo un voto alla proposta, con i principi base della negoziazione:
- Separazione tra persone e problema → ❌ No
- Focalizzazione sugli interessi → ❌ No
- Generazione di opzioni per il guadagno reciproco → ❌ No
- Uso di criteri oggettivi → ❌ No
- Equilibrio tra assertività e cooperazione → ❌ No

Cinque “no” su cinque. Siamo più vicini a un ultimatum che a un negoziato.

Conclusione: tregua o semplice pausa strategica?

La tregua è utile? Certo. Ma se il vero obiettivo è negoziare una pace, allora il metodo deve cambiare.

Un vero negoziato avrebbe bisogno di:

- Un tavolo neutrale (senza show mediatici).
- Un riconoscimento degli interessi di entrambe le parti.
- Un sistema di incentivi reciproci e verificabili.
- Una roadmap chiara, con step concreti per la de-escalation.

Ma niente di tutto questo è stato messo sul tavolo. E finché continueremo a chiamare “negoziato” quello che in realtà è solo un gioco di pressioni, avremo solo tregue temporanee, mai una pace vera.
A meno che l’obiettivo non sia proprio questo: guadagnare tempo per la prossima mossa.
Come nelle vecchie gomme da masticare dei miei tempi, la risposta – a meno di altri accordi che non conosciamo e che potrebbero pure essere già stati stretti (e che sono anche probabili) – non può che essere: “ritenta, sarai più fortunato”.

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