Dollaronia: la favola crudele della libertà


Dove si racconta di una camminata qualunque, 
di un romanzo e di un post che parlano la stessa lingua, 
e di come la libertà, a ben guardare,
somigli sempre più a una favola raccontata
dal piano più alto di un palazzo che non vedremo mai.

***

Ieri ho finito il romanzo La controra del Barolo di Orso Tosco, un giallo anomalo, umano, bellissimo. Una parte l’ho ascoltata in cuffia camminando, come faccio spesso, ma l’ho finito leggendo. Stamattina ho iniziato un nuovo libro: Uccidere i ricchi di Sandrone Dazieri. Dopo pochi minuti, dentro la narrazione, compare un canale Telegram fittizio, si chiama “Le verità nascoste”. E parte un post che sembra un’invettiva: “Fratelli e sorelle alla ricerca della vera verità…” — e giù una lunga, allucinata e lucidissima descrizione del mondo come una sola nazione: Dollaronia. Una distopia? Mica tanto.

Rientro a casa, scrollo Facebook, e trovo un post di Francesco Sylos Labini, fisico e coautore del saggio Bussola per un mondo in tempesta, che parla di Trump. Ma in realtà tratta lo stesso tema. Concentrarsi su Trump è guardare il dito, dice. La luna è il potere economico, la concentrazione della ricchezza, lo smantellamento silenzioso della democrazia. L’1% più ricco che ha ormai superato la classe media in patrimonio. Il 50% più povero che possiede lo 0,5% degli investimenti. Una forbice così ampia che non è più disuguaglianza: è un sistema feudale con gli abiti della modernità.

A quel punto lo so che non è solo una coincidenza. Due pezzi dello stesso puzzle mi sono piombati addosso a distanza di poche ore. Uno sotto forma di fiction e uno di grafici e percentuali. Ma dicono esattamente la stessa cosa: non comandiamo più nulla.

Si parla tanto di libertà, di elezioni, di governi, di democrazia contro autocrazia. Ma noi, dove siamo in tutto questo? Se un CEO guadagna in un’ora quello che un dipendente prende in un mese — davvero crediamo di vivere in un sistema dove contiamo qualcosa? Davvero pensiamo che i parlamentari che eleggiamo siano lì a decidere il futuro, quando l’intero futuro è nelle mani di pochi miliardari, azionisti e gruppi finanziari? Davvero pensiamo di essere cittadini e non, piuttosto, sudditi, inquilini di un piano talmente basso da non poter vedere nemmeno il cielo?

Nel romanzo c’è una metafora: il palazzo di Dollaronia, brutale ma precisa. C’è un piano per ogni grado di ricchezza. In cima si decidono guerre, leggi, mercati. Giù in basso, si sopravvive. E noi siamo talmente in fondo da non poter nemmeno disturbare chi sta sopra. Un milione di chilometri sotto. E la cosa più inquietante è che ci hanno convinti che possiamo scalare quel palazzo.

Ma la verità è che non possiamo. E forse non dobbiamo nemmeno provarci.

Perché continuare ad arrampicarci è il modo migliore per tenerci separati.
Ognuno chiuso nella propria ambizione, nella propria fatica, nella propria colpa.

Se invece ci fermiamo, se ci guardiamo, se smettiamo di credere al sogno e cominciamo a pensare a una nuova realtà… allora può succedere qualcosa.

Magari non domani. Ma da qualche parte bisogna iniziare.
E forse, come tutte le cose che contano, inizia camminando.

Non ci libereremo salendo i piani del potere.
Ci libereremo abbattendo l’edificio.


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