Il conformismo che genera mostri
Nel quale si racconta come il pensiero critico
venga scambiato per tradimento,
si mostrano i nuovi inquisitori col volto da opinionisti,
si paragona il conformismo odierno a quello che spalancò le porte ai regimi,
e si ricorda che il male non ha bisogno di eroi:
gli basta una folla che applaude
***
La storia si ripete sempre, ma cambia maschera. Oggi la parola d’ordine è schierarsi. Con chi stai? Sei dalla parte giusta della storia? Se non urli slogan da curva sud, se non ripeti a pappagallo la linea del mainstream, allora sei un nemico. Un “putiniano”.
Non importa se stai facendo un’analisi articolata. Non importa se ti preoccupi delle conseguenze di una guerra che l’Europa sta alimentando invece di spegnere. Non importa se vorresti che l’Unione Europea avesse un ruolo di mediatrice invece che di cobelligerante. Se non applaudi gli invii di armi, sei sospetto.
Ma chi oggi ti accusa di essere “equidistante” – come se la pace fosse un crimine – sarebbe stato lo stesso che, un secolo fa, si adeguava ai regimi che portarono l’Europa alla rovina.
L’ascesa del male non avviene mai nel silenzio, ma nel consenso
Quando il fascismo e il nazismo si imposero, non lo fecero solo con la violenza. Ci riuscirono perché una parte enorme della società li accettò. Politici, intellettuali, giornalisti, perfino gli artisti: molti di loro non erano fanatici, né crudeli, né pazzi. Erano conformisti. Sentivano da che parte tirava il vento e si adeguavano.
Oggi vediamo la stessa dinamica. Se osi mettere in discussione la linea ufficiale, sei fuori. Sei un traditore, un disfattista, un collaborazionista del nemico. Ma chi è davvero il servo del potere? Chi si fa domande e cerca una via d’uscita o chi ripete, senza pensare, quello che viene imposto dall’alto?
L’Europa che si è tradita da sola
C’era un tempo in cui l’Unione Europea si vantava di essere un progetto di pace. Oggi è diventata il secondo ufficio stampa della NATO, senza un’identità propria, senza uno straccio di visione geopolitica autonoma. Dicono che “non si può negoziare con chi invade”, ma il mondo è pieno di conflitti in cui gli accordi si sono fatti eccome. Ci si siedeva al tavolo anche con chi aveva commesso atrocità, perché il realismo politico è questo: smettere di contare i morti e trovare una soluzione.
Ma oggi chi osa dire queste cose viene ridotto al silenzio, marchiato con un’etichetta infamante. Non c’è spazio per il dubbio, per la complessità, per il pensiero critico. Solo bianco e nero. Bene contro male. E se non ti adegui, sei fuori.
Chi avrebbe seguito il nazismo?
La domanda è scomoda, ma necessaria: chi, oggi, si fa gregario delle decisioni imposte dall’alto senza metterle in discussione, chi bolla il dissenso come tradimento, chi si accoda alla propaganda senza farsi domande, come si sarebbe comportato negli anni ‘30? Sarebbe stato dalla parte giusta o si sarebbe allineato, con la stessa cieca obbedienza, alla voce del padrone di allora?
La storia non ci chiede di scegliere tra due fronti. Ci chiede di pensare. E oggi, come allora, il pensiero critico è l’unica vera forma di resistenza.

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