Quando la sinistra vota la guerra

Nel quale si narra di un partito che nacque per dire no alla guerra
e finì per benedirla,
si rievocano vecchi tradimenti e nuove vergogne,
e si leva la domanda che brucia sotto le bandiere:
può dirsi di sinistra chi arma gli eserciti dei padroni?

***

Il 22 marzo 2025 Yanis Varoufakis ha scritto un post durissimo: Addio, Linke!

Denuncia il fatto che Die Linke, il partito tedesco che si è sempre presentato come pacifista e alternativo, non ha usato il suo potere per bloccare un emendamento costituzionale che permette alla Germania di fare spese militari illimitate, aggirando il freno al deficit.

Secondo Varoufakis, è il punto di non ritorno: un partito nato per rappresentare i deboli e la pace si è schierato con i guerrafondai.

Ma questa storia ha un precedente preciso.

Nel 1914, allo scoppio della Prima guerra mondiale, il Partito Socialdemocratico tedesco (SPD) — che fino a quel momento si diceva internazionalista e contro la guerra — votò i “crediti di guerra”, cioè i soldi per finanziare l’ingresso della Germania nel conflitto.

Fu uno shock per milioni di lavoratori e militanti. Rosa Luxemburg scrisse: “la socialdemocrazia tedesca ha abbandonato il campo del socialismo” (La crisi della socialdemocrazia, 1916).

Quella scelta spaccò la sinistra tedesca ed europea. Nacquero l’USPD, poi la Lega di Spartaco, poi il Partito Comunista.


Oggi, più di un secolo dopo, Die Linke fa una mossa simile.

Non blocca l’alleanza tra Stato e industria bellica. Non difende la Costituzione del dopoguerra, che aveva al centro il principio del “mai più” militarismo.

Accetta, in silenzio, che lo Stato compri i carri armati prodotti sulle linee inutilizzate della Volkswagen.

È un nuovo keynesismo militare: invece di investire in ospedali, scuole, tecnologie verdi, si rilancia l’economia fabbricando mezzi di morte.

Anche stavolta, come nel 1914, si è scelta la rispettabilità al posto del coraggio.

Anche stavolta si è piegata la bandiera rossa per non disturbare l’ordine bellico.

Anche stavolta il disarmo morale prepara il terreno al riarmo militare.

E allora la domanda viene spontanea: Die Linke è mai stato un vero partito socialista?

Forse no. Forse è sempre stato un compromesso fragile, un’unione tra ex comunisti dell’Est e socialdemocratici dell’Ovest, tra chi parlava come i movimenti e chi agiva come la politica istituzionale.

Un contenitore utile, ma incapace di rottura. Di trasformazione vera.

E forse, con questo voto, è saltata anche un’altra cosa: la maschera della sinistra europea.

Quella che parla di clima e poi protegge l’industria fossile.

Che dice “mai più guerre” ma firma i bilanci della NATO.

Che invoca giustizia e diritti, ma tace sui genocidi in corso.

Che a parole è per il popolo, e nei fatti governa con chi lo affama.

Alle parole non corrisponde più un progetto.

Alle promesse, non un cambio di sistema.

È una sinistra che non cambia nulla perché ha smesso di voler cambiare davvero.


Il riarmo della Germania è solo l’ultima crepa.

L’edificio è già crollato

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