Il deep state non è dove pensi
nei corridoi anziché nei castelli, e di come il sapere
diventi una chiave solo per chi possiede già la porta
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Non è una cupola. Non è una loggia. Non è un’associazione segreta con mantelli e patti di sangue.
Il deep state, quello vero, è un metodo. È la forma invisibile con cui il potere si organizza quando non deve render conto a nessuno.
È una rete di relazioni. Amicali, familiari, istituzionali, accademiche. Non servono giuramenti: bastano anni di pranzi, favori, nomine, titoli scambiati sotto traccia.
Non serve ideologia: puoi pensarla come vuoi, l'importante è che non metti in discussione la rete. Che rispetti le gerarchie, che parli la lingua giusta, che non chiedi conto di quello che si fa dietro le quinte.
C'è chi lo chiama merito. In realtà è appartenenza.
Per entrare non basta studiare, impegnarsi, dimostrare. Serve qualcuno che ti faccia passare.
Un "guardiano della soglia". Ce ne sono ovunque: in un concorso, in una fondazione, in una nomina tecnica.
Ti osservano. Ti riconoscono. Ti selezionano.
E se non fai parte del giro, non entrerai mai. Anche se sei capace. Anche se sei migliore.
Nel deep state le carriere non si costruiscono, si ricevono. I titoli non servono a sapere, ma a certificare che sei dentro. Le istituzioni non funzionano per tutti, ma solo per chi le conosce dall’interno.
Non è un golpe. Non è una cospirazione. È la normalità in molti pezzi del nostro Stato.
Così normale che chi ci è dentro nemmeno lo vede più.
Chi è fuori invece lo sente ogni giorno: quando studia, lavora, partecipa, ma non avanza mai.
Il vero deep state non ha nemici politici.
Ha solo estranei.

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