L’Europa che sognano non esiste, quella che arriva fa paura
Nel quale una piazza colma di buone intenzioni
canta l’Europa dei diritti e della pace,
mentre i governi preparano la guerra,
si elencano le illusioni degli idealisti e le verità dei trattati,
e si conclude che senza rottura non c’è sovranità,
e senza coraggio non c’è futuro.
Ieri in Piazza del Popolo si è svolta la manifestazione “Una piazza per l’Europa”, convocata da Michele Serra e dal quotidiano Repubblica, con la partecipazione di esponenti del progressismo italiano. Un’onda di buone intenzioni, di appelli all’unità e alla democrazia, di richiami ai valori fondanti dell’Unione.
Nessuno mette in dubbio la buona fede dei partecipanti, il loro desiderio di un’Europa che protegga, che sia faro di diritti e pace, che rappresenti un modello per il mondo.
Ma c’è un problema, ed è gigantesco: l’Europa di cui parlano non esiste. O meglio, esiste solo nei loro desideri. È più wishful thinking che analisi della realtà, più sogno che strategia, più emozione che comprensione politica. Perché i fatti ci dicono altro, ci dicono che questa Unione Europea è ostaggio di logiche che la rendono sempre più subalterna agli interessi americani, sempre più finanziarizzata, sempre più orientata al neoliberismo e al riarmo.
A sentire i discorsi di chi era in piazza, l’Europa deve diventare un soggetto politico forte, indipendente, capace di prendere in mano il proprio destino. Giusto. Ma come? Con quali strumenti? Con quali paesi? Davvero si pensa che un’Unione in cui Polonia, Paesi Baltici e buona parte del Nord Europa vedono Washington come unica garanzia di sicurezza possa emanciparsi dagli USA? Si crede davvero che nazioni come i Paesi Bassi, l’Irlanda o la Danimarca, che traggono enormi vantaggi dal sistema finanziario globale dominato dagli americani, accettino di cambiare modello economico per il bene comune?
L’Europa che immaginano si scontra con la realtà di un’UE spaccata tra paesi che vorrebbero una maggiore indipendenza e altri che sono, di fatto, avamposti strategici della NATO. Si scontra con la mancanza di una visione economica alternativa, perché l’UE è ancora incatenata alle logiche dell’austerità e del dogma neoliberista. Si scontra con un sistema istituzionale che concentra il potere in mano a tecnocrati e lobby, non certo ai cittadini.
Il piano di riarmo: un fortino impoverito in attesa della guerra
Mentre a Roma si manifestava per un’Europa giusta e pacifica, la realtà andava in un’altra direzione. I governi europei stanno spingendo per un piano di riarmo senza precedenti. Il progetto, già avallato dalla Commissione, prevede di investire 800 miliardi in spese militari nei prossimi anni. Più armi, più industria bellica, più dipendenza dagli USA per la tecnologia militare.
E qui cade l’ultima illusione. Perché un’Europa sovrana potrebbe avere una sua difesa autonoma, certo, ma non costruita sotto dettatura NATO. Il riarmo che stanno preparando non serve alla difesa dell’Europa, ma alla sua trasformazione in un avamposto sempre più aggressivo nello scontro con la Russia. Non è sicurezza, è militarizzazione.
Alla fine, la grande utopia dell’Europa unita rischia di tradursi in un fortino impoverito e iper-armato, in attesa dell’attacco russo che ci dicono essere inevitabile. Un’Europa che non investe in giustizia sociale, non ricostruisce la propria industria, non garantisce ai suoi cittadini sicurezza economica, ma spende cifre folli per blindarsi dietro missili e droni.
Senza una rottura, il destino è segnato
Se non si esce da questa logica, l’Europa non diventerà mai quello che sperano quelli che erano in piazza. Non sarà mai un soggetto politico indipendente, perché resterà ostaggio delle sue contraddizioni interne. Non sarà mai una potenza economica autosufficiente, perché continuerà a seguire le regole del capitalismo finanziario imposto da altri. Non sarà mai un baluardo di diritti e giustizia, perché il welfare sarà sacrificato sull’altare della competitività globale e delle spese militari.
L’entusiasmo di chi ha manifestato è sincero, ma non basta. Senza una rottura radicale con le attuali logiche, senza il coraggio di scontrarsi con i centri di potere che controllano l’UE, senza una visione strategica che vada oltre gli slogan, il destino dell’Europa è già scritto. E assomiglia più a una caserma che a un faro di civiltà.
Chi può davvero cambiare l’Europa?
E poi c’è l’ultimo nodo, quello che molti fanno finta di non vedere. Chi ha parlato dal palco? Chi ha scandito slogan per la democrazia e la libertà? Intellettuali, politici, giornalisti, accademici, artisti, persone che, nel bene o nel male, stanno già molto bene con questa Europa. Persone che, per quanto animate dalle migliori intenzioni, non hanno quella fame di cambiamento che serve per ribaltare un sistema. Perché per cambiare davvero, bisogna rischiare qualcosa, perdere qualcosa.
Bisogna mettere in discussione lo status quo, non limitarsi a difenderlo con parole più rassicuranti.
Questa è la contraddizione che rende il progressismo europeo sempre più sterile. Vuole il cambiamento, ma senza rottura. Vuole la giustizia sociale, ma senza scontro con il sistema economico che la rende impossibile. Vuole la pace, ma senza opporsi alla militarizzazione in atto.
E così finisce per essere solo una voce gentile dentro un’Europa che marcia dritta verso una nuova era di armi, disuguaglianze e subalternità.

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